cinema, teledipendenza

Chiavi di ricerca di cui dovrei vergognarmi, ometti seminudi e topi con l’impermeabile

Sorvolando sulla mia sfigataggine – sì, sono le 00:34 di venerdì sera e sono in cucina a scrivere sul blog – vorrei fare una riflessione molto profonda e ponderata.

Non è vero, volevo solo condividere con il mondo la seguente notizia: ben cinque (no dico, CINQUE) persone sono giunte alle bizzarre e tormentate sponde di questo blog cercando VAMPIRE DIARIES.

Cioè, sto nei risultati di Google per quella roba (oltre che per s*opata, come ho allegramente scoperto alcune settimane fa). Vorrei dunque porgere un omaggio a tali intrepidi navigatori del uorld uàid ueb, perché sono sicurissima che stavano cercando questo:

O magari questo

E sì, lo so che sono scure e si vedono male, così imparate a cercare i vampiri nudi su questo blog che è invece un luogo elegante e raffinato. Ovviamente non inserirò la definizione qui sopra (quelle due parole che iniziano per v e per n) nei tag, che va tutto bene ma un po’ di web-dignità ce l’ho ancora.

Quindi, per compensare l’improvviso innalzamento di temperatura corporea che ha assalito tutti (anche voi maschietti, non fate finta di niente) e gli indomiti ormoni che ormai privi di freno si sono sparsi nelle vostre confortevoli camerette/cucine/aule studio, ecco la deliziosa immagine del film che ho guardato con i miei coinquy stasera.

Buona notte, e divertitevi voi che non siete sfigati e che passate il venerdì sera a divertirvi come fanno i ggiovani.

Annunci
Standard
cinema, teledipendenza, universi paralleli

Universi Paralleli #2: RaiUno

Negli ultimi giorni, complice un viaggetto nella Capitale (a proposito, perché sui mezzi e su qualunque struttura pubblica c’è scritto “Roma Capitale” e non solo “Roma”? Hanno paura di dimenticarselo?), dicevo: ho avuto occasione di guardare diversi programmi di RaiUno.

Roba da necessitare di un’unità di rianimazione. Non credevo possibile che esistessero quiz in cui il concorrente deve indovinare il mestiere di persone a caso (“Allora, chi è il coltivatore di cipolle?“) o legarsi un secchio in testa ed infilarci delle palline da ping pong entro un minuto. Roba da neuro.

Tuttavia il culmine è stato raggiunto dal sempreverde Carlo Conti, anche se forse bisognerebbe coniare il vocabolo “semprearancione” apposta per lui, che c’ha una sempiterna abbronzatura color carota.

Se fossi stata Antonio Banderas, probabilmente avrei pensato ad una candid camera. Prima di tutto il programma in sé, I Migliori Anni, si colloca giusto un gradino più in alto di Ti Lascio Una Canzone (sì, ho avuto la fortuna di vedere anche quello) in quanto a pacchianeria e cattivo gusto. Poi, sentirsi fare i complimenti per le doti recitative mentre vengono mandati in onda degli spezzoni di film doppiati dev’essere stato sublime. Per non parlare dei film scelti a rappresentare il povero Antonio, costretto a rivedersi nel francamente imbarazzante La maschera di Zorro.

Si continua con il buon Conti che nell’ordine: sottolinea come la sua bravura l’abbia portato a lavorare ad Hollywood (eccerto, che i film di Almodovar sono robetta no?), spoilera La pelle che abito prima ancora che questo esca nelle sale, lo chiama “caro amico” (!) e fa cantare ad una rifattissima e probabilmente ubriaca Milva “Non pianger più Argentina”. Per i profani: Banderas è il protagonista maschile della versione cinematografica del musical Evita, da cui la canzone è tratta.

Voglio dire: non gli si poteva al limite chiedergli di cantare lui qualcosa? O chiudere Milva nello sgabuzzino delle scope e soprassedere, passando direttamente al ventriloquo spagnolo? (Giuro, c’era anche questo).

Secondo me Banderas appena uscito dallo studio ha licenziato il suo agente e si è dato all’eroina.

Brava mamma Rai, brava davvero. Fa piacere pagare il canone se in cambio posso avere tutto questo ben di dio, o Antonella Clerici con una gonna a ruota che giura ad Olivia Newton-John che il musical preferito dei bambini è Grease.

Mai sentito parlare di Mary Poppins?

Sì, tutti noi paghiamo lo stipendio a costoro. Viva l’Italia.

 

Ah, però ho mangiato kosher per la prima volta nella mia vita. Un panino con roast beef da paura.

Standard
teledipendenza

elargendo premi inesistenti a caso

Così di passaggio, mentre ozio mangiando l’uva della mensa, vorrei assegnare i miei Emmy Awards personali. Non perché io ne sappia di più, semplicemente perché l’ormai nota tossicodipendenza da serie tivù mi rende un’autorità in materia. Che se invece di usare le energie per ‘ste minc*iate mi mettessi a finire il commento critico al capitolo XXXI de I Promessi Sposi sarebbe anche meglio.

