cinema, Considerazioni sparse

Un martedì all’ora di pranzo, davanti al dipartimento di Storia delle Arti

Edit: ho modificato l’ultima battuta del dialogo, sostituendola con quella effettivamente pronunciata da E. quel martedì, a quell’ora ed in quel luogo perché come mi insegnò il relatore della tesi triennale, “la correttezza filologica prima di tutto”.

E. : Come stai?

A. : Lasciami perdere, non so più niente, chi è chi, chi ha fatto cosa… niente.

E. : Sai almeno quanti anni hai?

A. : L’età vera o quella dichiarata?

E. : C’è differenza?

A. : Quella dichiarata è ventidue. Ma tanto non ci crede nessuno.

E. : Attenta, rischi che ci credano tutti.

Ecco, ero stanca, nervosa, sudata (quanti minchia di gradi c’erano oggi a Pisa?!) e stavo per sostenere l’Esame con la E maiuscola, ma questa piccola, amichevole galanteria m’ha fatta sentir meglio.

Mi sa che oltre ad ingraziarmi il fato promettendo bevute alle amiche “se l’esame va bene”, dovrei cominciare anche a prometterne agli amici che supportano i miei piccoli svarioni anagrafici. Però alla lunga finirei per somigliare ad Anne Bancroft in Paradiso Perduto – uno dei miei personaggi preferiti, ed il verde mi dona molto, ma anche no.

(E., se vuoi da bere te lo offro lo stesso, galanteria per galanteria)

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Considerazioni sparse, teledipendenza

Considerazioni sparse: le situazioni sentimentali su Facebook

Intanto, tengo a scrivere che ho interpretato la vittoria della Juventus come un presagio di sventura relativo all’esame che sosterrò fra circa dodici ore (cazzocazzocazzo), pertanto invece di ripassare per l’ennesima volta l’intero programma, ho deciso di affidarmi al fato e far sì che esso guidi il mio futuro.

Poi mi verrà posta l’unica domanda cui non so rispondere, quella che sta nell’ultimo saggio del dossier*, ed io maledirò me stessa, il fato e la Juve per aver congiurato contro la buona riuscita dell’esame. Ho anche appena notato la noiosa ripetizione di post relativi alla vita universitaria, me ne dispiaccio ma purtroppo in questo periodo non svolgo molte altre attività. Non ho manco fatto la ceretta alle braccia, guarda un po’. (Episodico momento da femminuccia)

Ad ogni modo, l’ostinato rifiuto di svolgere attività culturali di un certo spessore mi ha portata a riflettere su un argomento un po’ delicato per alcuni (fortunatamente, non per me che me ne sbatto e ne scrivo con tutta la leggerezza di cui dispongo): lo status sentimentale su Facebook.

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Alta cultura, nevvero?

Trovo che la scelta di rendere pubbliche tali informazioni sia quantomeno strana (a meno che non si sia sposati da centoquarant’anni, ed anche lì non è mai detto), soprattutto in virtù dell’aggiornamento in tempo reale o quasi di eventuali rotture: se indicare nome e cognome del proprio partner può avere fini canini (da intendersi nell’accezione di delimitazioni territoriali) volti a dissuadere eventuali pretendenti, immagino che il momento di pubblica comunicazione del fallimento della relazione non sia particolarmente gratificante; dunque mi chiedo: perché?

Qual è la necessità che spinge centinaia di coppie a rendersi impegnate sul social network? Sarebbe forse meglio indicare cosa si è impegnati a fare, robe del tipo “… è impegnata a scrivere post idioti sul suo blog“? (Zuckerberg, assumimi ora prima che mi rivenda certe idee alla concorrenza)

