cinema

“I’m still a fuckin’ skinhead at heart”

Stavolta le mie preghiere sono state esaudite, ed il capolavoro This Is England di Shane Meadows sarà finalmente nelle sale cinematografiche nostrane a partire da venerdì.

Ne avevo già accennato qui http://askthemirror.splinder.com/post/23614443/cinema-tivu-una-regina-col-cappello-e-maggie-t, ma dato che oggi ho tempo da buttare vorrei provare ad approfondire i motivi per cui, secondo la mia personale e discutibile opinione, perdersi questo film sarebbe un enorme peccato.

Invece di sproloquiare come faccio spesso, procederò per punti tentando di non essere eccessivamente prolissa. Mission: impossible, insomma.

1. Shane Meadows è un regista giovane, forse è proprio questo il motivo per cui i suoi lavori risultano immediati, privi di estetismi barocchi o di citazioni intellettualoidi.

2. Questo è un film che lavora con le immagini oltre che con i dialoghi; ormai nel cinema mainstream le immagini sono esclusivamente funzionali alla sceneggiatura, la mia opinione è che guardare un film sia diventato come sfogliare un libro illustrato. Bene, This Is England non è così.

3. Gli attori. Ommioddio gli attori. Uno degli aspetti che mi porta spesso a preferire il cinema britannico o europeo in genere al cinema hollywoodiano è la banalità di quest’ultimo nel riproporre schiere di attori che sembrano figli degli stessi genitori, mentre molto spesso i volti degli attori europei sono forse meno belli in senso classico, ma infinitamente più interessanti. Aggiungo che in questo caso sono persino bravi, fate un po’ voi.

4. Grazie a questo film ho potuto conoscere la vera storia del movimento skinhead inglese, e liberarmi dell’immagine che avevo stampata in testa che mi faceva accostare gli skinhead ai naziskin.

5. Una colonna sonora coi controcazzi. L’ho scaricata cioè comprata il giorno dopo aver guardato il film e l’ho ascoltata ininterrottamente per settimane. Al Barry & The Cimarons, Dexys Midnight Runners, The Specials, più una cover non eccelsa ma gradevole di Please Please Please Let Me Get What I Want degli Smiths.

6. I costumi di Jo Thompson. Me ne sono innamorata tanto da scriverci una tesina per il corso di Storia della Moda.

Concludo con la frase che ormai potrei farmi tatuare in fronte: sarebbe da guardare in lingua originale, possibilmente con i sottotitoli dato il fortissimo accento inglese che rende i dialoghi quasi incomprensibili. Insomma da non perdere. Immagino che facendolo uscire ad agosto e – presumo – in poche sale non ne favorirà la diffusione, ma chissà che non si riesca a fargli fare il botto come accadde quattro anni fa con Breakfast On Pluto, un altro capolavoro sottovalutato che come in questo caso arrivò nelle sale a distanza di anni; in quel caso furono due, in questo sono ben cinque.

Dopo averlo guardato toccherà al seguito in forma di telefilm (sono solo quattro puntate) This Is England ’86.

Ah già, quasi dimenticavo: chi viene a vederlo con me?

 

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