Ma non sia mai che i doveri universitari mi portino via dal cazzeggio più estremo, ecco gli effettivi vincitori ed i miei vincitori delle categorie principali:

Miglior serie (drama):

Vince Mad Men, ma io non conosco il prodotto. Anzi, conosco solo Dexter e Boardwalk Empire tra i nominati. Il mio premio va a quest’ultimo, perché ha un livello qualitativo di tutto rispetto, un cast da sbavare davanti alla tivù (Combo di This is England come Al Capone è un po’ bizzarro, ma tralasciamo) e sì, lo so che con vagonate di milioni disponibili e Mr. Scorsese alla regia dà giusto una o due marce in più, ma non m’interessa: è bello, vince. Applausi.

Miglior serie (comedy):

Vince Modern Family, che è divertente e fa ridere ma la morale a fine episodio è spesso stucchevole e mi fa venir voglia di scolarmi una bottiglia di Gordon Dry Gin alla goccia. Bella la costruzione delle puntate come se fossero una sorta di reality show, con i protagonisti sul divano intenti a giustificare le proprie azioni, ma per me non c’è storia e The Big Bang Theory vince a mani basse.

Miglior attrice protagonista (drama):

Vincitrice Julianna Margulies per The Good Wife, che non so cosa sia. Non so nulla neanche delle altre candidate, quindi assegno d’ufficio il mio Emmy a Julia Stiles per il personaggio di Lumen in Dexter.

Miglior attrice protagonista (comedy):

Vedi sopra. Non so chi sia Melissa McCarthy, tra le candidate conosco solo il personaggio di Tina Fey in 30 Rock ma non la premio, chiamando a sorpresa sul palco Sofia Vergara per Modern Family. La sua MILF colombiana è strepitosa.

Miglior attore protagonista (drama):

Ormai la mia ignoranza è sotto gli occhi di tutti, non so cosa sia Friday Night Lights ed ignoro il ruolo di Kyle Chandler in tale serie; vince quindi il mio Emmy Michael C. Hall per Dexter. Il suo personaggio nell’ultima stagione ha finalmente avuto la tanto attesa evoluzione emotiva in modo non banale e senza uscire dal ruolo. Non so dire quanto io non veda l’ora che inizi la nuova stagione.

Miglior attore protagonista (comedy):

Vince Jim Parsons per The Big Bang Theory ed io sottoscrivo. Lo amo.

Per concludere, non so a chi sia venuto in mente di candidare Chris Colfer (Glee) a miglior attore non protagonista in una comedy series: il personaggio è molto buono e la sua storyline azzeccata, ma lui lo interpreta in modo un po’ mediocre. E se il mio amico Gabriele fosse qui, mostrerebbe a tutti il modo in cui Colfer canta senza mostrare i denti.

 

 

Standard
teledipendenza

Genialità

Torno a parlare di Psychoville per consigliare vivamente il sito “Best Murders”, ideato e gestito da David Sowerbutts, personaggio inquietante ed un po’ disgustoso (ma anche tenero in qualche strano modo), grande appassionato di serial killers. Il sito presenta una home page dedicata alla madre di David con tanto di sonetto, delle descrizioni dettagliate corredate da verosimilissimi ritratti dei “fav killers”, uno splendido gioco online. Il tutto in un inglese più unico che raro.

http://www.bestmurders.co.uk

A questo proposito, ecco una delle scene a mio avviso più geniali della seconda stagione: le statue di cera dei più famosi assassini si animano e cantano a David una canzone in stile Broadway, per consigliargli il metodo migliore per uccidere un suo ex collega.

 

Standard
teledipendenza

Quando il teatro va in tivù

In questo post blatererò su un prodotto audiovisivo (senza che faccio troppo la figa, un telefilm) che non conosco molto bene, avendone guardate solo alcune puntate e neanche consecutive.

Però piace molto all’uomo con cui divido la camera, il quale m’ha fatto na capa tanta su quanto questo prodotto sia di alta qualità relativamente a storyline, sceneggiatura, regia, costumi. Per quel poco che ho potuto osservare, tutto ciò è molto vero.

Sto parlando di Breaking Bad, che merita una menzione d’onore solo per il fatto che il papà di Malcolm (Bryan Cranston) ne è il protagonista. Per quanto vorrei essere in grado di dilungarmi sui numerosi aspetti positivi della serie, preferisco lasciarlo fare a chi ne ha le competenze; non avendo seguito tutte le stagioni il mio giudizio sarebbe parziale e decisamente superficiale, sebbene mi sia capitato di guardare una puntata diretta dallo stesso Cranston che era obiettivamente splendida.