Comprendo che la rete tentacolare che unisce gli amici su Facebook sia ormai divenuta una sorta di sublimazione della piazza di paese, e che dunque l’informazione ricevuta per sentito dire sia stata sostituita da quella acquisibile direttamente dal web: io per prima uso (ed abuso) di tale strumento per comunicare con gli amici lontani, per sapere cosa fanno e come stanno, tuttavia non credo che potrei mai rassegnarmi alla compilazione della casella situazione sentimentale, soprattutto perché ammettiamolo, chi non ha tra gli amici (o tra gli amici del partner) almeno una stronza maledetta (termine scientifico) che non aspetta altro che sapere che vi siete lasciati per provarci senza alcun pudore col novello single? Ometti, rileggete la frase al maschile e fatela valere anche per voi. Massì, son quelle (e quelli) che cliccano il fantomatico mi piace sotto la notizia della rottura, quelli del messaggio privato se hai bisogno di parlare io ci sono, quelli che dopo otto secondi netti dalla notizia stanno già chiamando tutta la rubrica del cellulare per dire ha lasciato la/il sfigata/o, che faccio gli/le chiedo di uscire? Non è già abbastanza penoso essersi lasciati, senza dover passare notti intere a premere refresh per scoprire quale sia la serpe in seno?

Mi chiedo dunque quale sia la reale utilità della casella situazione sentimentale, a maggior ragione dopo aver fallito nel dichiararmi fidanzata ufficialmente con me stessa (a quanto pare, Facebook ritiene che tale relazione non sia possibile). Prossimamente: l’arte di mandare messaggi subliminali attraverso la pubblicazione di link e status imbarazzanti, spesso corredati di immagini che somigliano alle copertine degli album di Gigi D’Alessio.

Tra le altre cazzate cose, ricordo che in qualche inutile puntata di qualche inutile telefilm uno dei protagonisti capiva che la sua fidanzata non era particolarmente felice all’idea di sposarlo notando il mancato cambiamento di situazione sentimentale. Ora che il mio punto di vista sulla tristezza di situazioni simili ha basi scientifiche, qualcuno ricorda di quale telefilm si trattasse? (Se è troppo imbarazzante, scrivetemelo privatamente. Grazie)

Ad ogni modo, il picco di sfigataggine risiede in coloro che trovano estremamente sensato, sensibile ed educato comunicare al partner l’avvenuta rottura attraverso il cambiamento di status. Gentiluomini (e gentildonne, ma in linea di massima si tratta d’ometti) d’altri tempi.

*Per la cronaca, è la domanda sul Malosso a Cremona. Se domani doveste trovare un post di bestemmie particolarmente colorite, saprete perché.

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Ve lo dico io come divertirvi davvero di venerdì sera

Allora giovincelli, dove siete in questa mite serata primaverile?

Siete in giro per locali, a passeggiare lungo i fiumi, a bere vini da otto euri al bicchiere nei dehors di qualche bistrot intimo e scicchettoso?

Pivelli. Ve lo dico io come ci si diverte il venerdì sera (se mi riesce di scrivere venerdì e non vederdì).

Ecco un’utile guida che ho preparato per l’occasione, così da svelarvi i segreti della serata perfetta. Che il venerdì deve essere perfetto, no? Bisogna scaricare lo stress e dare il via al fine settimana nel modo giusto, ché se il venerdì sera va male, sabato e domenica saranno un po’ tristi.

Primo: pianificare un esame universitario (o una scadenza lavorativa, fate voi) di importanza notevole per la settimana seguente, meglio se per il lunedì.

Secondo: decidere di preparare un altro esame universitario, possibilmente in una giornata, una e mezza al massimo.

Terzo: invitare alcuni amici per festeggiare insieme il Capodanno Pisano.

Quarto: decidere di passare le ore diurne del venerdì stesso a studiare per l’esame della settimana successiva, costi quel che costi.

Quinto: farsi assalire da una forma estremamente forte e fastidiosa di cistite mentre si è in biblioteca a studiare, così da farsi ridere dietro da un gruppo di ochette che pensano tu sia svenuta in bagno (no bimbe, stavo tentando di non bestemmiare tutto il Pantheon mentre mingevo con intervalli di due-tre secondi. Scusate. Bitches).

