teledipendenza

The Lying Game

Quanto sto per scrivere determinerà il crollo disastroso della stima di chiunque nei miei confronti, o meglio di chi non ha ancora avuto la fortuna di conoscere certi minuscoli e trascurabili lati della mia deliziosa persona: in una parola, il trash.

Tuttavia, per poter blaterare su questo telefilm nuovo di pacca è necessario che io sveli determinati segretucci che tanto amavo tener nascosti, perché tanto vale dirlo invece di cercare scuse assurde: (respiro profondo, uno due tre via)

io guardo The Vampire Diaries.

Occhei, l’ho detto, ora liberissimi di deridermi fino alla fine dei miei giorni che a questo punto, se tutto va come previsto, dovrebbe essere il 21 dicembre dell’anno prossimo. Emmenomale, mi sento di dire a questo punto.

Smettendo di divagare e di sputtanarmi, ho appena guardato la prima metà del pilot di The Lying Game, serie tv ‘mmerigana che pare collocarsi sulla scia di Pretty Little Liars (o almeno così sostiene chi guarda entrambi, io non lo faccio. Anche se neanche questa precisazione risolleverà le sorti dell’opinione che chi legge ha per me). Dal poco che so di Pretty Little Liars, ovvero che ha una colonna sonora imbarazzante e che si tiene in piedi narrando del rapporto tra alcune adolescenti e dei loro segreti, il paragone sembra azzeccato.

Se non fosse che, in virtù dell’ignobile confessione fatta poc’anzi, mi è parso che The Lying Game strizzi un po’ (troppo?) l’occhio alla serie del beneamato Kevin Williamson – beneamato da me, fan sfegatata di Dawson’s Creek e da sempre derisa in quanto parte del Team Dawson. Per iniziare, se il giochino gemella buona-gemella cattiva è vecchio, noioso ed abusato, gli elementi estetici volti a distinguere le due sorelle richiamano molto l’immagine dei due personaggi interpretati da Nina Dobrev nel serial sui vampiri. Che lo sappiamo tutti che quando si affidano due parti alla stessa attrice diventa necessario distinguere visivamente i personaggi in modo che lo spettatore comprenda immediatamente quale dei due sta guardando, ma un po’ di fantasia non avrebbe fatto male. Per farla breve, Emma è un’Elena sciatta e Sutton è vestita esattamente come Catherine, con tanto di skinny neri e tronchetti tacco 12.

L’impressione generale è che in mancanza di idee originali, gli autori abbiano preferito riciclare vecchi stilemi cari al cinema ed alla televisione, ovvero la contrapposizione tra persone simili fisicamente ma differenti nel carattere; in fondo è tipica dell’adolescenza, ovvero del target a cui la serie si rivolge, la confusione tra chi si è e chi si vorrebbe essere, e la possibilità di indossare i panni di qualcun altro ricalca proprio le insicurezze adolescenziali. Di nuovo il commento è uno solo: fantasia, per favore.

Per restare in argomento, come se non bastasse ho avuto l’impressione che la giovane Alexandra Chando attingesse a piene mani al repertorio dobreviano (e dopo questa, vado a seppellirmi) nella caratterizzazione dei personaggi, comprese smorfie e mossette. Nessuno mi crede quando sostengo a voce alta (molto raramente, ed in luoghi appartati) che Nina Dobrev si stia cimentando in un’ottima prova attoriale nell’interpretare Elena e Catherine, ma l’impressione è che qui si esageri: a tratti il mio cervello creava un episodio parallelo, ma ambientato nella ridente Mystic Falls, in cui per motivi non meglio identificati Elena e Catherine si scambiavano i ruoli, questa volta consapevolmente.

Certo The Lying Game è una serie della ABC Family, dunque non è che potessi aspettarmi faville e neanche dei personaggi interessanti o una storyline accattivante, ma… ho perso il filo. Insomma, non ci si può aspettare niente ed è esattamente quello che si ottiene, condito con un po’ di sbadigli dovuti ai tempi eccessivamente dilatati ed alla conseguente mancanza del ritmo necessario a rendere guardabile un teen drama con misteri e segreti annessi.

E per tentare di giustificare l’ingiustificabile, ovvero la visione non più segreta di The Vampire Diaries a chi è rimasto scettico sulle doti attoriali della Dobrev, ecco perché ho iniziato a guardarlo. E fondamentalmente, ecco perché continuo a farlo.