Per farla breve, vorrei parlare di una scena della puntata 4×09, ovvero quella di questa settimana. Premessa: il protagonista Walter White è un docente di chimica malato di tumore che decide di produrre metanfetamine per pagarsi le cure mediche e garantire alla moglie Skyler, al figlio Walt Jr. ed alla bambina in arrivo una vita dignitosa dopo la sua dipartita. Per entrare nel giro dello spaccio si avvale dell’aiuto di Jesse, suo ex studente tossicodipendente con il quale instaura un rapporto precario ed in continua evoluzione attraverso le quattro stagioni: da ex professore diventa quasi una figura paterna, sebbene forse il “padre” a cui fare riferimento sia quello divino, vista la facilità con cui l’uomo si prende il diritto di togliere la vita per proteggere il ragazzo.

La scorsa puntata ha visto un Walt che non si fida di Jesse, non crede che egli possa aver fatto qualcosa per salvargli la vita ritenendo invece che stia facendo di tutto per fregarlo; il ragazzo si ribella ad una figura paterna che non ha alcuna fiducia in lui e la tensione accumulata lungo le ultime puntate esplode in una rissa nel salotto di Jesse, ovvero all’interno della casa in cui egli viveva con i genitori. Dunque la ribellione avviene in un luogo simbolico, in quanto proprio l’allontanamento del ragazzo da parte dei genitori ha permesso che Walt divenisse una figura così importante nella sua vita; se in precedenza Jesse aveva reagito al rifiuto dei suoi genitori comprando la casa di famiglia ed allontanandoli, ora lo scontro emotivo con Walt si sublima nella violenza fisica. La valenza emotiva della rissa è amplificata dalla sequenza precedente, in cui Jesse minaccia il boss della droga che se ucciderà Walt, dovrà uccidere anche lui. Un dettaglio di cui Walt non è a conoscenza, e che rende le sue accuse verso il ragazzo ancora più dolorose.

La scena è costruita secondo canoni evidentemente teatrali; la stanza quasi spoglia ed inquadrata frontalmente assume le sembianze di un palcoscenico, le luci illuminano intensamente alcune aree (nella prima parte del confronto, Jesse si trova esattamente al centro di una di queste zone, mentre Walt è rilegato in ombra sul lato opposto dello schermo). Se l’ambientazione sembra strizzare l’occhio al “teatro da salotto borghese” tipico del XIX secolo, il tavolino di vetro che divide i due personaggi richiama gli allestimenti di Montigny, il protoregista francese che era solito inserire un tavolo sul palcoscenico per costringere gli attori a non rimanere fermi nel proscenio, mentre durante lo scontro fisico vediamo i due personaggi dall’alto, in un’inquadratura che mostra le pareti della stanza e che sembra un omaggio agli allestimenti de Il Principe Costante di Jerzy Grotowski. Il clima di tensione che percorre le sequenze immediatamente antecedenti a quelle della rissa determinano l’emergere di una recitazione anch’essa estremamente teatrale, fatta di gesti ampi e voci concitate.

Un’altra finezza stilistica di questo episodio è lo stratagemma visivo con cui hanno ovviato alla necessità di inserire la tipica frase “X hours earlier“: nella prima inquadratura della puntata, un primissimo piano della mano di Walt mentre raccoglie gli occhiali e delle gocce di sangue sporcano i suoi mocassini chiari; l’inquadratura successiva mostra l’uomo che cammina con le scarpe perfettamente pulite. Se questa non è eleganza.

P.S. Sto disperatamente cercando un video che mostri la scena, in quanto la mia “current location” non mi permette di visionare quelli caricati sul sito dell’emittente statunitense. Appena ne troverò uno guardabile lo inserirò nel post. Sennò vabbè, sono gli ultimi cinque minuti qui: http://www.videoweed.es/file/7t45oqg23i6yd. Pace e bene.

Standard
teledipendenza

Ragionamenti profondi come un bicchiere di bourbon

La ripetizione ossessiva di comportamenti fastidiosi può generare insofferenza o noia. Io mi annoio molto in fretta, anche senza comportamenti fastidiosi. Figuriamoci in loro presenza.

Come quando guardi l’ennesima puntata di Californication in cui Hank fa l’ennesimo cumulo di s*ronzate, una dopo l’altra, ognuna uguale alla precedente. E tu continui a guardarlo, ti dici che forse una volta tanto la fantasia degli sceneggiatori avrà la meglio sul costante ripetersi di casino-scopata-altro casino-Karen incazzata-alcool-casino.

E anche quando questo non accade, ti dici che in fondo il personaggio di Hank è simpatico e che, slegati dalla serie e quindi dalla loro ripetività, i suoi casini sono comunque divertenti.

Purtroppo o per fortuna, la quotidianità ed i rapporti extra-schermo sono diversi. Non che disdegnerei una giornata di alcool-casini-altro alcool-altri casini una tantum, ma in genere credo che sia meglio la quotidianità un po’ oziosa della vita “normale”.

Succede poi che alcune volte le dinamiche che regolano la suddetta vita normale tendano a produrre un senso di noia, di perdita di tempo, e che vorresti solo finire i minuti di Megavideo e prendere una mezz’ora di pausa.

Standard