Sesto: sdraiarsi a letto, salutare quegli sfigati che passano il venerdì sera in giro per i locali del centro, fingere di studiare Il viaggio italiano di Margherita d’Austria ed invece guardare la 3×17 di The Vampire Diaries. Che quando si sta male, si ha il sacrosanto diritto di intupparsi il cervello di minchiate.

Occasionali corse in bagno condite da colorite bestemmie coroneranno la serata perfetta. Con un colpo di fortuna, un’amica caricherà su Facebook alcune vostre foto scattate dieci anni prima, quando i vostri capelli erano neri, il rossetto color sangue ed il dolcevita corvino era coronato da una collana di borchie. Ottimo tempismo,Zic.

No dài, non mi ringraziate, è stato un piacere.

Sì Marghe, sono subito da te.

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Libri

Tell me why – I don’t like tuesdays

Edit: il titolo è chiaramente un refuso dovuto alle mie attuali condizioni psicofisiche. Scusassero.

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Non contenta di dover sostenere un esame e.n.o.r.m.e che trascende quasi completamente la mia preparazione universitaria tra sei giorni,

non soddisfatta di avere visite per il fine settimana (gli amici scendono dalle terre sabaude per il Capodanno Pisano, non mi è ben chiaro di cosa si tratti ma se ci sono i fuochi d’artificio, per me va bene tutto) e di dover quindi sospendere lo studio forsennato di tale materia per due giorni,

incurante dei compiti che la prof. di inglese continua a rifilarmi ad ogni lezione,

ho deciso di concludere un lavoro per un esame che ho iniziato ed abbandonato ad ottobre. Questo lavoro è da consegnare entro domani, anch’esso riguarda argomenti che signoreiddioaiutamitù, sono seduta alla scrivania da circa tre ore e non sono neanche a metà.

Tutto ciò per dire che: non telefonatemi perché non parlo con nessuno da ore e la mia voce sembra provenire dall’oltretomba, non passate a trovarmi che non avrò tempo di fare una doccia fino a domani,

MA

se doveste avere sottomano una o più copie di un certo capolavoro della letteratura ottocentesca che narra di una coppia di fanciulli che pur di sposarsi è disposta a mettere sottosopra mezza Lombardia, sarete i benvenuti nella mia umile dimora.

Io ne ho una copia sola, ma citare una sola edizione mi sembra un po’ triste.

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cinema

Lech Majewski all’UniPì

Tra ieri ed oggi noi fortunelli del dipartimento di Storia delle Arti (non so se le maiuscole siano appropriate o meno, le metto per evitare di essere accusata di mancata pomposità o simili) abbiamo avuto la possibilità di guardare l’ultimo lavoro di Lech Majewski The Mill and the Cross, che nel nostro meraviglioso Paese è divenuto I colori della passione (il commento di una collega di università è stato “sembra il titolo di una soap opera di Rete4”, e datele torto), e di incontrare il regista stesso nel corso di una breve conferenza.

Mi rendo conto che avrei voluto scrivere di questi due eventi in modo serio ed appropriato, ma che con la breve introduzione qui sopra ho sfanculato tali nobili propositi e quindi ciò che verrà fuori sarà il solito post cazzaro, me ne dispiaccio e consiglio altri luoghi virtuali a chi volesse approfondire in modo appunto più serio ed appropriato.

La proiezione del film è avvenuta purtroppo in un’aula non particolarmente adatta a tale scopo, infatti la visione di chi era seduto (come la solita fortunella che scrive) nelle file posteriori è stata mutilata dalle teste degli spettatori che ci sedevano davanti. Nel mio caso, si trattava di una testa molto riccia. Questo inconveniente non ci ha tuttavia impedito di immergerci in un film estremamente differente (come ha ricordato il prof. De Santi, organizzatore dei due eventi che ad un certo punto potrebbe smettere di fumare nelle aule – just sayin’) dalle produzioni hollywoodiane cui si è abituati, sebbene esso sia stato realizzato utilizzando le più nuove ed innovative forme di tecnologia digitale; il film nasce dal dipinto di Pieter Bruegel La processione al Calvario, ed è costruito in modo tale da permettere un’immersione pressoché totale nel dipinto stesso, nella sua staticità dinamica (mi rendo conto che queste ultime due parole sembrano una stronzata se accostate, ma non mi veniva in mente un termine più adatto) e di creare un universo da cui traspare una concezione quasi fatalista, accentuata dai dialoghi (ridotti ai minimi termini, quasi a commento sonoro delle immagini) e dalla rotazione lenta ed inevitabile delle pale del mulino.

