Considerazioni sparse

Dobbiamo proprio? E allora, scriviamo ‘sti buoni propositi

Primo: laurearmi. Che è stato un po’ il leitmotiv degli ultimi anni, poi la laurea c’è stata ed ora ne voglio un’altra. In regalo, se possibile.

Secondo: essere più paziente e non trattare con sufficienza chi non lo merita. Anche se dovessero volerci dieci minuti D.I.E.C.I. per farmi dire dove sono le mie maledette camicie.

Terzo: impegnarmi a non parlare il mostruoso ibrido linguistico tosco-piemontese che ho involontariamente creato. Non si può ascoltare.

Quarto: buttare via quello che non serve e no, l’enorme numero di figurine di Piccoli problemi di cuore che ho recentemente trovato in un armadio non fa parte di tale categoria. Neanche le carte da gioco di Sailor Moon, altra scoperta degli ultimi giorni, o le tracce dei compiti in classe di matematica delle superiori, per non parlare dell’inverosimilmente alto numero di mini-palette di acquerelli. O della produzione artistica risalente alla scuola materna (in cui mi disegnavo più o meno come una splendida principessa dagli abiti viola ed una lunga chioma corvina che mangiava “stelline fritte” ed “insalate di fiori”. Sì, l’aderenza alla realtà non è mai stata un mio pregio).

 

 

 

Qui sopra: una notevole galleria fotografica degli oggetti irrinunciabili che ho recentemente rinvenuto; dall’alto: diario segreto regalatomi per i nove anni, figurine di Piccoli problemi di cuore, albero genealogico realizzato per il corso di Biologia in seconda superiore, compito in classe di matematica e lettera per la preside, tavole del “progetto Cabiria” con cui mi sono diplomata, biglietti da visita di tutti i locali di Torino o quasi. Mi complimento con me stessa per l’impeccabile composizione delle immagini.
Quinto: essere meno pigra, non mangiare per noia o per stress e dunque, in tre parole, Diventare Più Figa.

Sesto: Bere Di Meno. Questo dovrei farmelo tatuare.

Settimo: prendermela di meno, lasciar correre ciò che non posso cambiare, accettare che ci sono punti di vista differenti e che non posso necessariamente comprenderli tutti, non perdere tempo quando la situazione non lo richiede, cercare di vedere le persone in modo realistico evitando di sottovalutarle o peggio, sopravvalutarle. Questo proposito lo infrangerò alle 00:01 del primo gennaio, ma va bene così.

Ottavo: guardare più film, leggere più libri, visitare più musei, imparare con passione, disegnare di più. Forse bastava che scrivessi “essere più creativa”.

Nono: alla luce di quanto ho appena scritto, essere più concisa.

Decimo: non cancellare questo post quando realizzerò che, come ogni anno, non avrò tenuto fede ad un decimo di quanto scritto.

Concludo inserendo qualche consiglio riferito a me stessa nelle intenzioni, ma valido per la maggioranza degli esseri umani. E buon anno nuovo a tutti.

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Considerazioni sparse, teledipendenza

Come diventare buoni (ma anche no)

Alle prese con la prima puntata di Misfits e con l’accento quasi incomprensibile degli attori che vi recitano. Ho deciso di comportarmi seriamente, iniziando a guardare la prima serie invece di fiondarmi subito sulla terza che, come avevo accennato, ha l’incredibile pregio di avere tra gli attori Joe Gilgun.

Visto che non riesco a trovare le puntate di This is England ’88, mi consolo come posso.

Forse dovrei occupare il tempo in modo più costruttivo, per esempio svuotando la libreria in vista dell’imminente invasione della mia cameretta da parte della mia sorellina, soprattutto considerando che l’anno che verrà è potenzialmente l’ultimo (sì, la profezia Maya mi sconvolge un po’. Sono troppo fatalista), sarebbe carino da parte mia adoperarmi in quelle cose noiose comunemente chiamate buone azioni.

