Considerazioni sparse

Considerazioni sparse: la neve, i treni, il fisco, varie ed eventuali

Pare che nevicherà anche in centro Italia. Eh già, grandi notizie. Manco si fosse realizzata la profezia di un certo pseudo cantautore italico che annunciava grosse precipitazioni nevose nel mese di agosto.

Ciò che continua a restare inspiegabile è la capacità di Trenitalia di non far partire i treni “causa maltempo”. Neanche fossimo alle Mauritius, dove oggettivamente una nevicata si rivelerebbe inattesa e fonte di indiscutibili problemi.

Invito chiunque non creda che un po’ di neve possa mandare in tilt il sistema ferroviario nazionale a fare un giro su Viaggiatreno e dare un’occhiata alle stazioni del nord.

Mi sono lasciata andare a tali lamentele perché lamentarsi dei ritardi ferroviari è un evergreen come il rossetto rosso o il tubino nero, e perché a breve dovrei (il condizionale è d’obbligo) intraprendere un viaggio parzialmente coperto da mezzi dotati di locomotiva. La mia sfiga in merito è proverbiale (quando scrissi il post pre-natalizio auspicando in un rientro veloce ed indolore, fui ripagata con più di 40 minuti di attesa in stazione, con temperature polari), dunque chi può dire dove sarò nei prossimi giorni.

Probabilmente in un luogo ostile, freddo e nevoso senza alcun mezzo di trasporto. So che c’è chi me lo augura, ma ricordate che Karma is a bitch who loves to kick asses.

A tal proposito, avendo stamane contribuito ad un viaggio transmediterraneo svegliandomi alle 04:55, mi aspetto di riuscire a partire senza particolari intoppi. O almeno di rimanere bloccata su un treno che abbia l’impianto di riscaldamento funzionante. Seh, sogna.

Esaurito l’argomento meteo, passerei a manifestare giubilo e soddisfazione per le così dette “retate fiscali” che hanno recentemente portato alla luce ciò che chiunque sia dotato d’occhi ed orecchie sapeva, ovvero non solo l’entità dell’evasione fiscale in Italia, bensì la facciaculaggine degli stronzi che dichiarano redditi che neanche gli anziani con la pensione sociale e poi passano le ferie a Cortina.

Ancora rimembro la soave visione di studenti borsisti che si recavano a lezione con il BMW. Gli auguro di restare fuori corso a vita, di avere la media del 18 e questo non vale nel discorso del karma perché hanno iniziato loro, ecco.

A questo proposito, ne approfitto per rivolgere un pensiero affettuoso alla mia ex padrona di casa, il cui colore delle sopracciglia faceva quotidianamente a pugni con quello dei capelli e che riteneva trés chic vestirsi completamente di lilla. Tutto ciò non sarebbe stato un problema particolarmente rilevante e non le avrebbe fatto meritare tale affettuoso ricordo, infatti costei riteneva più che corretto percepire metà affitto in nero, anzi lamentandosi di come non fosse affatto giusto pagare le tasse con l’aliquota al 40%.

Ogni commento è superfluo, vero?

Bene, io auspico che prima o poi il comune in cui (ancora per poco) abito tiri fuori i coglioni e dia il via ad un’ingente operazione di controllo per accertare situazioni di quel genere.

Iniziative come questa renderebbero Pisa una “città a misura di studente” (cit.), affiancate magari dalla coraggiosissima scelta di far circolare gli autobus anche dopo le 21.

Bene, la lamentela del martedì pomeriggio è conclusa, mi ritiro nelle mie stanze dove mi aspetta un corpo a corpo con il cerimoniale borgognone.

Vi prego, non chiedetemi di che si tratta.

Standard
Considerazioni sparse

Sul Giorno della Memoria

L’ignoranza corre sui social networks, sulle cui bacheche si sprecano confronti tra la Palestina odierna e gli internati dei campi di sterminio.

Mi permetto di sottolineare che il giorno della memoria è volto a ricordare uomini e donne morti nei campi di sterminio, non gli israeliani di oggi; pertanto, il confronto tra quanto avviene oggi in Palestina e nei territori occupati e quanto avvenuto durante il Nazismo non solo è improbabile, ma anche il risultato di una lettura viziosa e (volutamente?) scorretta di questo giorno.

