cinema

Monday Movies & un sentito vaffanculo

Considerando che inspiegabilmente c’è chi ha apprezzato la rubrichetta del lunedì, e nonostante la scarsità di film visti lungo la scorsa settimana, ho deciso di persistere e dunque eccoci. Chi fosse interessato esclusivamente al “sentito vaffanculo”, può scorrere il post e recarsi direttamente in fondo.

La regina dei castelli di carta (Alfredson, 2010)

Informazione inutile e priva di interesse: sto cercando di leggere ad alta voce il titolo in svedese, e probabilmente sembro un’imbecille. Fine informazione. Dunque, ho finalmente – e con notevole ritardo – visto l’ultima parte della Millennium Trilogy; purtroppo, sia questo film che il precedente sono stati giudicati dalla sottoscritta in un’ottica comparativa con il primo, straordinario Uomini che odiano le donne (versione svedese, naturalmente). Purtroppo in quest’ottica non ne escono particolarmente bene, ma d’altra parte sarebbe folle non considerarli come parte di un “tutto”: è una trilogia? La tratteremo come tale. Devo tuttavia ammettere che la fotografia ed il ritmo narrativo sono decisamente migliori rispetto al poco rilevante La ragazza che giocava con il fuoco, forse penalizzato dal ruolo di anello di congiuntura tra la prima e la terza parte: cromaticamente, la maggior parte delle scene è costruita tra forti contrapposizioni blu-arancio (si escludono le sequenze in cui Bloomqvist riceve dagli ex membri della sezione delle informazioni, caratterizzate dalla presenza dei verdi), ed il montaggio riesce ad ovviare le difficoltà di ritmo del film precedente tenendo alta l’attenzione (perlomeno, la mia lo è stata). Credo che meriti essere guardato anche solo per la figaggine di Lisbeth, soprattutto nella prima scena ambientata in tribunale. Eccola:

Padre e figlio (Sokurov 2003)

Visione contaminata dalle brillanti considerazioni di un docente davvero… brillante (a differenza della mia sintassi odierna), e da un problema del proiettore che ha virato tutti i colori al verde; anch’esso è parte di una trilogia, e non è un film semplice. Indaga l’ambito complicato ed irrazionale delle relazioni familiari, lasciando che le domande dello spettatore troppo abituato al cinema narrativo (io) restino a mezz’aria, prive di risposte. Mi si perdonerà la difficoltà di scrivere di un film che non ho ancora pienamente metabolizzato (non mi accade spesso, credo che l’ultima volta sia successo con The Dreamers di Bertolucci), magari ci tornerò su.

Elegia dalla Russia (Sokurov 1990)

Non so se a qualcun altro è mai successo, sul finire di una nottata, di recarsi a casa di un amico per allontanare il momento di andare a dormire, fumare un’ultima sigaretta, smaltire un po’ la sbronza; ci si siede tutti sul divano, ci si stringe per far sedere l’amico che era andato in bagno e si accende la televisione. Immancabilmente, si finisce col guardare (tra un pisolino e l’altro) “i film russi su RaiTre, quelli in lingua originale”; nessuno riesce a seguire gli eventi del film, qualcuno ridacchia, solo uno (nel mio caso, uno degli amici che si allontanano ma che in qualche modo resta presente – non so in che modo, ancora non mi è chiaro) si scuote dal torpore, segue il film, impedisce agli altri di cambiare canale. Ecco, io sono sicura di aver visto questo film in una di quelle occasioni. Credo che queste poche righe possano aiutare più di mille descrizioni a comprendere la tipologia di film, son sicura che una serata simile sia capitata a chiunque.

 

Ed ora il sentito vaffanculo, che oggi esce spontaneo: credo che non sia necessario essere contrari alla linea ferroviaria ad alta velocità Torino-Lione* per comprendere che ciò che è avvenuto in Val di Susa (ed alla stazione Porta Nuova) sia assurdo, vergognoso ed indegno di un Paese democratico. Sostenere che le violenze possano essere partite dai manifestanti è espressione di cattiva fede o peggio, di ignoranza assoluta; che le forze dell’ordine si prestino al ruolo di squadristi per conto dei poteri forti è politicamente pericoloso, mentre l’uso della violenza per coprire l’impossibilità di spiegare concretamente perché mai il TAV dovrebbe essere necessario è solo sintomo di una classe politica indegna, arraffona, votata al malaffare. Quindi vaffanculo a chi ordina queste porcate, a chi le esegue ed a chi le giustifica. Citando ciò che scrisse De André su un altro periodo storico, straordinariamente simile al nostro: anche se voi vi credete assolti, siete per sempre coinvolti.

Stronzi.

*Anche se non comprendo come si possa essere d’accordo con una porcata del genere

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