Come svuotare librerie, essere gentile anche con le persone cui sfascerei in testa bottiglie su bottiglie (possibilmente di vetro pesante, come quelle del Prosecco o quelle di vodka special edition) o regalare – ispirata dai deliziosi francesismi della serie che sto guardando –  magliette personalizzate riportanti la scritta Relax, I don’t give a crap about your shit, never did and never will. 

Che sarò pure stronza, ma almeno tento di scrivere i periodi in modo che non facciano vomitare sangue chi li legge. Così, per dire.

Inoltre, mi chiedevo se oltre ai propositi per l’anno nuovo (ormai non faccio neanche più finta di crederci), si potesse anche avere un desiderio.

Ma forse mi toccherà attendere Babbo Natale l’anno prossimo, ammesso che i Maya abbiano sbagliato qualcosa.

Ad ogni modo, la visione di Misfits mi ha ispirata profondamente: dunque  vorrei mandare in dono, corredato di fiocco rosso e stelline dorate, l’assistente sociale ammazzadolescenti dotato della splendida ascia con cui ha sventrato la porta del bagno e, suppongo, il poveretto che lo occupava. Astenersi perditempo.

 

E sì, rientrerebbe decisamente nelle buone azioni.

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cinema

Lista di film più o meno improbabili che mi vien voglia di guardare a Natale

Nonostante l’apparente acidità da zitella/gattara che passa il tempo a sgranocchiare biscottini rinsecchiti davanti a Beautiful, ci sono momenti in cui anche io sento l’atmosfera natalizia (certo, se invece di un cielo azzurro ed una temperatura di 10° ci fosse un po’ di neve sarebbe meglio, ma tant’è…). In particolare, il Natale mi fa venir voglia di guardare determinati film che col Natale in sé hanno ben poco a che fare.

Ecco la lista di tali film, inutile dire che la presenza di alcuni di essi è fonte di profonda vergogna per la sottoscritta.

1. I grandi classici (o I Grandi Classici, che è più ridondante)

Luci della città, Chaplin 1931 (occasionalmente sostituito da Luci della ribalta)

Arsenico e vecchi merletti, Capra 1944

2. Quelli “per la famiglia”

La famiglia omicidi, Johnson 2005

Correndo con le forbici in mano, Murphy 2006

3. Gli horror, per i momenti “Fan*ulo il Natale” (molto frequenti, nel mio caso)

Miriam si sveglia a mezzanotte, Scott 1983 (merita un premio per il trailer più brutto della storia del cinema ed il titolo con meno senso)

Sunshine, Boyle 2007

4. Quelli di cui mi vergogno

Giovani assassini nati, Lowi 2001 (anche in questo caso, il titolo è un abominio ed un volgare ed insensato richiamo a Natural Born Killers)

Hocus Pocus, Ortega 1993

5. Quei rari momenti di spirito natalizio, dove per spirito non intendo alcool

Love Actually, Curtis 2003

– Gli episodi natalizi di My name is Earl  (non avendo trovato clip di tali episodi, ho deciso di inserirne una in cui Randy canta un pezzo di Cyndi Lauper, così senza alcun motivo)

Suvvia ditemi, quali sono i vostri guilty pleasures natalizi?

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Considerazioni sparse, musica, Torino

Post musicale che, nelle mie intenzioni, dovrebbe veicolare il seguente messaggio:

Il Natale mi sta sulle palle.

Ed il mio cervello mi odia, infatti continua a far muovere le mie dita nell’ordine sbagliato sulla tastiera e mi costringe a correggere quasi ogni parola che scrivo.

Questa mattina, girovagando per il centro, i miei occhi sono stati vittime di una tragica rivelazione: le vetrine dei negozi luccicavano non a causa delle decorazioni natalizie (che comunque a me ricordano certe sequenze di Priscilla, la regina del deserto), bensì per via di ciò che sospetto siano abiti pensati per la notte di Capodanno.

Non comprendo il senso di acquistare abiti ricoperti di paillettes, considerando che a mio avviso non trasmettono il messaggio “sono figa e chic“, richiamando invece certe balere di provincia con donne in menopausa dotate di improbabili décolleté ricoperti di brillantini, di cofane di capelli tenute su da quantitativi di lacca tali da aver accelerato di almeno un centinaio d’anni il definitivo collasso dello strato di ozono e di, appunto, paillettes.

