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Yeah, but… no, but… yeah, but no, but…

Non solo mi son sentita definire una “tamarra delle popolari” mentre pranzavo con pasta e ceci una qualsiasi domenica mattina alle 11:30, mi si è anche fatto notare che la mia mise casalinga è pressoché identica alla tenuta standard di Vicky Pollard.

La somiglianza è lampante.

Vorrei sottolineare come il mio atteggiamento da tamarra delle popolari (sta definizione la metterò nel CV) risalga al mio avere effettivamente passato gran parte di infanzia ed adolescenza a casa dei miei nonni, che risiedevano in una casa popolare della FIAT, e che per quanto io mi sforzi di occultare tali attitudini dietro una parvenza di buone maniere, non sempre riesco a tenere nascosta la mia Mrs. Hyde.

Tipo quando torno a casa e faccio merenda con un panino melanzane e pancetta accompagnato da mezzo litro di birra.

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Due o tre cose che so delle donne

I’m tough, I’m ambitious, and I know exactly what I want.  If that makes me a bitch, okay.  ~Madonna

Approfitto della bellissima frase della regina del pop per arrivare dritta al sodo: non se ne può più di sentire insulti a sfondo sessuale riferiti a rappresentanti del gentil sesso, soprattutto se le situazioni che li provocano non hanno a che fare con il sesso. E anche se ce l’hanno, la sostanza non cambia.

A volte capita anche alla sottoscritta, una donnina notoriamente fine e beneducata, di lasciarsi andare allo sproloquio e di lasciarsi scappare aggettivi poco edificanti relativi a prestazioni sessuali a pagamento e simili; ad ogni modo sto cercando di migliorare, perché anche nei casi in cui la situazione richiede vocaboli più coloriti del solito, si fa più bella figura ad usare termini appropriati.

Non mi riferisco infatti a situazioni tipiche della tarda adolescenza, ovvero di maschietti feriti nell’orgoglio o in vena di pavoneggiarsi che si riferiscono a ragazze che si sono o non si sono fatti con “troiette” o sinonimi del termine, bensì a situazioni in cui la parola adatta sarebbe che so, “stronza”, e che invece viene sostituita con poco velati accenni ad un’attività imprenditoriale di compravendita del proprio corpo.

Ragazzi? Non ci fate bella figura, se anche la ragione fosse vostra passereste immediatamente dalla parte del torto agli occhi di tutte le donzelle presenti allo sfogo ed anche a quelli di ometti un po’ meno ruspanti di voi.

Se poi tali cavalleresche definizioni vengono affidate al magico mondo di internet, non solo rischiate che l’oggetto di tanto affetto venga informato degli amorevoli sonetti ad ella dedicati, ma che altre fanciulle arrivino a conclusioni affrettate sulle vostre facoltà intellettuali.

Insomma, pensateci bene prima di chiamare troia una donna, son situazioni che vi si ritorcono contro: nessuna ragazza dotata di cervello vorrebbe avere a che fare con persone troppo avvezze all’uso di certi complimenti.

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I miei sesti ventun’anni

Dunque è il mio compleanno, o meglio i miei 21 anni compiono i loro primi sei anni, tanto auguri a loro.

La vecchiaia che malamente mi assale si è già palesata con un raffreddore abbastanza fastidioso, la necessità inconscia di indossare un pile verde prato unitamente a pantofole di pelo e la forsennata ricerca di capelli bianchi che per fortuna non ho trovato (grazie Signore per l’henné).

Dopo pianti torrenziali non dovuti all’età bensì ai settecentocinquantagrammi di cipolle che ho amorevolmente sbucciato, tagliato ed infornato,

dopo aver saltato in padella un chilo e sei di peperoni ed aver grigliato un chilo di melanzane,

dopo essermi ustionata con il barattolo di vetro contenente sale che si era surriscaldato stando appoggiato sul piano cottura,

passo qualche minuto in contemplazione della pignatta amorevolmente costruita dalla mia coinquilina Adolf (una personcina amorevole e tenera, per nulla portata al comando ed all’insanità mentale – non è vero, è buona e dolce e non mi sta minacciando di morte per far sì che io scriva queste ultime cose), che ha la bizzarra caratteristica di somigliare ad un certo organo che alla sottoscritta manca. Il fatto che tale pignatta sia decorata con il mio ritratto rende la situazione un po’ strana.

