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Istantanee di un 25 Aprile

Giorgio Canali che bestemmia copiosamente e deride gli striscioni “W LA PACE”, e dategli torto: se si stava a pensà alla pace vedrai quando ci si levava di culo fascisti e nazisti.

Genitori che portano via i bambini dall’area del concerto a seguito delle esternazioni di cui sopra.

Rendersi conto dell’ingente numero di studenti alternativoidi presente a Pisa, tutti o quasi radunati a Fornacette.

Il menù delle bevande, che specificava che l’aranciata servita non era Fanta, e la cola non era Coca. E che accanto alla dicitura “bicchiere d’acqua”, riportava la scritta “Gratis perché è un diritto”.

La bottiglie di Regent Kníže in borsa, ed il terrore che quest’ultima si sfondasse.

Gli svarioni storici del commentatore, che sosteneva che i partigiani avessero lottato per difendere la costituzione (o qualcosa del genere). Ma forse parlava dello Statuto Albertino, chissà.

Il disgusto profondo per il discorso del Presidente della Repubblica.

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cinema

La distribuzione italiana dei film fa schifo

Alcune settimane fa inserii nei Monday Movies un film molto complesso ed affascinante, Hunger di Steve McQueen (non quello Steve McQueen, e neanche quell’altro. Un altro ancora).

Ieri sera scopro che a partire da venerdì, verrà distribuito nelle sale italiane.

Alcune brevi considerazioni:

– il film uscì nel 2008, in Italia nessuno manifestò interesse per la sua distribuzione

-quest’anno un altro film diretto da McQueen ed interpretato da Michael Fassbender, Shame, ha ottenuto molto successo

-uno dei probabili fenomeni cinematografici di questa primavera sarà Hunger Games

Magari sbaglio, ma a me pare abbastanza evidente perché la BiM abbia deciso di distribuirlo ora.

La locandina ammicca al successo di Shame, sottolineando che questo film è stato realizzato prima di esso; è il caso di sputtanarsi in questo modo? Come se non fosse abbastanza imbarazzante la mancata distribuzione di un film che ha vinto la Camera d’Or a Cannes, il premio per l’esordio più promettente ai BAFTA del 2009 ed altri riconoscimenti a Toronto e Venezia.

La mia avversione per il doppiaggio è nota, ma in questo caso ampliamente giustificata: ho guardato il trailer italiano (che fa – per usare un francesismo – cagare) e non oso immaginare cosa dev’essere il monologo di Fassbender per intero, perché l’unica battuta presente nel trailer presenta un’enfasi talmente eccessiva da snaturare il senso di ciò che viene detto, del contesto in cui avviene, del personaggio e dell’aderenza storica.

Se proprio volete vederlo, vi passo la versione in lingua originale sottotitolata.

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amori, Torino, universi paralleli, what I call love

Universi Paralleli: gli amici d’infanzia (part I)

“Queste “piccole donne”, quanto sono piccole? Voglio dire…sono piccole da far paura?”  (Joey Tribbiani)

Certe amicizie d’infanzia non te le togli più di torno.

Ci puoi provare, puoi anche trasferirti a 400 chilometri di distanza, niente da fare: un se movono.

Sono gli unici ad essere nei tag del blog, che non è che il tag lo si regala così, senza pensarci.

Quando ho conosciuto Martina, voleva farmi dormire sotto la finestra da cui entrava la pioggia. Pioveva da una settimana ed io ero appena guarita dagli orecchioni. Cercare di farmi venire la polmonite a otto anni è sempre un ottimo inizio.

Abitavamo in due paesini adiacenti, ci appiccicammo una all’altra e così rimanemmo fino ai quattordici anni. Finimmo per somigliarci fisicamente, ancora oggi ci prendono per sorelle. Lei è quella figa naturalmente.