Tipo zia Assunta, per fare un esempio.

(Prima che Gabriele mi uccida in modo crudele: gli unici esseri viventi a non sembrare delle tardone da balera se vestiti di lamé sono i ballerini ed i cantanti di musical. Perdonate la marchetta sfacciata, vi assicuro che mi avrebbe davvero fatto pentire di questo post)

Chiudo questo lamento sconclusionato e privo di un qualsiasi interesse con un gran bel pezzo, così tutte le amanti delle paillettes magari mi odieranno un po’ meno, e mi faranno arrivare all’anno nuovo prima di strangolarmi con una sciarpina di lamé rosso.

 

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cinema, teledipendenza, Torino, voyages

Un inutile pout-pourri di film, serie tv (con spoiler) e notizie assolutamente prive di nessi logici

Tra un paio d’ore salirò su un treno che dovrebbe scaricarmi nei pressi di casa nel giro di quattro ore.

Dovrebbe, perché dicembre tende ad avere strani effetti su questa entità oscura e mangiasoldi chiamata Trenitalia: se le ferrovie piemontesi si bloccano un anno si ed un altro pure per “ghiaccio sui binari”, ci dev’essere necessariamente un problema alla radice. A meno che, nell’ottica di un surriscaldamento globale più veloce, non ritengano che ormai a dicembre la neve sulle Alpi debba essere un lontano ricordo.

Tuttavia, non voglio partire con questi brutti pensieri: è una bella giornata, ho pagato il biglietto di un Intercity quanto quello di un Regionale, dunque non mi aspettano cambi e corse tra i binari nelle ridenti stazioni ferroviarie liguri.

N.B. Ho intenzione di racchiudere in questo post le peggio minchiate tutto ciò che mi passa per la testa, in quanto non ricordo la password di WordPress e temo che non riuscire a scrivere fino al mio ritorno a Pisa. So che il mondo teme l’esatto contrario, ma sorvolo.

Minchiata numero uno: a causa di un’influenza abbastanza aggressiva (che non ha aggredito me, nota portatrice di super anticorpi che la Marvel dovrebbe dedicar loro un fumetto) ho guardato le prime puntate di Fringe. Notazioni personali: la sigla è imbarazzante (soprattutto se paragonata all’elegante sobrietà della scritta silenziosa di Lost), Joshua Jackson sulla lunga distanza ha vinto su James Van Der Beek (e la battuta su come ci si aspettava che diventasse un cicciobombo è esilarante), il capo della task force supersegretissima sembra Scatman Crothers e mi aspetto che da un momento all’altro inizi a parlare di luccicanza, temo fortemente che alla fine del serial si scopra che lo scienziato Walter sia il responsabile di tutto ciò che sta accadendo ma spero di no e facciamo finta che non abbia scritto niente.

Minchiata numero due: Dexter. E qui potrei fermarmi, perché questa stagione di Dexter è stata una minchiata. L’approccio alla materia religiosa avrebbe potuto essere interessante, se solo non avesse trasformato il dark passenger in una sorta di guardia padana che fa le ronde nel quartiere; proseguendo, al di là degli affascinanti tableau vivent e relativi dipinti, Travis è un personaggio che a tratti ricorda Forrest Gump (ditemi che non ci avete pensato, vedendolo con pantaloni e berretto bianco e camicia celeste), e nessuno potrebbe mai prendere sul serio un cattivo del genere; infine, ATTENZIONE SPOILER il salvataggio di Harrison mi ha ricordato certi pessimi telefilm anni Ottanta (robaccia alla MacGyver o Supercar), e l’agnizione di Debra avrebbe avuto molto, ma molto più senso alla fine della scorsa stagione. L’amore per Dexter è un pretesto buttato lì ad uso e consumo di questa scoperta. Avrei preferito assistere alla morte del nostro (anti)eroe ed alla conseguente trasformazione di Dexter in Debra, con tanto di sigla adeguata con le abitudini mattutine della fanciulla. Concludo con il consiglio alla produzione di sfamare l’attore che interpreta Quinn, o in alternativa di provvedere ad un cambio di guardaroba: sono due stagioni che sembra Cucciolo de I Sette Nani.

