cinema, musica, voyages

Dolly’ll never go away again!

La Costa Brava quasi vuota di turisti è un’immagine che mai avrei pensato di poter vedere, eppure.

Cadaqués piovosa e poi abbracciata dal sole,

L’Estartit uguale a come la ricordavo quattro anni fa, e la ricerca delle orme del passato ci ha portato nello stesso bar, ad ordinare lo stesso expresso con leche. L’unica differenza? L’assenza dei posacenere.

Platja d’Aro fatta di luci, negozi che promettevano consistenti sconti e ristoranti “tipici” di qualunque latitudine, a scelta. Una piccola Las Vegas europea, con annesso luna park stabile dove mangiare churros intrisi d’olio e di zucchero.

Girona per la terza volta, ricordi sbiaditi di una passeggiata che è rimasta impressa alla pagina Ultimo Anno di Superiori e pioggia battente.

Poi una chiesa che batteva i quarti d’ora, e che qualcuno mi spieghi come fanno a dormire gli abitanti di quel quartiere. Sogni agitati inframezzati da rintocchi inquietanti.

Il mio amico ritrovato, dopo un anno fatto perlopiù di liti epistolari e di brevi incontri. Più splendido che mai.

Aereo, autobus, casa, sonno. Ed una canzone che è stata, insieme alla bombola del gas difettosa, la vera protagonista di questo breve viaggio.

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cinema, musica, voyages

Le vent nous portera (a Gorizia)

Con il tempo molto estivo che sta deliziando il nord Italia, nelle ultime settimane, più che portarci a Gorizia il vento ci porterà over the rainbow, o quantomeno sulle spiagge slovene.

Non che mi lamenterei, solo mi spiacerebbe rinunciare all’occasione più unica che rara di viaggiare sul FrecciaRossa e non sui residuati bellici del Risorgimento come accade ogni qualvolta io abbia la sfortunata idea di tornare per qualche giorno in terra sabauda.

Data l’imminente partenza, rimando il bla bla da incompetente in campo musicale a data da destinarsi, sicura che personalità ben più autorevoli e credibili scriveranno del concerto pazzasco di Ben Harper a Lucca.

Nel frattempo l’esimia rappresentanza del mio corso di laurea sarà appunto a Gorizia, in occasione del XXX Premio Sergio Amidei (http://www.amidei.com/), e la gioia che mi pervade ogni qualvolta apro il sito e vedo la mia amata Catherine di qualche post fa non è umanamente esprimibile.

Chiudo dunque per ferie con un’amara considerazione che nulla ha a che vedere con cinema, musica, arte o qualunque altro argomento degno di nota; ossia, se vi dovesse capitare di vedere un’aragosta alta un metro o poco più aggirarsi per le strade di Gorizia o di Torino, ecco quella sarò io. Che quando mi hanno spiegato che il segreto per un bagaglio leggero ed essenziale è avere pochi capi che si intonino tra loro, devo essermi persa qualcosa.

Post Scriptum:

per la cronaca, l’esempio di come dovrebbe essere effettivamente composto un mini bagaglio si trova qui: http://www.sporablog.com/2011/07/13/cosa-metto-in-valigia-intro/

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cinema

“Pregare” è come usare una spugnetta abrasiva… se lo fai costantemente lava tutti i tuoi peccati e li porta via

Lady Vendetta ha, come la maggior parte dei film asiatici, una fotografia delicatissima e delle cromie che rasentano la perfezione.

L’ombretto rosso sul viso pallido incorniciato da capelli ed abiti neri potenzia l’immagine in modo esplosivo, oltre ad avere una forte valenza simbolica.

La maggior parte delle inquadrature sembrano quadri, o (appunto) fotografie.

Alcuni registi asiatici possiedono un senso estetico delicato e drammatico del tutto estraneo alla maggioranza dei film occidentali.

I titoli di testa sono una poesia visiva.

 

 

Lady Vengeance, di Chan-wook Park, 2005

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musica, what I call love

That odd and fateful night

Anche qui, come nel post precedente, è necessaria una premessa: oltre a continuare a non sapere niente di musica, ho verso Lou Reed dei sentimenti che rasentano le forme di venerazione più inquietanti.

Per dire, nella mia lista di “chi vorrei essere se dovessi reincarnarmi  essendo stata talmente buona nella vita attuale da poter scegliere”, Lou Reed si trova stabile al secondo posto, subito dopo Peter Pan e prima di Jeanne Moreau in Jules e Jim.

A seguito di questa premessa, mi rendo conto di non essere affatto credibile nell’affermare che il concerto di ieri sera a Pistoia è stato grandioso, fantastico, emozionante. La prima volta che ho sentito Lou Reed dal vivo è stata al Traffic Festival del 2007, quando portava in tour l’album Berlin, a mio parere il più riuscito della sua intera discografia. Fu una serata incredibile, il gruppo era accompagnato da un coro di bambini e dietro di loro erano proiettate le immagini – se non ricordo male – del docu-musical omonimo di Julian e Lola Schnabel.