Legge 211/2000:

“La Repubblica italiana riconosce il giorno 27 gennaio, data dell’abbattimento dei cancelli di Auschwitz, “Giorno della Memoria”, al fine di ricordare la Shoah, le leggi razziali, la persecuzione italiana dei cittadini ebrei, gli italiani che hanno subito la deportazione, la prigionia, la morte, nonché coloro che, anche in campi e schieramenti diversi, si sono opposti al progetto di sterminio, ed a rischio della propria vita hanno salvato altre vite e protetto i perseguitati”

Ora, esattamente dov’è che questa legge dovrebbe commemorare Israele e gli attuali israeliani, in particolare quelli coinvolti nell’oppressione palestinese?

Informarsi prima di parlare è (quasi) sempre utile.

Io mi auguro che chi si diletta nella creazione e diffusione di post e vignette così palesemente scorrette e storicamente inattendibili, lo faccia in quanto ignorante e non per una qualsiasi voglia di essere “sempre contro”.

Standard
cinema, teledipendenza

“All I wanted to do was come to London and sell a dead nazi’s head!”

C’è qualcosa di molto particolare nelle modalità con cui gli inglesi trattano l’abusato tema dei nazisti all’interno delle serie tv; sarà che non li hanno mai avuti “in casa”, sarà perché non ci sono centinaia di tromboni inclini al moralismo facile, sarà che forse qualche hippy spiritoso ha riempito di acido lisergico gli acquedotti londinesi, fatto sta che ogni qualvolta mi trovi davanti al “nazi episode” di un telefilm inglese, so che mi aspettano grandi risate.

Alcune sere fa ho avuto modo di domandarmi se prima o poi gli attori tedeschi si stancheranno di essere convocati per produzioni italiane o francesi per recitare ruoli da soldati o gerarchi nazisti, soprattutto in virtù della stereotipizzazione con cui essi vengono rappresentati; tale utilissima considerazione è scaturita dalla visione di L’uomo che verrà, tuttavia riguarda anche produzioni d’oltralpe: prima o poi riuscirò a concludere un breve testo riguardo un film guardato a Gorizia lo scorso luglio, La Rafle, acclamato da critica e dal pubblico e profondamente detestato dalla sottoscritta.

Non che la mia opinione valga qualcosa, però m’ha annoiata anche in virtù della presenza di quei nazistereotipi che dopo Schindler’s List anche basta.

Pausa terremoto. 

Per un istante ho creduto che non fosse un sisma, bensì la mia reazione al troppo vino bevuto ieri sera. Sto per vomitare.

Dunque, per tornare all’argomento principale, ovvero le modalità narrative con cui alcune produzioni televisive britanniche inseriscono il nazismo ed i nazisti, porterò un paio di esempi:

– Psychoville, di cui scrissi alcuni mesi fa. Una parte della seconda stagione verte sul tentativo di riportare in vita la testa criocongelata di un gerarca nazista (il titolo del post è una battuta di uno dei personaggi della serie, l’inquietante Mr. Jelly). Tralasciando il personaggio del nazista stesso, inverosimilmente ridicolo anche nella parlata anglo-tedesca, la sequenza emblematica del dissacrante lavoro compiuto da autori e regista si colloca nel sottoscala del negozio di giocattoli, all’interno del quale il giocattolaio conserva ogni tipologia di memorabilia nazisti. Se non bastasse l’assurdità della passione di un giocattolaio cicciottello e bonario per la paccottiglia hitleriana, egli viene mostrato intento a stirare delle fascette su cui spicca la svastica. Ora, qualcuno mi dica se in Italia sarebbe mai stato possibile mandare in onda un prodotto con contenuti di questo tipo senza incappare in un coro indignato di chi non tollera che “una pagina nera della nostra storia” venga svilita e ridicolizzata.