 

La sacher vegana che concluderà la cena di stasera è stata allegramente decorata con alcuni rarissimi esemplari di frutti di carta crespa montati su stuzzicadenti, di quelli che si usavano una quindicina d’anni fa; che se devo sentirmi una giovincella, anzi una ragazzina, le cose vanno fatte per bene.

Lo stesso discorso vale per le bacchette colorate sormontate da un’ananas con cui verranno decorati i bicchieri, anch’essi rigorosamente di plastica fluo.

Quindi di nuovo ventun’anni, di nuovo si prospetta una serata dal tasso alcolico leggermente elevato, di nuovo domattina dovrò andare a lezione e probabilmente lo farò strisciando.

Che aggiungere? Tanti auguri a me, e grazie agli amici che continuano a trattarmi come una squilibrata assecondandomi ed inviandomi messaggi per festeggiare i miei ventun’anni. In particolare al lontano cugino ‘mmerigano che mi ha detto che non ne dimostro più di venti. Che se non ci fosse un che di malsano ed incestuoso, l’avrei già costretto a sposarmi.

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universi paralleli, voyages

Universi paralleli: la gita d’istruzione all’Università

Andare in gita l’ultimo anno di università, alla veneranda età di venti… ventun’anni può essere un’esperienza surreale, soprattutto se si è degli allegri cazzoni convinti che una laurea storico-artistica servirà a ben poco: l’atteggiamento generale diviene quindi simile a quello delle gite delle scuole medie.

Si comincia con la partenza alle 6 dalla stazione centrale, senza docente che tanto siamo grandi e ce la possiamo fare. Sì, ce l’abbiamo fatta ad arrivare con più di mezz’ora di ritardo rallentandoci vicendevolmente davanti al bagno di un bar.

Si prosegue con visita alla biblioteca comunale, durante la quale veniamo condotti nella sala studio dedicata agli studenti dell’università locale. Devo sottolineare che ci hanno tutti guardati come fossimo gli allievi di una scuola “speciale” non appena siamo entrati ed abbiamo iniziato ad osservare i soffitti? Devo aggiungere che uscendo ho urtato un cestino metallico provocando un rumore fortissimo che ha fatto voltare tutti per la seconda volta? E che abbiamo fatto una foto tutti insieme appassionatamente, proprio come alle medie?

Ancora avanti con visita ad un teatro del Cinquecento, e qui nulla da dichiarare; peccato che la visita sia proseguita alla galleria nazionale, che io ed altre due ragazze (una delle quali aveva in borsa un notevole quantitativo di mortadella) ci siamo ritrovate da sole a vagare per sale colme di Madonne con bambini e San Sebastiano trafitto dalle frecce, salvo poi uscire di corsa quando ci hanno sottilmente minacciate di chiuderci dentro.

Peccato che il resto del nostro gruppo era ancora dentro, ma il pensiero di fuggire e riprendere il primo treno per Pisa non ci ha minimamente sfiorate. No, no.

Durante il viaggio di ritorno sono stata assalita da un po’ di malinconia al pensiero che probabilmente non farò altre gite (almeno fino ai viaggi a Lourdes con la parrocchia, ma mancano ad occhio e croce una quarantina d’anni) e che tutto sommato era stata una giornata spensierata ed allegra, proprio come le gite dell’adolescenza.

Ora però, a ventiquattrore di distanza, vorrei dormire per le prossime due settimane. Quindi, all’attenzione dei posteri: venti… uno… anni sono decisamente troppi per fare queste cose.

(A questo punto starebbe molto bene la foto di gruppo, ma a dispetto di quanto si possa pensare, non è stata una mia idea e non ce l’ho.

Ma la vorrei.)

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cinema, musica, what I call love

Marilyn, Bob Dylan, il riso, le luci, la magia ed altre cose che attestano la mia pazzia

A film is a ribbon of dreams. The camera is much more than a recording apparatus; it is a medium via which messages reach us from another world that is not ours and that brings us to the heart of a great secret. Here magic begins.

Che disastro avere a che fare con chi ama troppo il cinema.