Un giorno di circa tredici anni fa, mi confessò di avere una cotta per il mio fidanzatino, uno che mi piaceva da un paio d’anni abbondanti. Le dissi di prenderselo, che se era contenta lei, ero contenta pure io. (Ovviamente sto enfatizzando, mi ero stancata del fanciullo e fui ben contenta di farmi da parte)

Quando mi ricoverarono in ospedale durante le vacanze di Natale del ’99, venne tutti i giorni a trovarmi e a mangiare i miei pasti. Venni dimessa la sera di Capodanno, festeggiammo insieme vestite come delle imbecilli (ovviamente, ci vedevamo molto fighe).

Guardavamo Friends in televisione, sognando una casa condivisa con altri amici. Avevamo già progettato le stanze e lei sa ancora a memoria il “ballo di Joey”.

Si trasferì in città, ci vedemmo sempre meno. Compleanni, qualche serata. Poca roba. Quando riuscivamo ad incontrarci sembrava non fosse passato un giorno, tuttavia sembrava che le strade si fossero separate.

Un giorno qualsiasi di un qualsiasi luglio del 2005, la mia genitrice-dittatrice mi comunicò con fare marziale che ci saremmo a breve trasferite in città. A breve significava due settimane dopo. Improvvisai urla, scenate e minacce.

Attese che concludessi la mia messinscena per dirmi che l’appartamento nuovo era nella via in cui abitava Martina. Lei stava al civico 13, noi saremmo andate al 15.

C’è bisogno di dire che smisi immediatamente di fare piazzate?

Certe mattine autunnali andavamo insieme in università, ed in alcune occasioni ci scoprivamo vestite nello stesso modo. Sembravano tornati i tempi del ti-guardo-e-capisco-a-cosa-pensi, e fu effettivamente così.

Abitare una accanto all’altra voleva dire vedersi almeno una volta al giorno, anche solo per un caffè, una commissione in posta o una sigaretta sotto casa.

Ci furono i cinema, le sbronze nel bar dietro casa o sul suo divano, i matrimoni dei vecchi amici diventati adulti molto prima di noi.

Ci fu un altro ricovero in ospedale, venne a farmi compagnia anche se non c’era cibo da scroccarmi.

Il temporaneo trasferimento a Pisa non ha cambiato nulla, ha solo aggiunto un po’ di nostalgia.

Prima ancora della mia famiglia, quando decido di tornare a Torino avverto lei.

E lei mette una bottiglia di rosso in frigo.

A breve, Amici d’Infanzia episodi 2 e 3: Mickey Blu ed El Masnou

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cinema

I dolori della giovane studentessa di cinema (ovvero quando dovetti guardare Breaking Dawn)

Sto seguendo questo corso di inglese che somiglia più alle lezioni tra precettore e giovani rampolli della nobiltà seicentesca: due sole studentesse a frequentare, docente madrelingua che ci fa sedere davanti alla cattedra e ci dà i compiti da una lezione all’altra.

Sfortunatamente per la mia compagna di corso, ho delle lacune grammaticali non indifferenti perché a quanto pare, è evidente che ho imparato l’inglese principalmente dai film.

Ne consegue che spesso, i compiti a casa consistono in esercizi grammaticali. Che non sto a dire quanto ho impiegato a capire la regola dei tre condizionali, ed anche ora non è che sia proprio sicura di averla chiara.

Questa settimana, dopo un after di tre ore e mezza (8.30-12, stavo per avere le convulsioni), ci è stata assegnata la stesura di una recensione di film. Contenta come una Pasquetta, volevo scrivere di quel film a cui ho accennato ieri: mi serve per la tesi, a conti fatti avrei dimezzato il lavoro totale.

E invece.

Invece la consegna era un attimino più specifica: recensione di un film di successo che non ti è piaciuto. Senza sbirciare su internet, quindi in linea di massima un film recente.

Avendo già massacrato J.Edgar nel corso di una lezione precedente, ho avuto qualche difficoltà a scegliere: il film che avrei voluto recensire non ha avuto (alcun) successo, quindi eliminato in partenza.

Poi, la rivelazione. Ho deciso di farmi del male, e di farmene tanto.

