cinema

Monday Movies

Torna dopo (inserire numero a piacimento) settimane di assenza la rubrichetta dei film visti durante la settimana, corredati di commenti più o meno coerenti. Mi è stato fatto notare che tendo a dimenticare di inserire le sinossi dei film e che il risultato tende ad essere un po’ confusionario, quindi tenterò di ricordarmi di farlo.

Young Adult (Reitman 2012)

(Per una recensione completa rimando al blog The Emerald Forest) Mavis (Charlize Theron), trentottenne originaria di un paesello di campagna del Minnesota, è una ghost writer di romanzi per “giovani adulti” incapace di slegarsi dal ruolo di reginetta delle scuole superiori; convinta che il suo destino sia accanto al fidanzatino dell’epoca, torna al paesello per tentare di riconquistarlo, nonostante egli sia sposato ed abbia da poco avuto una bambina. Il film procede senza scossoni verso una fine abbastanza “telefonata” fin dal principio, tracciando i contorni di un personaggio problematico che resta tuttavia antipatico allo spettatore: l’atteggiamento di Mavis verso le persone che la circondano determina l’emergere di uno sguardo sarcastico che non abbandona il fruitore neanche quando tutta la fragilità del personaggio viene messa a nudo. La vita vuota e sconclusionata di Mavis è tratteggiata attraverso una serie di ripetizioni (il risveglio dopo la sbronza o quello con l’amante di turno) e dall’adozione di elementi sempre più evidenti che sottolineano la sua incapacità di slegarsi da un’età che non le appartiene più, e la mancata crescita del personaggio è evidente nei gesti che compie nel tentativo di liberarsi da quel passato. Un film gradevole con una Charlize Theron molto brava (e quando mai), che scorre in modo lineare; l’aspetto più importante è forse l’apparizione in ambito cinematografico di un personaggio dai contorni molto attuali, profondamente legato (sebbene non venga sottolineato esplicitamente) al clima socio-economico attuale.

Romanzo di una strage (Giordana 2012)

Il film narra dell’attentato di piazza Fontana del 1969, proponendo una versione dei fatti controversa che ha scatenato polemiche e dibattiti in ambito storico e culturale; personalmente, mi trovo d’accordo con le teorie di Sorlin relative alla necessità di considerare i film come opere di fiction e non come documentari, e considerando che quest’opera non si pone come portatrice di verità assolute, preferisco trattare del film in quanto film. La narrazione è divisa in “capitoli” i cui titoli richiamano alcune delle espressioni entrate nel linguaggio comune, all’interno dei quali si snodano le vicende dei diversi personaggi: il commissario Luigi Calabresi (Valerio Mastrandrea), il ferroviere anarchico Giuseppe Pinelli (Pierfrancesco Favino), il deputato Aldo Moro (Fabrizio Gifuni). Tali vicende risultano frammentate, parti di un mosaico che si ricompone solo dopo la sequenza dell’attentato. La costruzione delle immagini risulta oltremodo classica, sobria in modo quasi forzato: i temi trattati sono delicati, tuttavia i movimenti di macchina sembrano trattenuti anche nelle sequenze che forse avrebbero richiesto soluzioni che rispondessero all’emotività dei passaggi narrativi (penso al momento di riflessione di Calabresi davanti alla finestra da cui Pinelli “cadde”, caratterizzata da una visione fredda, quasi austera). Da segnalare la straordinaria interpretazione degli attori principali: Mastrandrea e Favino sono assolutamente credibili, Gifuni è pressoché identico a Moro senza tuttavia risultare macchiettistico, unica pecca l’interpretazione di Laura Chiatti: il disastro delle scene in cui parla non è arginato da quelle in cui tace, in quanto completamente priva dell’intensità espressiva degli altri interpreti. Il film suggerisce una correlazione tra gli eventi di stampo fortemente complottistico, arrivando a suggerire un coinvolgimento dei servizi segreti deviati e della CIA nelle uccisioni di Calabresi e Moro, per questo motivo l’attenzione mediatica si è soffermata tendenzialmente sul problema dell’aderenza storica, al di là della quale vi è un buon film.