Niente tempi morti, niente luci o dialoghi sbagliati, niente noia e mai, mai fine al lavorìo mentale che costruisce, distrugge, ricostruisce, cambia. Una vita che devono essere mille vite, e dev’essere il film che più ci garba.

Devono esserci i gesti di Cary Grant, gli occhi di Bette Davis, i capelli di Mae West, i sorrisi di Marilyn Monroe, la sigaretta di Marlon Brando ed il neo di Robert De Niro.

Per sempre giovani, immortalati nel The End più perfetto (per la cronaca: quello di Butch Cassidy and the Sundance Kid), con la colonna sonora da brividi (di nuovo per la cronaca: Pat Garret & Billy the Kid di Bob Dylan o Paradiso Perduto) e la certezza di non invecchiare mai.

Polvere di riso sul volto per eliminare le zone lucide, abiti in due taglie diverse per aderire come guanti sia in piedi che seduti, le location migliori del mondo o almeno quelle con le luci adeguate. Adeguate a noi, ovviamente.

Che anche le serie tv ci piacciono, ma niente equivarrà a due ore filate in sala, al buio. E niente intervallo che distrae e basta, e ora che non fumo è solo un altro tempo morto.

Non è sempre semplice accettare di non avere davanti Terry Malloy, Holly Golightly, Roger Thornill o Sugar “Kane” Kowalczyk (soprattutto quest’ultima, se posso azzardare una folle classifica).

Però siamo persone normali, in fondo. Giuro.

Che poi, cosa vorrà mai dire amare troppo?

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cinema

NUDA V BRNĚ

Un titolo che tradotto significa “Noia a Brno”, ma se non tradotto richiama, per l’italiano che lo legge, la nudità: una casualità anche divertente, soprattutto se si considera il ruolo della nudità stessa all’interno del film.

L’ho visto ieri sera al Cinema Arsenale insieme alla mia amica/compagna di corso nell’ambito di una rassegna dedicata al cinema dell’Est Europa.

Che noi siamo studentesse di cinema, e non ci facciamo spaventare dalla lingua originale con sottotitoli.

Neanche se la lingua in questione – il ceco – ci è del tutto sconosciuta, quindi non vi è alcuna possibilità di cogliere il minimo senso. Volendo avrebbero potuto cambiare tutti i dialoghi in fase di sottotitolatura, e non ce ne saremmo minimamente accorte. Però abbiamo scoperto che la parola che identifica il thè è uguale in ceco ed in albanese.

Non si finisce mai di imparare.

Ad ogni modo, il film narra le vicissitudini di una coppia di ragazzi che cercano di passare la loro prima notte insieme, tra consigli di amiche e fratelli ed ostacoli determinati da imprevisti tecnici (l’opprimente madre della ragazza, l’imbarazzante sequenza in cui lui afferma di non gradire alcun cibo tra quelli da lei preparati) e dal naturale senso di ansia e di paura.

I personaggi che completano il quadro, persone apparentemente normali se paragonate all’essere “un po’ lenti” (per usare le parole del narratore, o meglio del sottotitolatore) dei due protagonisti, si rivelano molto più problematiche dei due giovani nell’affrontare i sentimenti ed il sesso.

Il film può vantare un impianto stilistico gradevole, con inquadrature particolarmente azzeccate; dal doppio poster di Being John Malkovich nell’opprimente appartamento della psicologa alla scena surreale sull’autobus, quando tutte le donne presenti sul mezzo mangiano un panino simile a quello utilizzato dal protagonista per imparare a mettere un preservativo.

La canzone che a tratti torna lungo la narrazione è una sorta di preannuncio di quanto accadrà lungo il film, di come una notte apparentemente banale possa essere assolutamente unica e determinante per alcune persone; è inoltre una canzone molto bella, e sto cercando di scaricarla acquistarla legalmente da un’ora buona, senza risultati.

Dispiace un po’ sapere che la rassegna in questione è stata organizzata per promuovere le lingue del centro e dell’est europeo, in un momento in cui l’insegnamento di ceco non è più disponibile nell’ateneo pisano, così come altre lingue.

In compenso, oggi ci sarà un’ulteriore sospensione della didattica dopo quella di due giorni fa, che tanto anche se mi laureerò a quarant’anni, rimarrò sempre disoccupata a vita.

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