Così dopo pranzo mi sono seduta sul letto, la copertina a stampa tartan sulle gambe, gli occhiali sul naso, pronta a sprecare un paio d’ore e alla possibilità di avere crisi convulsive. Forse avrei dovuto procurarmi della vodka.

‘nsomma, ho appena visto la prima metà di Breaking Dawn. Gente, io non so come ma credo che al mondo non ci siano abbastanza parole dispregiative per descrivere quel film.

Che va bene tutto, va bene sfanculare tutta la tradizione culturale in fatto di vampiri, va bene mettergli le lenti a contatto gialle e farli luccicare invece che bruciare alla luce solare, va bene renderli dei fighetti upper-class deprivandoli del fascino decadente di più illustri predecessori. Ma miseriaccia ladra, i personaggi rasentano l’irrilevanza più assoluta.

Bravo Drà, copriti gli occhi che è meglio (pic)

Le prime sequenze suggeriscono che gli stati d’animo di Bella oscillino tra l’ansia e la felicità, ciò che arriva allo spettatore è noia: la fanciulla sembra perennemente tediata, sfido chiunque a sostenere che l’espressione che assume durante la camminata lungo la navata esprima altro a parte “Fanculo, che cazzo ci faccio qui?”.

Da parte sua, Edduccio (cit.) continua ad avere quei contorni un po’ paterni che lo rendono leggermente… come dire, viscido? (Ora le fan di Ròbbe Pèttiso mi lapideranno), però sono solo arrivata a metà visione, quindi magari (seh, magari) non sarà così fino alla fine.

Devo ammettere però che la sequenza del primo sogno di Bella è gradevole, con un buon uso delle cromie e con inquadrature decenti. Peccato si tratti – appunto – di una sequenza onirica brevissima che presto lascia spazio ad una fotografia pressoché irrilevante (escludendo l’uso del rosso lungo le sequenze brasiliane, che non è affatto male).

Approposito del Brasile, ma… Edward non luccicava al sole? No? Ricordo male io?

Dov'è finito il luccichio?! (pic)

E già che ci siamo, ma i lupacchiotti devono per forza indossare camicie di flanella a fantasia tartan che neanche Dawson Leery nei suoi giorni peggiori?

Ad ogni modo, metto da parte ogni preconcetto e finisco di guardarlo con la mente aperta.

Magari prima vado a comprare una bottiglia di vino dall’indiano.

To be continued…

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cinema

Buoni propositi e grandi illusioni per il futuro

Stamattina ero partita bene, con le migliori intenzioni.

Volevo scrivere di un film che aspettavo di vedere da mesi, e che finalmente ho guardato ieri sera. Delle difficoltà che ho avuto con l’accento di Belfast e con le lenti a contatto (altrui).

Volevo scriverne tanto, e bene, non riempiendo le righe di minchiate come faccio di solito.

Ho quindi cercato informazioni online, giusto per evitare strafalcioni.

Purtroppo, Amazon.com ha risucchiato la mia attenzione ed occupato il mio tempo fino a… tre secondi fa, ecco.

Voglio comprare tutti i libri esistenti per scrivere la tesi più figa del secolo. In fondo sto secolo per ora son solo dodici anni, non mi sembra un compito impossibile. Speriamo che nessun tesista faccia scoperte rivoluzionarie nel frattempo, che sennò son fottuta.

Ora potrei anche scrivere del film, però è ora di pranzo ed io sto sperando da stamattina che a mensa ci sia la verdesca alla siciliana (non cercatela su Google, a quanto pare esiste solo nelle mense pisane).

Però oggi pomeriggio lo faccio. Al massimo domani.

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Citazioni a casaccio, teledipendenza

Citazioni a casaccio: “Mi si spezza il cuore: indossate dei cardigan!”