Il concerto di ieri sera è stato molto diverso, sia perché non riguardava un album specifico che per la cornice suggestiva di Piazza del Duomo, che non permettendo l’ingresso ad un numero particolarmente alto di spettatori ha creato un’atmosfera del tutto diversa.

Lou Reed ha riproposto alcuni dei suoi brani meno conosciuti ed ha riarrangiato alcuni dei più noti; in bilico tra l’ironia di pezzi come Smalltown ed il pathos degli archi di Ecstasy, a mio parere il climax è stato raggiunto con Venus in Furs: una discesa agli inferi decadente e rallentata, sullo sfondo gli archi del palazzo del Comune illuminato da luci vermiglie.

Durante la prima parte del concerto siamo rimasti tutti seduti ai nostri posti, ma quando il gruppo è rientrato ci siamo tutti spinti sotto il palco per dei bis potentissimi, con l’emozionante chiusura di Pale Blue Eyes.

Per tornare alla reincarnazione, credo di essere stata davvero molto buona in una vita precedente se nel giro di quattro anni sono riuscita a sentirlo dal vivo due volte.

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musica

Set the night on fire

Premessa: non so nulla di musica, ma davvero niente. L’esame di Storia della Musica l’ho passato con un imbarazzante 23 ottenuto dopo due bocciature, quindi parlo da profana. Fine Premessa.

Partita convinta di assistere ad un concerto, consapevole che quel concerto avrebbe potuto essere qualcosa di epico o un imbarazzante fallimento.

Salire sul palco come The Doors senza Jim Morrison avrebbe potuto essere un disastro; avremmo potuto realizzare che il gruppo esisteva esclusivamente in relazione al carismatico cantante, o che se per motivi anagrafici e/o geografici non si è riusciti ad assistere a nessun live della formazione originale, allora è meglio ascoltarli dagli impianti stereo e dai lettori mp3.

Quello che Manzarek e Krieger sono stati in grado di fare – e non era affatto scontato – è stata la costruzione di uno spettacolo in bilico tra musica e teatro, con un cantante (Dave Brock) adeguato alla parte e mai eccessivo. Ieri sera lui era Jim, nient’altro.

La teatralità dello show, la meticolosa costruzione di ogni aspetto che aumentasse l’aderenza visiva tra ciò che noi spettatori stavamo guardando e le immagini dei live dei Doors già presenti nella memoria, è risultata un po’ forzata nelle interruzioni per chiedere al pubblico di sedersi e di non agitarsi: la teatralità dell’operazione in quei momenti ha rivelato tutta la sua finzione (che voglio dire eravamo a Pistoia Blues, non a Woodstock), riportandoci però con una potenza inimmaginabile alla Los Angeles di fine anni Sessanta non appena è partita la musica.

I musicisti hanno costruito una performance che trascende la musica e si inserisce tra teatro, omaggio e memorabilia, ma lo scambio di energia tra band e spettatori è stato esplosivo, così che – forse solo per un istante – ci siamo illusi di essere indietro di qualche decennio, e di ascoltare la voce di Jim Morrison.

Il pubblico era formato da persone di ogni tipo, dai cinquantenni in camicia arancione con consorte al seguito ai fan duri e puri della band, con tanto di pantaloni di pelle e capelli lunghi e scarmigliati; dalle ragazze eleganti con ai piedi sandali col tacco agli sballati già in botta prima dell’inizio del concerto. Per quanto fossimo diversi tra noi, sprigionavamo un’energia inverosimile; era come se una gigantesca bolla di calore colorato avesse intrappolato tutta la piazza, rendendoci folli e ubriachi di musica e suggerendoci “ricorderete le sensazioni di questa serata molto, molto a lungo”.

La connessione spirituale (posso dire così o sembro una fattona hippie?) è rimasta ad aleggiare sopra di noi anche dopo il concerto, tra le strade affollate di Pistoia, anche perché per fortuna non hanno chiuso lo show con The End, che devo ammettere avrebbe lasciato un senso di tristezza.

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what I call love

Martina

Martina per abitudine miele infinito per anima piccola speranza di non deludere mai più per morire un attimo per calvario un angelo incontri per solitudine mascara denso per nudità piccole catastrofi per minuti intimi tutto ciò significa scavare in profondità tutto ciò significa anche tu mi ucciderai un rasoio inciderà le mie vene ora ridi dietro lenti scure riderai… tutto ciò vuol dire che anche tu mi tradirai un rasoio inciderà la mia pelle ora ridi… dietro lenti scure riderai

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