cinema

Lech Majewski all’UniPì

Tra ieri ed oggi noi fortunelli del dipartimento di Storia delle Arti (non so se le maiuscole siano appropriate o meno, le metto per evitare di essere accusata di mancata pomposità o simili) abbiamo avuto la possibilità di guardare l’ultimo lavoro di Lech Majewski The Mill and the Cross, che nel nostro meraviglioso Paese è divenuto I colori della passione (il commento di una collega di università è stato “sembra il titolo di una soap opera di Rete4”, e datele torto), e di incontrare il regista stesso nel corso di una breve conferenza.

Mi rendo conto che avrei voluto scrivere di questi due eventi in modo serio ed appropriato, ma che con la breve introduzione qui sopra ho sfanculato tali nobili propositi e quindi ciò che verrà fuori sarà il solito post cazzaro, me ne dispiaccio e consiglio altri luoghi virtuali a chi volesse approfondire in modo appunto più serio ed appropriato.

La proiezione del film è avvenuta purtroppo in un’aula non particolarmente adatta a tale scopo, infatti la visione di chi era seduto (come la solita fortunella che scrive) nelle file posteriori è stata mutilata dalle teste degli spettatori che ci sedevano davanti. Nel mio caso, si trattava di una testa molto riccia. Questo inconveniente non ci ha tuttavia impedito di immergerci in un film estremamente differente (come ha ricordato il prof. De Santi, organizzatore dei due eventi che ad un certo punto potrebbe smettere di fumare nelle aule – just sayin’) dalle produzioni hollywoodiane cui si è abituati, sebbene esso sia stato realizzato utilizzando le più nuove ed innovative forme di tecnologia digitale; il film nasce dal dipinto di Pieter Bruegel La processione al Calvario, ed è costruito in modo tale da permettere un’immersione pressoché totale nel dipinto stesso, nella sua staticità dinamica (mi rendo conto che queste ultime due parole sembrano una stronzata se accostate, ma non mi veniva in mente un termine più adatto) e di creare un universo da cui traspare una concezione quasi fatalista, accentuata dai dialoghi (ridotti ai minimi termini, quasi a commento sonoro delle immagini) e dalla rotazione lenta ed inevitabile delle pale del mulino.

Il rapporto tra cinema ed arte è argomento peculiare di studio all’Università di Pisa (qui, son sicura che ci vanno le maiuscole), pertanto l’incontro di questo pomeriggio con Majewski è stato un’occasione davvero unica di confronto con un cineasta che ha saputo interpretare tale rapporto in modo inusuale e sorprendente; le riflessioni che ha condiviso con il pubblico presente hanno toccato i più svariati campi, dalle tecnologie utilizzate per la realizzazione del film al pensiero filosofico di Bruegel, all’elogio di “the opposite of moving” inteso come momento in cui gli eventi più importanti hanno luogo.

I racconti del regista relativi agli “esperimenti” effettuati per ottenere il giusto effetto nei costumi, nel paesaggio e nelle luci ci ha permesso di riscontrare come quella coesione tra tradizione ed innovazione che fa di The Mill and the Cross un film straordinario vada oltre il prodotto finito, e sia stata in qualche modo alla base del lavoro preparatorio: la colorazione artigianale dei tessuti attraverso la bollitura con mele e cipolle, i costumi realizzati a mano da quaranta sarte polacche, i test visivi per trovare l’ambientazione giusta e la decisione di realizzarla in computer grafica (salvo poi aggiustare le tonalità con l’ausilio di vetri affumicati), l’accurata ricerca della prospettiva che permettesse di restituire fedelmente la complessità visiva del quadro, la scoperta della geniale costruzione dell’opera su sette diverse prospettive i cui punti di fuga sono occupati da gruppi di personaggi sono tutti elementi che dimostrano come la tecnologia può essere applicata al cinema in modi ben più intelligenti, meno chiassosi ed esteticamente più rilevanti di quanto non si faccia solitamente (ti fischiano le orecchie, James Cameron?).

Le considerazioni teoriche sono state altrettanto interessanti, soprattutto in virtù dell’adesione al pensiero alla base del lavoro di Bruegel: da una parte la consapevolezza che gli eventi più importanti della Storia avvengono senza che qualcuno se ne accorga, dall’altra la celebrazione di quei personaggi che solitamente nell’arte sono relegati ad elementi di riempimento, e che egli colloca invece nel proscenio, strappandoli all’invisibilità della Storia.

Concludo con una considerazione personale: ieri pomeriggio a proiezione conclusa mi è venuta in mente una battuta di un film, che credo descriva adeguatamente lo stato d’animo prodotto dal film; si tratta della riflessione sulla bellezza contenuta in American Beauty.

(Se non avete idea di quale sia, cercatela su YouTube che ora c’ho da fare i compiti di inglese per domani e non ho tempo di andarla a recuperare).

(pic)

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