Il rapporto tra cinema ed arte è argomento peculiare di studio all’Università di Pisa (qui, son sicura che ci vanno le maiuscole), pertanto l’incontro di questo pomeriggio con Majewski è stato un’occasione davvero unica di confronto con un cineasta che ha saputo interpretare tale rapporto in modo inusuale e sorprendente; le riflessioni che ha condiviso con il pubblico presente hanno toccato i più svariati campi, dalle tecnologie utilizzate per la realizzazione del film al pensiero filosofico di Bruegel, all’elogio di “the opposite of moving” inteso come momento in cui gli eventi più importanti hanno luogo.

I racconti del regista relativi agli “esperimenti” effettuati per ottenere il giusto effetto nei costumi, nel paesaggio e nelle luci ci ha permesso di riscontrare come quella coesione tra tradizione ed innovazione che fa di The Mill and the Cross un film straordinario vada oltre il prodotto finito, e sia stata in qualche modo alla base del lavoro preparatorio: la colorazione artigianale dei tessuti attraverso la bollitura con mele e cipolle, i costumi realizzati a mano da quaranta sarte polacche, i test visivi per trovare l’ambientazione giusta e la decisione di realizzarla in computer grafica (salvo poi aggiustare le tonalità con l’ausilio di vetri affumicati), l’accurata ricerca della prospettiva che permettesse di restituire fedelmente la complessità visiva del quadro, la scoperta della geniale costruzione dell’opera su sette diverse prospettive i cui punti di fuga sono occupati da gruppi di personaggi sono tutti elementi che dimostrano come la tecnologia può essere applicata al cinema in modi ben più intelligenti, meno chiassosi ed esteticamente più rilevanti di quanto non si faccia solitamente (ti fischiano le orecchie, James Cameron?).

Le considerazioni teoriche sono state altrettanto interessanti, soprattutto in virtù dell’adesione al pensiero alla base del lavoro di Bruegel: da una parte la consapevolezza che gli eventi più importanti della Storia avvengono senza che qualcuno se ne accorga, dall’altra la celebrazione di quei personaggi che solitamente nell’arte sono relegati ad elementi di riempimento, e che egli colloca invece nel proscenio, strappandoli all’invisibilità della Storia.

Concludo con una considerazione personale: ieri pomeriggio a proiezione conclusa mi è venuta in mente una battuta di un film, che credo descriva adeguatamente lo stato d’animo prodotto dal film; si tratta della riflessione sulla bellezza contenuta in American Beauty.

(Se non avete idea di quale sia, cercatela su YouTube che ora c’ho da fare i compiti di inglese per domani e non ho tempo di andarla a recuperare).

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cinema

Facciamoci del male: i film dell’infanzia ed i loro effetti sulla (mia) psiche

Eqquindi è successo che il post precedente (sì, quello allegro e traboccante di gioia) ha scatenato una retrospettiva mentale che si è trasformata in ricerca compulsiva su YouTube. L’argomento di tale interessantissima operazione? I miei primi ricordi cinematografici.

I risultati sono stati oltremodo… inaspettati, quantomeno a livello generale, ed inaspettatamente (oh, giuro che se la vicina di sopra non smette di urlare ad un essere ignoto di girare su “RAIUNOOOO”, faccio saltare la corrente al condominio. Che tanto il netbook ha la batteria carica. Tamarra delle popolari mode: off), dicevo, inaspettatamente ricordo con chiarezza disarmante il contesto che ne accompagnò la visione.

Quindi pronti via, ecco un ulteriore tassello che, sommato a quelli già noti, rende estremamente probabile la previsione che mi vede ad imparare improbabili filastrocche a Ravenhill.