– Misfits, attuale ossessione televisiva della sottoscritta. Sebbene l’episodio di cui sto per scrivere mostri pochi elementi comuni con le strutture narrative cui la serie ci ha abituati, prediligendo un andamento più classico ed una notevole diminuzione di momenti anti-climax, esso contiene alcuni elementi che funzionano alla grande: dalla trovata geniale di giustificare una vittoria della Germania sulle forze alleate (Hitler – straordinariamente simile ad un maiale – che trova un telefonino, residuo di un viaggio nel tempo con scopi omicidi) alla gigantesca svastica cucita sulle tute arancioni del community service, per finire con il brutale pestaggio cui Kelly sottopone il Fuhrer mentre gli chiede perché debba essere un tale stronzo.

Non avendo ancora iniziato ad ossessionarmi con Doctor Who non posso trattare dell’episodio “andiamo ad uccidere Hitler”, tuttavia a quanto ho letto sulla mia Bibbia, esso è costruito con l’umorismo dissacrante comune a Psychoville ed a Misfits.

Se penso ai modi con cui le produzioni italiane si occupano degli stessi temi, mi vengono in mente improbabili e stereotipati film tv affollati di tedeschi urlanti. Nessuna sperimentazione, nessun tentativo di interpretazione. Il medesimo problema che hanno tanti film sulla Shoah, troppo legati alla costruzione standard che attinge a piene mani da Schindler’s List e che mira al patetismo ed alla facile commozione più che allo sfruttamento del mezzo cinematografico per dire anche le stesse cose, ma con soluzioni estetiche differenti.

Per dire, credo che le brevi sequenze di Shutter Island relative al campo di concentramento siano estremamente più belle, espressive e devastanti della maggior parte dei film ambientati ad Auschwitz.

Ma questa è solo un’opinione, quando avrò tempo da perdere e deciderò di riguardare La Rafle tenterò di esprimerla meglio.

Ad ogni modo, anche in questo caso viva la tivù di Sua Maestà.

Nel caso mi sbagliassi, e la televisione nostrana avesse dato la luce a prodotti innovativi o anche solo non noiosi sull’argomento, sono pronta a ritrattare e ad ammettere umilmente i miei errori.

Standard
30ThingsAboutMe, cinema, Libri, musica, Torino

#30ThingsAboutMe Part I

Visto e considerato che, come puntualmente esternato su Twitter,

“Riuscire a studiare mentre un vicino di casa (spero di età inferiore ai 10 anni) fa le prove col flauto dolce. #MissionImpossible“,

mi dedico ad attività più frivole (dove per “frivole” si intende “inutili”) come l’attenta compilazione di una delle solite liste di cui non frega niente a nessuno, ma che rilette a distanza di anni (dove per “anni” si intende “giorni”) riescono nel non semplice compito di imbarazzare profondamente.

In questo caso, si tratta di uno dei trend topics di Twitter: 30 Things About Me.

Come se il mondo sentisse il bisogno di sapere certe cose.

Le scriverò per la me stessa del futuro, augurandomi che costei possa essere una personcina migliore dell’attuale e soprattutto che preferisca studiare piuttosto che scrivere boiate inutili sui blog, ecco.

CosaNumeroUno: Mi sono chiesta recentemente quale corso di studi sceglierei se iniziassi ora l’università; chevelodicoafà, mi sono risposta che mi iscriverei nuovamente al DAMS. Magari cercherei di cazzeggiare un po’ meno. Magari.

CosaNumeroDue: Quando abitavo in pianta stabile a Torino non vedevo l’ora di trasferirmi a Pisa, peccato che ora la mia città natale mi manchi tantissimo. Più che altro mi mancano il Quadrilatero, gli aperitivi nei bar sotto casa e le persone con cui facevo queste attività. Soprattutto loro.

CosaNumeroTre: Non ho idea di cosa farò dopo l’università. Neanche un po’. Ma non lo dite ai miei genitori. (Mà, pà, scherzavo. So PERFETTAMENTE cosa voglio fare, tuttapposto!)

CosaNumeroQuattro: In questo momento, i miei libri preferiti sono Il sangue degli altri di Simone de Beauvoir, Che tu sia per me il coltello di David Grossman e Il colpo di grazia di Marguerite Yourcenar. Più l’intramontabile Peter Pan.

CosaNumeroCinque: Amo ed odio che alcuni personaggi cinematografici mi terrorizzino; l’evergreen è l’assassino di Non ho sonno, la new entry il “cattivo” di Ruggine.