Hunger (McQueen 2008)

Prigione di Long Kesh (Irlanda del Nord), 1981: i detenuti per reati legati all’IRA protestano contro l’abolizione dello status di prigioniero politico e contro il trattamento disumano cui sono sottoposti dalle guardie attraverso la blanket protest e la no-wash protest; tra di loro vi è Bobby Sands, il primo ad iniziare lo sciopero della fame ed il primo a morirne. Nel corso della prima parte del film, all’interno della quale vengono presentate le condizioni in cui i prigionieri vivevano nel carcere di Long Kesh, mi sono fatta scappare un “Ma non potevano piacermi i film romantici sull’Ottocento?“, perché le immagini sono brutali, crude, svelano ogni terribile aspetto della vita carceraria: gli escrementi spalmati sui muri, gli avanzi di cibo putrefatti, la violenza cieca delle guardie sono mostrati brutalmente, ma senza sfiorare la gratuità; ogni inquadratura è bella, quasi lirica, finanche quelle dei pestaggi da parte delle guardie carcerarie. La quotidianità della violenza è evidente dal ripetersi del gesto di uno dei secondini di immergere le mani sanguinanti in lavandini colmi di acqua gelata, mentre la divisione profonda tra il carcere ed il mondo esterno è enfatizzata dal silenzio quasi ovattato che segue gran parte della narrazione e che coinvolge tanto i prigionieri quanto le guardie, a cui si sovrappongono brusii indistinti, urla disperate e rabbiose o voci mediate dalla radio (queste ultime volte a contestualizzare l’avanzamento delle trattative tra prigionieri e governo). L’aura quasi sacrale che in Irlanda del Nord circonda la figura di Bobby Sands (interpretato da un bravissimo Michael Fassbender, attore feticcio di McQueen) è qui restituita in tutta la terribile consapevolezza di fine imminente, del ruolo sacrificale di ispirazione quasi cristologica a cui consapevolmente assurge. La distruzione del corpo è anch’essa restituita attraverso immagini impeccabili, mai eccessive e mai compiacenti.

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4 thoughts on “Monday Movies

  1. ma per quello che riguarda il film su piazza fontana, non c’è il pericolo che sia mistificatorio? Tu hai detto di trattarlo come fiction e non come documentario, ma chi vuole lo può tranquillamente interpretare come documentario. La credibilità della trama lo permette…
    Non tutti quelli che vanno al cinema sono cinefili e non tutti sanno guardare q questi fatti con il dovuto distacco. O no?

    • Credo che in linea di massima, quando ci si approccia ad un film si debba sempre considerare che è una reinterpretazione dei fatti; neanche i documentari sono perfettamente attinenti alla realtà, e questo dovrebbe essere sempre chiaro nella mente dello spettatore, cinefilo o meno.
      Ciò che mi ha disturbato maggiormente è stata la valanga di articoli scritti da intellettuali più o meno probabili che dall’alto di non si sa cosa, hanno fatto commenti del tenore di “manca questo, manca quello, c’è troppo di quell’altro”: ne ho letti di tutti i tipi, ognuno con una versione ideale del film, e (quasi) nessuno che abbia fatto commenti sul film in quanto tale. Probabilmente questo infinito vociare ha aiutato il film più di qualunque campagna pubblicitaria, però ha anche messo l’accento su aspetti a mio parere irrilevanti, e senza dubbio ha influenzato l’approccio del pubblico.
      Mi sono appena accorta di aver scritto un poema, non un commento!

      • no sei stata chiara e sono d’accordo con te. La maggior parte di quelli che commentano, poi, specie se sono politici, lo fanno senza nemmeno guardare il film…

  2. Pingback: Perché il cinema irlandese ha più successo di quello nordirlandese? « you, me and everyone we know

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