Se ripercorro la mia sciagurata esistenza a ritroso, l’elemento cinematografico che come una costante si ripresenta lungo un arco di tempo di circa… ahem… tutta la vita è Labyrinth di Jim Henson, e se qualcuno osasse affermare di non conoscerlo, costui verrebbe messo alla gogna, schernito ed obbligato ad una visione coatta – stile Arancia Meccanica – del film e di TUTTI i contenuti speciali. Finite le minacce (che oggi la tamarra che vive in me è particolarmente annoiata, e forse vuole fare a botte ma spero di no, ché son piccina e me le prenderei), torno alle mie memorie: c’è da premettere che durante gli anni dell’infanzia, i due sciagurati che mi hanno messa al mondo hanno tenuto un atteggiamento molto, ma molto restrittivo nei confronti della televisione; a noi bambine erano concessi i cartoni animati delle 20 ed il telegiornale delle 20:30, più la visione di alcuni film. Labyrinth era uno di questi, ed io lo amavo come solo una bambina sa amare una fiaba come quella. O come sa farlo un’ultraventenne prossima alla laurea, che poi è uguale. L’unica sofferenza era il finale: come accadeva con Peter Pan, non ho mai compreso il motivo per cui le protagoniste femminili di queste storie decidessero di tornare a casa. Eppoi il re di Goblyn aveva un’espressione così delusa, ed era l’unico a restare chiuso fuori dalla stanza… sì, sindrome di Stoccolma a palate. (Ad onor del vero, se Jareth avesse rapito la mia sorellina, non mi sarei sbattuta così tanto. Povera piccola bertuccia, quanti traumi ho da farmi perdonare). (pic)

Maledetta fanciulla dal cuore di pietra!

Proseguendo sul filo dei ricordi, si incontrano tre film animati: la primissima volta che entrai in un cinema vidi La Sirenetta, all’età di quattro anni; non so come sia possibile che ancora ricordi la sensazione di straniamento nel camminare in quell’enorme sala buia, senza sapere ciò che sarebbe successo di lì a poco: immagini animate di dimensioni incredibili, granchi canterini e sirene innamorate. Una figata, così com’è una figata ricordare ancora oggi quelle sensazioni.

Arriviamo però agli altri due film animati: non so se qualcun altro ricorda quell’atmosfera un po’ oscura che pervase parte della produzione animata tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta; io la rimembro perché quei due film maledetti, Taron e la pentola magica e La collina dei conigli, me la facevano far sotto dalla paura. Se il primo non era poi così pauroso (ma andatelo a dire ad una bambina che vede un drago orribile rapire il maialino di Taron con i suoi artigli affilati), il secondo è stato un trauma spaventoso. Tipo che alcuni anni fa chiesi ad un amico di scaricarlo trovarmene una copia, ma impiegai settimane prima di riguardarlo: sangue, conigli che strappano le orecchie ad altri conigli, gatti incazzati e chi più ne ha, più ne metta. (Però è un gran film, giuro. Purtroppo, ogni qualvolta decida di guardarlo la Piccola Me si ripresenta lagnosa e spaventata, rendendo talvolta la visione un tantinello spiacevole). (pic1 e pic2)

Eddai, non venitemi a dire che sono personaggi da film per bambini!

Bello il coniglietto, né?

Per concludere questa raccolta di traumi infantili, ho conservato i due aneddoti meno verosimili ma assolutamente reali: la visione de La guerra del fuoco e Schindler’s List, verso i nove anni.