CosaNumeroSei: Mi vergogno di ammettere che una considerevole parte della mia memoria a lungo termine è occupata dai testi degli 883. Maledetta pre-adolescenza.

CosaNumeroSette: Sebbene chiunque mi derida quando ne parlo, il concerto di Marilyn Manson a cui ho assistito nel 2001 è stato incredibile. Una figata. A parte passare tra due file di cani antidroga con il fumo nel reggiseno. (Mà, scherzo. Ti pare che sono così sciroccata?)

CosaNumeroOtto: Due estati fa ho incidentato la macchina di mia madre causando duemila euro di danni; da allora ho sempre un po’ di paura quando la guido.

CosaNumeroNove: Tra i film che preferisco, il podio è occupato da tempo immemorabile da La guerra dei bottoni di Robert.

CosaNumeroDieci: L’ultimo film guardato è Un’altra giovinezza di Coppola, ieri sera.

Concludo qui questo post di incredibile interesse culturale e torno ai miei amati studi, approfittando del (temporaneo?) silenzio del flautista della porta accanto. Che dovrebbe scegliere un altro strumento.

Standard
Considerazioni sparse, musica

Considerazioni sparse: omofobia “per farsi ‘na risata” ed altre bestie

Sebbene la prolungata assenza di post possa far supporre un incremento spropositato dei miei impegni o della mia vita sociale, mi duole ammettere che niente è più lontano dalla verità: infatti, escludendo la preparazione di un esame (che non ho sostenuto), gli ultimi giorni mi hanno vista impegnata nella non facile impresa di consegnare una versione non corretta di un lavoro ad un docente. Che io sia naturalmente propensa alla confusione non è un mistero, ma in questo caso ho superato me stessa: il giorno prima della consegna sono riuscita a perdere metà lavoro, salvo ritrovarlo – naturalmente dopo averlo riscritto – salvato sopra l’altra metà. 

Non credo che il pur vastissimo vocabolario italiano abbia un termine adatto a descrivere la mia personcina, a parte forse deficiente.

Per quanto invece riguarda la vita sociale, ho avuto la rara fortuna di assistere al concerto di una cover band dei Mötley Crüe; mi si perdoni il sarcasmo, è solo che anche nei momenti di massimo amore per il metal (periodo che sarebbe caduto felicemente tra le sabbie del tempo, se non fosse per qualche compagna delle superiori che deve proprio odiarmi tanto, e che ha pensato di farmi rivivere tali giorni gloriosi tramite foto su Facebook. GRAZIE.) non ho mai apprezzato particolarmente il gruppo di Tommy Lee.

Ad ogni modo ciò che mi ha stupita, fatto uscire un “machecaz…” di bocca senza che potessi fermarlo e dato la possibilità di fare alcune riflessioni è stata un’esortazione espressa dal cantante, il quale ha ben pensato di coinvolgerci nello spettacolo sentenziando “chi non canta è un gay di merda“.

Primo pensiero: costui è un cretino.

Secondo pensiero: sono tornata al 1997 e non me n’ero accorta.

Sì, perché nei gloriosi giorni della pre-adolescenza era abbastanza frequente usare termini simili per proclamarsi reciproco amore; il fatto che sporadicamente questi termini fossero indirizzati al compagno di classe (nonché attuale best buddy) il quale era effettivamente gay, rendeva la situazione vergognosa.

Il fatto che il cantante in questione non fosse un dodicenne, che dal ’97 siano passati quattordici anni e che non ci trovassimo ad un raduno leghista (non me ne vogliano i leghisti, non è colpa loro se sono limitati), mi ha dato materiale su cui rimuginare un bel po’: rimane tuttavia un mistero come si possa anche solo pensare di esternare una bestialità simile.

Proseguendo dunque il discorso iniziato per far notare come gli insulti di maschilista memoria siano ormai agée e non denotino un senso dell’umorismo fine, acuto o anche solo tale da essere considerato ironia, aggiungo alla categoria “maschietti decerebrati che pensano che definire una ragazza puttana sia un buon modo per far valere i propri punti di vista” la sottocategoria “maschietti e femminucce che ritengono estremamente logico considerare l’omosessualità un insulto” e, già che sono in argomento, “uomini delle caverne che temono che qualunque omosessuale non veda l’ora di molestarli sessualmente”. Quest’ultimo gruppo provoca in me moti di compassione più che di disgusto, soprattutto perché è composto perlopiù da elementi francamente inchiavabili (cit.), e che dunque riversano su una “categoria” (mi si perdoni il termine) ciò che in effetti loro stessi praticano sistematicamente, ovvero provarci con qualunque essere che li degni anche solo di uno sguardo, o di una parola.

