cinema, teledipendenza

“All I wanted to do was come to London and sell a dead nazi’s head!”

C’è qualcosa di molto particolare nelle modalità con cui gli inglesi trattano l’abusato tema dei nazisti all’interno delle serie tv; sarà che non li hanno mai avuti “in casa”, sarà perché non ci sono centinaia di tromboni inclini al moralismo facile, sarà che forse qualche hippy spiritoso ha riempito di acido lisergico gli acquedotti londinesi, fatto sta che ogni qualvolta mi trovi davanti al “nazi episode” di un telefilm inglese, so che mi aspettano grandi risate.

Alcune sere fa ho avuto modo di domandarmi se prima o poi gli attori tedeschi si stancheranno di essere convocati per produzioni italiane o francesi per recitare ruoli da soldati o gerarchi nazisti, soprattutto in virtù della stereotipizzazione con cui essi vengono rappresentati; tale utilissima considerazione è scaturita dalla visione di L’uomo che verrà, tuttavia riguarda anche produzioni d’oltralpe: prima o poi riuscirò a concludere un breve testo riguardo un film guardato a Gorizia lo scorso luglio, La Rafle, acclamato da critica e dal pubblico e profondamente detestato dalla sottoscritta.

Non che la mia opinione valga qualcosa, però m’ha annoiata anche in virtù della presenza di quei nazistereotipi che dopo Schindler’s List anche basta.

Pausa terremoto. 

Per un istante ho creduto che non fosse un sisma, bensì la mia reazione al troppo vino bevuto ieri sera. Sto per vomitare.

Dunque, per tornare all’argomento principale, ovvero le modalità narrative con cui alcune produzioni televisive britanniche inseriscono il nazismo ed i nazisti, porterò un paio di esempi:

– Psychoville, di cui scrissi alcuni mesi fa. Una parte della seconda stagione verte sul tentativo di riportare in vita la testa criocongelata di un gerarca nazista (il titolo del post è una battuta di uno dei personaggi della serie, l’inquietante Mr. Jelly). Tralasciando il personaggio del nazista stesso, inverosimilmente ridicolo anche nella parlata anglo-tedesca, la sequenza emblematica del dissacrante lavoro compiuto da autori e regista si colloca nel sottoscala del negozio di giocattoli, all’interno del quale il giocattolaio conserva ogni tipologia di memorabilia nazisti. Se non bastasse l’assurdità della passione di un giocattolaio cicciottello e bonario per la paccottiglia hitleriana, egli viene mostrato intento a stirare delle fascette su cui spicca la svastica. Ora, qualcuno mi dica se in Italia sarebbe mai stato possibile mandare in onda un prodotto con contenuti di questo tipo senza incappare in un coro indignato di chi non tollera che “una pagina nera della nostra storia” venga svilita e ridicolizzata.

– Misfits, attuale ossessione televisiva della sottoscritta. Sebbene l’episodio di cui sto per scrivere mostri pochi elementi comuni con le strutture narrative cui la serie ci ha abituati, prediligendo un andamento più classico ed una notevole diminuzione di momenti anti-climax, esso contiene alcuni elementi che funzionano alla grande: dalla trovata geniale di giustificare una vittoria della Germania sulle forze alleate (Hitler – straordinariamente simile ad un maiale – che trova un telefonino, residuo di un viaggio nel tempo con scopi omicidi) alla gigantesca svastica cucita sulle tute arancioni del community service, per finire con il brutale pestaggio cui Kelly sottopone il Fuhrer mentre gli chiede perché debba essere un tale stronzo.

Non avendo ancora iniziato ad ossessionarmi con Doctor Who non posso trattare dell’episodio “andiamo ad uccidere Hitler”, tuttavia a quanto ho letto sulla mia Bibbia, esso è costruito con l’umorismo dissacrante comune a Psychoville ed a Misfits.

Se penso ai modi con cui le produzioni italiane si occupano degli stessi temi, mi vengono in mente improbabili e stereotipati film tv affollati di tedeschi urlanti. Nessuna sperimentazione, nessun tentativo di interpretazione. Il medesimo problema che hanno tanti film sulla Shoah, troppo legati alla costruzione standard che attinge a piene mani da Schindler’s List e che mira al patetismo ed alla facile commozione più che allo sfruttamento del mezzo cinematografico per dire anche le stesse cose, ma con soluzioni estetiche differenti.

Per dire, credo che le brevi sequenze di Shutter Island relative al campo di concentramento siano estremamente più belle, espressive e devastanti della maggior parte dei film ambientati ad Auschwitz.

Ma questa è solo un’opinione, quando avrò tempo da perdere e deciderò di riguardare La Rafle tenterò di esprimerla meglio.

Ad ogni modo, anche in questo caso viva la tivù di Sua Maestà.

Nel caso mi sbagliassi, e la televisione nostrana avesse dato la luce a prodotti innovativi o anche solo non noiosi sull’argomento, sono pronta a ritrattare e ad ammettere umilmente i miei errori.

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