Minchiata numero tre: Midnight in Paris, guardato ieri sera in lingua originale (sì lo so che i film vanno guardati al cinema e bla bla bla, però dopo averlo visto non doppiato ed aver guardato il trailer italiano mi sono convinta di aver fatto la scelta giusta. E anche Woody Allen ne sarebbe convinto). Il “tocco” di Allen è innegabile, la macchina da presa svela Parigi seguendo lo stesso schema con cui ci aveva svelato New York: sorvolo sulle modalità con cui ci aveva proposto Barcellona e Londra, in quanto la prima somigliava ad una cartolina acquistata in piazza Catalunya, e la seconda veniva svelata seguendo le peculiarità del film in questione (il mio amatissimo Match Point), un lavoro molto differente dalle commedie cui il regista ci aveva abituati. Tornando a Midnight in Paris, è un film di piacevole visione che, fortunatamente, riesce a reggersi sulla trama principale e sulla bravura di Owen Wilson, senza puntare eccessivamente sul corollario di divertenti artisti degli anni Venti che li accompagnano (è tuttavia doveroso menzionare la meravigliosità – sì, lo so che non è una parola – del Salvador dalì di Adrian Brody); al contrario di quanto di solito avviene con le commedie, ho molto apprezzato il finale. Inoltre, sebbene il personaggio di Gil (Owen Wilson) richiami esplicitamente i personaggi “alleniani” classici (a questo proposito, andate a leggere chi ne sa più e meglio di me: il capitolo su Io e Annie in Giaime Alonge, Uno stormo di stinger) persino nei gesti e nel modo di camminare, trasmette allo spettatore una leggerezza trasognata del tutto estranea ai nevrotici personaggi interpretati dallo stesso Allen. Nota di merito anche per Rachel McAdams, mai così insopportabile dai tempi di Mean Girls.

Detto questo passo e chiudo, altrimenti perderò il treno e non sarà servita a granché la fatica di preparare la valigia; so che non mi crederà nessuno, ma ci sono più libri che vestiti. Il peso della cultura, insomma.

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cinema, musica, teledipendenza, voyages

Mission: Impossible, ovvero come un giorno (che non è oggi) dimostrerò al mondo che Evita non è una cagata pazzesca

Ho in mente da alcuni giorni di scrivere un post sul film Evita, per dimostrare a tutti i miscredenti che storcono il naso ogni qualvolta io lo nomini che poche storie, è un film davvero figo.

Cioè ha una colonna sonora da paura, un Antonio Banderas da strapparsi gli abiti di dosso che canta con quell’accento spagnolo che non fatemi continuare, una storia interessante ed una Madonna quarantenne che interpreta Evita dall’età di quindici anni (!) in su.

Ok, quest’ultima caratteristica non aiuta la mia tesi.

Purtroppo però sono appena arrivata a casa dopo cinque ore di treno, parte delle quali passate a conversare con due signore livornesi particolarmente loquaci, dunque sono stanca e le mie sinapsi sono ancora più incasinate del solito.

Tipo che mi sto dimenticando una birra nel congelatore, ma crepa se mi alzo a prenderla.

Inoltre, ho appena scoperto che Joe Gilgun ha una parte nella terza stagione di Misfits.

No dico, Joe Gilgun.

(Lo so che non sembra particolarmente bello o affascinante, ma guardatelo in This is England, in This is England ’86 e poi ne riparliamo. So benissimo che la maggior parte di voi non cambierà idea, ma almeno avrete visto un bel film ed un bel telefilm quindi muti e guardate.)

Ne sovviene che dovrò passare le prossime ore a guardare tale serie tivù, soprattutto l’ultima puntata e non scriverò il motivo, altrimenti ci sarà di nuovo qualche genio che capiterà qui cercando termini osceni ed io sono una brava ragazza e bla bla bla [inserire discorso random volto a preservare la mia immagine già postato svariate volte]

Manco a dirlo, l’idea di correggere la relazione su Bona Sforza non mi sfiora affatto.

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