Per chiudere il cerchio, sovente costoro sono i sommi poeti che, incassati gli infiniti due di picche, definiscono le poverette che hanno osato rifiutare la loro virilità dei troioni da sbarco.

Ciò che costoro non sembrano comprendere – ma mi stupirei del contrario – è che certi motti di spirito non trasmettono intelligenza, spiritosaggine, ironia, sarcasmo o finezza, quanto piuttosto tristezza.

Che poi io abbia pianificato per anni di scrivere sul muro di fronte a casa del mio amichetto (non quello di cui ho scritto prima, l’altro. A volte sospetto che la mia mancanza di femminilità abbia determinato l’orientamento sessuale dei miei amici d’infanzia) deliziosi riferimenti alla sua omosessualità, era solo un modo di spingerlo gentilmente a fare coming out.

Ma ci hanno già pensato i suoi shorts dorati, dunque il mio aiuto letterario si è rivelato superfluo.

 

L’immagine arriva da qui

 

 

Standard
Considerazioni sparse, teledipendenza

Considerazioni sparse: Californication

Appena arrivata a casa dopo un’intensa (prego, smettere di ridere) giornata di studio, vedo che su Serialmente c’è la recensione del primo episodio della quinta serie di Californication.

Resisto alla tentazione di leggerla, cerco la puntata on line pronta ad avere una terribile delusione.

Poi però la prima scena si apre con Love me two times.

Cara prima-puntata-della-quinta-serie, con questo inizio potrei perdonarti di tutto. Però non tirare troppo la corda, che Californication l’ho amato anche più di due volte, ma a tutto c’è un limite. Allo schifo della scorsa stagione, per dirne una.

Torno a guardare l’episodio, tra una mezz’oretta gli aggiornamenti con eventuali sprazzi d’amore o altrettanto possibili sbadigli.

Aggiornamento Avvilimento

L’orrore. Non ho finito di guardare la puntata, l’arrivo in scena della ragazza incontrata sull’aereo è stato un colpo micidiale al buon gusto ed agli spettatori che da anni si puppano le vicende di Hank.

Gli autori giocano con lo spettatore, mettendolo di fronte ad un possibile cambiamento – sono passati quasi due anni, Hank sembra provare un proposal speech – per poi mostrare l’equivalente audiovisivo di una sonora risata, o della frase “ci hai creduto, faccia di velluto“.

Li odio.

Neanche l’aver finalmente fatto scrivere al protagonista un nuovo libro (ed era ora) può sopperire alla noia ed al fastidio. Ho chiuso la pagina web su cui stavo guardando l’episodio e mi sono dedicata ad attività di maggiore livello culturale, come appoggiare la schiena al termosifone fino a farla surriscaldare.

Standard
cinema, teledipendenza, what I call love

Età percepita: tredici anni

All’età di tredici anni, trangugiavo la cena per poter uscire prima possibile con gli amici.

Tredici anni dopo, non vedo l’ora di far cena perché mi aspetta l’ultima puntata di This is England ’88.

Le persone crescono e le priorità cambiano? Non proprio.

Diciamo che l’età avanza, il resto rimane quasi invariato.

Che potrei parlare per ore della poetica di Meadows, della ricerca del bello nel “non bello”, della sfida (vinta a mani basse) di adattare un prodotto nato per il grande schermo alla televisione e di tutte quelle altre cose che mi rendono una persona un po’ pedante e noiosa,

ma la realtà è che Serialmente mi ha spoilerato l’ultimo episodio (la peste a tutte e due le vostre famiglie) e, sebbene fosse prevedibile ma non troppo, non vedo l’ora di avere davanti agli occhi questo momento.

Sì, il mio tenero cuoricino ha ancora tredici anni.

Standard