Edit: scopro proprio ora che l’autrice è effettivamente la stessa di Pretty Little Liars, grazie a Serialmente (leggetelo!)

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cinema

“I’m still a fuckin’ skinhead at heart”

Stavolta le mie preghiere sono state esaudite, ed il capolavoro This Is England di Shane Meadows sarà finalmente nelle sale cinematografiche nostrane a partire da venerdì.

Ne avevo già accennato qui http://askthemirror.splinder.com/post/23614443/cinema-tivu-una-regina-col-cappello-e-maggie-t, ma dato che oggi ho tempo da buttare vorrei provare ad approfondire i motivi per cui, secondo la mia personale e discutibile opinione, perdersi questo film sarebbe un enorme peccato.

Invece di sproloquiare come faccio spesso, procederò per punti tentando di non essere eccessivamente prolissa. Mission: impossible, insomma.

1. Shane Meadows è un regista giovane, forse è proprio questo il motivo per cui i suoi lavori risultano immediati, privi di estetismi barocchi o di citazioni intellettualoidi.

2. Questo è un film che lavora con le immagini oltre che con i dialoghi; ormai nel cinema mainstream le immagini sono esclusivamente funzionali alla sceneggiatura, la mia opinione è che guardare un film sia diventato come sfogliare un libro illustrato. Bene, This Is England non è così.

3. Gli attori. Ommioddio gli attori. Uno degli aspetti che mi porta spesso a preferire il cinema britannico o europeo in genere al cinema hollywoodiano è la banalità di quest’ultimo nel riproporre schiere di attori che sembrano figli degli stessi genitori, mentre molto spesso i volti degli attori europei sono forse meno belli in senso classico, ma infinitamente più interessanti. Aggiungo che in questo caso sono persino bravi, fate un po’ voi.

4. Grazie a questo film ho potuto conoscere la vera storia del movimento skinhead inglese, e liberarmi dell’immagine che avevo stampata in testa che mi faceva accostare gli skinhead ai naziskin.

5. Una colonna sonora coi controcazzi. L’ho scaricata cioè comprata il giorno dopo aver guardato il film e l’ho ascoltata ininterrottamente per settimane. Al Barry & The Cimarons, Dexys Midnight Runners, The Specials, più una cover non eccelsa ma gradevole di Please Please Please Let Me Get What I Want degli Smiths.

6. I costumi di Jo Thompson. Me ne sono innamorata tanto da scriverci una tesina per il corso di Storia della Moda.

Concludo con la frase che ormai potrei farmi tatuare in fronte: sarebbe da guardare in lingua originale, possibilmente con i sottotitoli dato il fortissimo accento inglese che rende i dialoghi quasi incomprensibili. Insomma da non perdere. Immagino che facendolo uscire ad agosto e – presumo – in poche sale non ne favorirà la diffusione, ma chissà che non si riesca a fargli fare il botto come accadde quattro anni fa con Breakfast On Pluto, un altro capolavoro sottovalutato che come in questo caso arrivò nelle sale a distanza di anni; in quel caso furono due, in questo sono ben cinque.

Dopo averlo guardato toccherà al seguito in forma di telefilm (sono solo quattro puntate) This Is England ’86.

Ah già, quasi dimenticavo: chi viene a vederlo con me?

 

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cinema

5 agosto 1962

“A wise girl kisses but doesn’t love, listens but doesn’t believe, and leaves before she is left.”

Some Like It Hot, di Billy Wilder, 1959

 

Ormai più nota per l’immagine inconfondibile che per le eccellenti doti recitative, la figura di Marilyn Monroe ha attraversato intatta i decenni continuando a far parte dell’immaginario erotico maschile (e non solo) e ad essere punto di riferimento per generazioni di donne, non solo attrici.

Si è detto e scritto di tutto sulla sua vita e sulla sua morte, in modo sia pietoso che morboso, ammirato ed iconoclasta, trascinando in secondo piano i film a cui ha partecipato; che sia stato uno dei modi con cui la società delle immagini eleva e poi distrugge le sue icone, una conseguenza della pervasività dei mezzi di comunicazione di massa o un tentativo di sentire più vicina una delle ultime grandi dive, ritengo che il modo giusto per ricordarla sia attraverso il suo lavoro.

Ma questa è solo la mia opinione. Ed ora mi rivedrò Some Like It Hot.



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