cinema

Facciamoci del male: i film dell’infanzia ed i loro effetti sulla (mia) psiche

Eqquindi è successo che il post precedente (sì, quello allegro e traboccante di gioia) ha scatenato una retrospettiva mentale che si è trasformata in ricerca compulsiva su YouTube. L’argomento di tale interessantissima operazione? I miei primi ricordi cinematografici.

I risultati sono stati oltremodo… inaspettati, quantomeno a livello generale, ed inaspettatamente (oh, giuro che se la vicina di sopra non smette di urlare ad un essere ignoto di girare su “RAIUNOOOO”, faccio saltare la corrente al condominio. Che tanto il netbook ha la batteria carica. Tamarra delle popolari mode: off), dicevo, inaspettatamente ricordo con chiarezza disarmante il contesto che ne accompagnò la visione.

Quindi pronti via, ecco un ulteriore tassello che, sommato a quelli già noti, rende estremamente probabile la previsione che mi vede ad imparare improbabili filastrocche a Ravenhill.

Se ripercorro la mia sciagurata esistenza a ritroso, l’elemento cinematografico che come una costante si ripresenta lungo un arco di tempo di circa… ahem… tutta la vita è Labyrinth di Jim Henson, e se qualcuno osasse affermare di non conoscerlo, costui verrebbe messo alla gogna, schernito ed obbligato ad una visione coatta – stile Arancia Meccanica – del film e di TUTTI i contenuti speciali. Finite le minacce (che oggi la tamarra che vive in me è particolarmente annoiata, e forse vuole fare a botte ma spero di no, ché son piccina e me le prenderei), torno alle mie memorie: c’è da premettere che durante gli anni dell’infanzia, i due sciagurati che mi hanno messa al mondo hanno tenuto un atteggiamento molto, ma molto restrittivo nei confronti della televisione; a noi bambine erano concessi i cartoni animati delle 20 ed il telegiornale delle 20:30, più la visione di alcuni film. Labyrinth era uno di questi, ed io lo amavo come solo una bambina sa amare una fiaba come quella. O come sa farlo un’ultraventenne prossima alla laurea, che poi è uguale. L’unica sofferenza era il finale: come accadeva con Peter Pan, non ho mai compreso il motivo per cui le protagoniste femminili di queste storie decidessero di tornare a casa. Eppoi il re di Goblyn aveva un’espressione così delusa, ed era l’unico a restare chiuso fuori dalla stanza… sì, sindrome di Stoccolma a palate. (Ad onor del vero, se Jareth avesse rapito la mia sorellina, non mi sarei sbattuta così tanto. Povera piccola bertuccia, quanti traumi ho da farmi perdonare). (pic)

Maledetta fanciulla dal cuore di pietra!

Proseguendo sul filo dei ricordi, si incontrano tre film animati: la primissima volta che entrai in un cinema vidi La Sirenetta, all’età di quattro anni; non so come sia possibile che ancora ricordi la sensazione di straniamento nel camminare in quell’enorme sala buia, senza sapere ciò che sarebbe successo di lì a poco: immagini animate di dimensioni incredibili, granchi canterini e sirene innamorate. Una figata, così com’è una figata ricordare ancora oggi quelle sensazioni.

Arriviamo però agli altri due film animati: non so se qualcun altro ricorda quell’atmosfera un po’ oscura che pervase parte della produzione animata tra la fine degli anni Settanta e la metà degli anni Ottanta; io la rimembro perché quei due film maledetti, Taron e la pentola magica e La collina dei conigli, me la facevano far sotto dalla paura. Se il primo non era poi così pauroso (ma andatelo a dire ad una bambina che vede un drago orribile rapire il maialino di Taron con i suoi artigli affilati), il secondo è stato un trauma spaventoso. Tipo che alcuni anni fa chiesi ad un amico di scaricarlo trovarmene una copia, ma impiegai settimane prima di riguardarlo: sangue, conigli che strappano le orecchie ad altri conigli, gatti incazzati e chi più ne ha, più ne metta. (Però è un gran film, giuro. Purtroppo, ogni qualvolta decida di guardarlo la Piccola Me si ripresenta lagnosa e spaventata, rendendo talvolta la visione un tantinello spiacevole). (pic1 e pic2)

Eddai, non venitemi a dire che sono personaggi da film per bambini!

Bello il coniglietto, né?

Per concludere questa raccolta di traumi infantili, ho conservato i due aneddoti meno verosimili ma assolutamente reali: la visione de La guerra del fuoco e Schindler’s List, verso i nove anni.

Se il primo titolo non era parte – almeno, non che io sappia – di un “progetto educativo” specifico (ma forse invece sì, dovrei chiedere a mio padre), e la sua presenza in casa era imputabile alle maledette collane di videocassette de L’Unità, il secondo film aveva un valore educativo assolutamente chiaro che purtroppo coinvolse un’altra bambina (Alice, se mi leggi, sappi che mi dispiace tantissimo). (pic)

Accadde che mio padre si adirò perché scoprì che gli ultimi due libri che avevo preso in prestito dalla biblioteca della mia scuola elementare erano Se questo è un uomo e La tregua; un po’ scioccato dalla notizia, decise che se volevo approfondire tali argomenti, avremmo passato il pomeriggio a guardare Schindler’s List e lui mi avrebbe spiegato cos’è la Shoah, quando e come avvenne, eccetera. Il caso volle che la mia amichetta Alice mi telefonasse proprio quel sabato pomeriggio per giocare insieme; mio papà la invitò a guardare il film con noi.

Ora, provate ad immaginare due bambine di nove anni sedute su un divano con gli occhi sbarrati, mentre il mio papà periodicamente metteva il film in pausa e ci spiegava cosa stava succedendo. Ovviamente lui non ricorda, ma ogni volta che io ed Alice ci rivediamo, ricordiamo quell’incredibile pomeriggio. (pic)

Comunque Spielberg, sei perfido. Povero bambino.

E pensare che, nonostante tutto ciò che ho appena scritto, ho comunque voluto studiare Cinema. Mi sa che il ricovero a Ravenhill è sempre più vicino.

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