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Monday Movies (o quali film ho visto la scorsa settimana, ecco) #1

La scorsa settimana è stata cinematograficamente proficua, in parte a causa di un esame, tuttavia l’aspetto migliore del corso di studi che ho scelto è la possibilità di poter passare i pomeriggi al cinema “che ‘sto film devo vederlo per un esame”.

Ho preso dunque la saggia (!) decisione di inaugurare una rubrichetta il cui titolo potrebbe far pensare ad una cadenza settimanale, ma no. Molto probabilmente, mi dimenticherò della sua esistenza entro tre minuti; ne approfitto per domandare a qualche buonanima (non intendo le “buonanime” come defunti, forse dovrei riformulare: qualche anima pia) di ricordarmi via commento, Twitter, lettera minatoria o sasso contro la finestra della cucina di codesta rubrica.

Mi sento in dovere di aggiungere che la scrivo anche a causa dello stato di confusione estrema in cui verte la mia memoria, e della conseguente frustrazione ogni qualvolta in cui so di aver visto un determinato film, ma crepa se ricordo la faccia di un personaggio, una battuta o una sequenza.

Conclusa questa lunghissima introduzione, ecco i film che ho avuto il piacere o il dispiacere di vedere lungo gli ultimi sette giorni.

I hired a contract killer (Kaurismaki, 1990)

Era programma d’esame in quanto citato in questo libro, l’ho guardato sul mio “piccino” (netbook), in lingua originale. Mi è piaciuto molto, apprezzo quasi sempre le opere che giocano sulla perdita dell’identità e sulle problematiche legate alla messa in crisi dell’appartenenza; il protagonista Henri è l’Antoine de I quattrocento colpi (Jean Pierre Léaud), “catapultato” in una Londra in pieno riassestamento socio-politico cui cade vittima quando viene licenziato a seguito dell’approvazione di nuove normative sul lavoro. Le opere di Kaurismaki sono dense di silenzi, di “momenti morti” che dilatano la narrazione fino all’orlo del collasso e che non sempre retrocedono per permettere una chiusura finale: la non appartenenza di Henri, il senso di identità che solo il lavoro sembrava garantirgli sono stupendamente espressi in una sequenza praticamente priva di dialoghi, ma accompagnata da un’esibizione live di Joe Strummer, il quale canta una versione acustica di Burnin’ Lights: un brano che racchiude nell’ultima strofa un’appropriata definizione della vicenda di Henri, e di molti altri personaggi creati dallo stesso autore:

I realise I’ve left no trace

 

J.Edgar (Eastwood, 2011)

Ammetto di nutrire un forte pregiudizio nei confronti di Eastwood regista (credo di aver impiegato almeno quattro serate per arrivare alla fine di Million Dollar Baby senza addormentarmi, Changeling mi ha profondamente annoiata, mi sono tenuta a debita distanza da Invictus), tuttavia questo pregiudizio non mi impedisce di sottolineare le ottime prove registiche di Mystic River e Flags of Our Fathers, per dirne due. Esaurita questa premessa, posso candidamente affermare che ho apprezzato due elementi del film: la recitazione di DiCaprio (l’ho visto non doppiato) e la visione in una sala cinematografica. Punto. Mi è sembrato che storia ed estetica del film non riuscissero a fondersi, che la narrazione perdesse pezzi e che le scelte registiche non riuscissero a fare da collante; l’angolazione fuori asse della scena relativa all’esplosione a casa del senatore è solo la prima di molte inquadrature troppo classiche. La musica purtroppo non è migliore: i brani che accompagnano i momenti più intimi sono smielati, quasi stucchevoli. L’unico aspetto divertente è derivato dalla visione, alcune ore dopo, di un episodio di Fringe e delle conseguenti considerazioni relative alle due modalità del tutto opposte di raccontare l’FBI.

The Killing (Kubrick, 1956)

Come per il film di Kaurismaki, anche la visione di questo film è stata determinata dalla presenza di un’analisi all’interno del medesimo testo di esame. Ho avuto la grandissima opportunità di vederlo al cinema in lingua originale (anche se digitalizzato, e se c’è qualcosa che detesto quasi quanto il doppiaggio è la digitalizzazione delle pellicole). La capacità di Kubrick di esplorare i più svariati generi del cinema determina la costruzione (o distruzione?) di un noir apparentemente classico, ma strutturato per tasselli privi di continuità temporale pronti a collassare, così che il piano della banda collassa insieme alla narrazione. (Eastwood dovrebbe imparare da film come questo a fondere pratica cinematografica e narrazione).

Le Mépris (Godard, 1963)

L’unica versione che ho trovato è in lingua originale con sottotitoli in inglese, ma conoscendo le sfortunate vicissitudini che questo film ha avuto in Italia, direi che è stata la soluzione ottimale. Se Kaurismaki tende a procedere per sottrazione, Godard fa in questo film l’opposto: vi è infatti un accumulo di citazioni, rimandi ad altri film o al fare cinema in generale, così che ogni inquadratura sembra alludere o citare qualcos’altro. Un unico avvertimento: fanciulle, evitate questo film nei giorni “no”; l’immagine della Bardot a ventinove anni ucciderebbe l’autostima di chiunque.

Chiudo questo primo (ed ultimo?) appuntamento con “i film della settimana” per lanciare una monetina e decidere se guardare Snowtown o il mio amato Velvet Goldmine.

 

Immagini: qui e qui

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