Se il primo titolo non era parte – almeno, non che io sappia – di un “progetto educativo” specifico (ma forse invece sì, dovrei chiedere a mio padre), e la sua presenza in casa era imputabile alle maledette collane di videocassette de L’Unità, il secondo film aveva un valore educativo assolutamente chiaro che purtroppo coinvolse un’altra bambina (Alice, se mi leggi, sappi che mi dispiace tantissimo). (pic)

Accadde che mio padre si adirò perché scoprì che gli ultimi due libri che avevo preso in prestito dalla biblioteca della mia scuola elementare erano Se questo è un uomo e La tregua; un po’ scioccato dalla notizia, decise che se volevo approfondire tali argomenti, avremmo passato il pomeriggio a guardare Schindler’s List e lui mi avrebbe spiegato cos’è la Shoah, quando e come avvenne, eccetera. Il caso volle che la mia amichetta Alice mi telefonasse proprio quel sabato pomeriggio per giocare insieme; mio papà la invitò a guardare il film con noi.

Ora, provate ad immaginare due bambine di nove anni sedute su un divano con gli occhi sbarrati, mentre il mio papà periodicamente metteva il film in pausa e ci spiegava cosa stava succedendo. Ovviamente lui non ricorda, ma ogni volta che io ed Alice ci rivediamo, ricordiamo quell’incredibile pomeriggio. (pic)

Comunque Spielberg, sei perfido. Povero bambino.

E pensare che, nonostante tutto ciò che ho appena scritto, ho comunque voluto studiare Cinema. Mi sa che il ricovero a Ravenhill è sempre più vicino.

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cinema, Considerazioni sparse, musica

The product of a broken home

Credo capiti a tutti. Ad alcuni più spesso, ad altri più raramente.

Quando succede a me, di solito il muscolo cardiaco perde un battito e le orecchie tentano di staccarsi dalla testa e di fuggire.

Gli esempi più traumatici sono stati American Beauty e Correndo con le forbici in mano, seguiti da altri meno scioccanti, ma ugualmente bizzarri*.

Mi sto ovviamente riferendo (i due film citati l’avranno già fatto intuire ad alcuni) a quei terribili momenti in cui un personaggio, una situazione o anche solo una battuta ti colpiscono in faccia come uno schiaffo e ti fanno pensare

Cazzo, proprio come a casa mia” (la parolaccia è d’obbligo, se non c’è lo shock non è reale)

Purtroppo, spesso tale spontanea considerazione non si accompagna ad un sentimento consolatorio tipo “allora non capita solo a me”, quanto ad un raggelante “siamo davvero così psicopatici?”

Nella maggior parte dei casi, la risposta è sì.

Non importa se si tratta del papà che si ammazza di canne, ci prova con le amichette di tua sorella o col padre della tua ragazza, se è la mamma a scrivere poesie illeggibili e ad inviarle a qualsiasi rivista specializzata o se tua sorella si nasconde a riposare nel masturbatorium di vostro padre che rientra comunque in questa lista in quanto proprietario di una stanza adibita a tale attività, se la tua matrigna mangia crocchette per gatti o se tua sorella vuole fuggire con uno spacciatore**. C’è poco da fare, qualunque sia l’espressione della follia che pervade il tuo parentado, essa è molto peggio di quanto tu possa pensare vivendola a distanza ravvicinata.

Ho ripensato a tale terribile sensazione a seguito di una breve visita della sorellina che alcuni post fa chiamai “bertuccia”, soprannome sostituito negli anni da “A beautiful mind” (a causa della natura dei suoi studi, non di una schizofrenia grave); la piccola scimmietta alcuni anni fa guardava in modo quasi compulsivo American Beauty, tanto da far preoccupare uno dei nostri genitori che non ne comprendeva il motivo. Và a spiegare che alcune sequenze avrebbero potuto essere dei filmini di famiglia.

*Tipo Il Padrino, ma non ho alcuna intenzione di specificare quale delle tre parti, né quale sequenza, tantomeno il personaggio. Però posso affermare che non è la sequenza della testa di cavallo. Giuro.

**Naturalmente, ho evitato di inserire in questo elenco gli spunti che mi fanno pensare alla mia famiglia. Anche se un cognato che vende erba potrebbe essere occasionalmente utile.

(Chiudo con la canzone che per lunghi anni ho vissuto come una sorta di biografia, come esempio di quando il “come a casa mia” assume davvero le sfumature consolatorie del “allora non succede solo a me”, e mi scuso per la pesantezza dell’articolo)

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