“We’re young! We’re supposed to drink too much, we’re supposed to have bad attitudes and shag each others brains out. We are designed to party! This is it! Yeah, so a few of us will overdose, or go mental. But Charles Darwin said, ‘You can’t make an omlette, without breaking a few eggs.’ And that’s what it’s all about, breaking eggs. And by eggs, I do mean, getting twatted on a cocktail of class A’s! If you could just see yourselves. It breaks my heart; you’re wearing cardigans! We had it all. We fucked up, bigger, and better than any generation that came before us! WE WERE SO BEAUTIFUL! We’re screw ups. I’m a screw up. And I plan to be a screw up, until my late twenties, maybe even my early thirties. And I will shag my own mother, before I let her, or anyone else, take that away from me!!!”

Nathan Young (Robert Sheehan) in Misfits stagione 1, episodio 6

pic: misfitsworld.tumblr.com

 

 

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Considerazioni sparse

Sopravvivere alla primavera pisana

Ah, la primavera pisana. Puoi andare a prendere il sole in piazza dei Miracoli e ritrovarti sotto la pioggia battente, o uscire con gli stivali da pioggia e ritrovarti nel bel mezzo di una giornata quasi estiva.

Tipo che la mia borsa contiene ombrello, occhiali da sole, maglia pesante e forse dovrei aggiungere un paio di ballerine pieghevoli, che non è carino farsi una giornata intera indossando stivali se ci sono 40 gradi ed un’umidità al 99%. E poi c’è chi stupisce delle dimensioni delle borse femminili.

Il consiglio migliore per i neofiti della vita sulle sponde dell’Arno è solo uno: non fidarti del cielo mattutino. Mai.

Andrebbe ripetuto tipo mantra ogni sera prima di addormentarsi, e scritto sul vetro della finestra per averlo ben chiaro quando si controlla il cielo prima di vestirsi ed uscire. Perché la giornata non corrisponde mai alle premesse mattutine, in particolar modo a quelle visibili tra le 8 e le 9.30. E così non solo ci si sveglia presto, ci si ritrova anche vestiti come degli idioti (nella migliore delle ipotesi) o allegramente rinfrescati dalle cascate che scendono dalle grondaie.

Il livello successivo di difficoltà riguarda i modi più comuni per ripararsi dagli acquazzoni, altrimenti detti ombrelli. Se è vero (e lo è) che quelli pieghevoli sono tremendamente comodi in quanto spariscono facilmente in una qualsiasi borsa a temporale terminato, bisogna ricordare che la gentil pioggia pisana s’accompagna sempre a più o meno intense folate di vento che – ma guarda un po’ – tendono a distruggere impietosamente le fragili strutture degli ombrellini tascabili.

Ci sono gli ombrelli grandi, quelli stile impiegato della City o spiaggia di Tirrenia il 15 di agosto, ma qui si torna al punto di partenza: che te ne fai di un metro e mezzo d’ombrello quando Pisa decide che è ora di far uscire un sole che neanche a Marina di Vecchiano in alta stagione? (è una domanda retorica, prego evitare di elencare luoghi improbabili con commenti dotati di scarsa ironia)

Aggiungiamo un punto di difficoltà? Considerata l’altissima, quasi imbarazzante percentuale di popolazione studiante, non sarà difficile vedere fanciulle nel fiore degli anni impegnate a sorreggere la borsa, una shopper colma di libri, la giacca impermeabile, il pc e l’ombrello. Roba da arrivare a casa più sudate di Jury Chechi alle Olimpiadi di Tokyo.

L’ostacolo definitivo è costituito dai marciapiedi del centro città: le pietre di cui sono composti tendono ad avere una stabilità pari alla situazione economica dell’Eurozona, e a nascondere pozzanghere profonde come pozzi. Provate a mettere un piede su una di esse dopo un temporale, magari mentre indossate indumenti chiari.

I santi del calendario non avranno più segreti.

Poi magari, evitate di dotarvi di un ombrello modello spiaggia argentato all’esterno e raffigurante un cielo notturno con tanto di luna e stelle all’interno. Ma forse è una raccomandazione inutile, forse sono l’unica a possedere una tale meraviglia.

A favore di Pisa, c’è da ammettere che quando il tempo non fa i capricci, la primavera le dona moltissimo.

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