cinema, Considerazioni sparse

Anime svolazzanti, allevamenti suini ed altre belle cose

Ho come intuito che i Monday Movies non sono apprezzati come vorrei.

Con “intuito” intendo che una cara, carissima amica mi ha detto che non capisce un cazzo di quello che scrivo.

Devo sottolineare che una frase del genere, detta ad una che sta per prendere la laurea magistrale in storia del cinema, è una specie di incitamento al suicidio?

Ringrazio sentitamente. Quantomeno per la sincerità.

Il blocco dello scrittore che mi assale ogni qualvolta apro il file Word “Tesi“, ringrazia anche lui.

Queste giornate di metà primavera scorrono placide tra pause caffè sulle panchine davanti casa, un articolo sull’allevamento dei maiali in Irlanda del Nord*, sporadiche telefonate da città lontane ma non troppo, alcol occasionale e qualche paranoia preoccupazione esistenziale.

La mia amica se ne va ad Istanbul, parte a settembre e ci resta sei mesi. Credo di non averla mai menzionata (bella amica dimmerda che sono), però lei è speciale, ecco.

L’ho conosciuta in facoltà all’inizio del primo anno di magistrale, siamo andate insieme a Gorizia, è venuta a trovarmi a Torino ed ora abitiamo nello stesso stabile, io al piano terra e lei al primo.

E quindi se ne va, mollandomi in queste umide terre pisane che io non so come farò senza le telefonate “Ci vediamo fuori?” notturne. E senza le richieste “Mi chiami alle 9 altrimenti mi sveglio a mezzogiorno?“.

Oh beh, come se non fossimo tutti perfettamente consci che questa è una città di passaggio.

Un anno fa, ero in un bar a preparare l’esame di storia con un’altra amica; un ragazzo ci disse che presto avremmo capito che Pisa è una città senza anima, che tutti se ne vanno e nessuno lascia niente dietro di sé.

Non sono ancora così pessimista a riguardo, però devo ammettere che è difficile scindere ogni situazione, anche le più banali, dalla consapevolezza che sia tutto provvisorio: luoghi che non si vedranno più, persone delle quali si sentirà solo più la voce, attraverso un telefono o un pc.

Più che assenza di anima, la definirei un’anima fluida, volatile.

Lo so, son cazzate e a nessuno frega niente.

Può darsi che mi sia fatta influenzare da Nostalghia di Tarkovskij. Se entro una settimana non scrivo niente, fate un giro alle vasche termali di Casciana Terme e cercatemi mentre cerco di attraversarle con una candela accesa in mano.

*Ecco cosa succede a cercare le parole “media“, “power” e “Northern Ireland” su Google Scholar: un’entità superiore mi suggerisce che sarebbe più utile approfondire i segreti degli allevamenti suini.

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cinema

Monday Movies quasi fuori tempo massimo

Forse potrei addirittura riuscire a finire e pubblicare questo post prima che sia martedì, che Tuesday Movies non suona particolarmente bene.

Avendo abbondantemente condiviso le notizie irrilevanti della settimana nel post precedente, inizio subito con i film.

Ah no, ho dimenticato di scrivere che venerdì notte, dopo aver finito la serata sulle panchine davanti casa in condizioni abbastanza orribili, sono stata svegliata da un vicino che esprimeva la sua gioia per l’atto sessuale in corso con urla un tantino inappropriate per le 4 del mattino. Notizie di una rilevanza quasi commovente, lo so.

Resurrection Man (Evans 1998)

Volevo scriverne da settimane, ma non sono riuscita a dedicargli un post esclusivo quindi lo inserisco qui. Tratto dall’omonimo romanzo di Eoin McNamee, narra (riadattandola e cambiando i nomi) la storia degli Shankill Butchers, la gang nordirlandese che negli anni Settanta terrorizzò le aree cattoliche di Belfast rapendo, torturando ed uccidendo decine di persone (spesso non appartenenti ad alcun gruppo paramilitare nazionalista). I personaggi principali sono Victor Kelly (Stuart Townsend), il giovane, affascinante psicopatico a capo del gruppo, e Ryan (James Nesbitt), giornalista alcolista che occasionalmente picchia la moglie e sviluppa un interesse quasi ossessivo per i delitti dei Resurrection Men. Purtroppo, a mio avviso il film risulta debole sia nella costruzione dei personaggi che nella linea narrativa: se in principio Victor esercita una fascinazione quasi perversa sullo spettatore, andando avanti con la narrazione tende a somigliare ad una brutta parodia di Tony Montana con le lenti a contatto a simulare l’assuefazione da cocaina (giuro); dal canto suo, Ryan non permette l’identificazione dello spettatore rimanendo in una zona grigia e largamente noiosa. Sul versante della storia, il contesto nordirlandese tende a restare sullo sfondo e la tensione che si prova lungo la sequenza del primo rapimento diventa noia quando ripetuta più volte. D’altronde, l’opinione del regista in merito alle scorribande della banda è evidente fin dall’inizio del film, quando una scritta contestualizza la storia definendo i gruppi paramilitari “gangster”. L’unica sequenza d’impatto risulta l’omicidio all’interno del club lealista, oltremodo disturbante per efferatezza e crudezza.

 

Tarnation (Caouette 2003)

Prodotto oltremodo singolare (se non unico), è l’insieme dei video in super8 girati dallo stesso Caouette fin dall’infanzia. Attraverso un montaggio quasi sperimentale, le immagini narrano la storia della famiglia del regista: la madre internata in ospedali psichiatrici fin dall’infanzia, gli insoliti nonni, il padre assente ritrovato in età adulta. Prodotto da John Cameron Mitchell (Hedwig and the Angry Inch, Shortbus) e da Gus Van Sant, a mio avviso è un piccolo capolavoro sia nell’ambito della filmografia queer che del cinema sperimentale, in quanto riesce a narrare episodi oltremodo duri senza compatimento, né giudizi di valore. Caouette ricostruisce la sua infanzia, l’adolescenza e la prima parte della sua vita adulta senza scadere nell’autocompatimento, né nell’autocompiacimento. Le prime sequenze potrebbero risultare ostiche a chi tende a privilegiare i film narrativi classici, ma una volta immersi nelle immagini, sarà quasi impossibile staccarsi dallo schermo. (A meno che non abbiate una madre dittatrice che vi reclama con estrema urgenza per assolvere compiti oltremodo superflui).

 

Nostalghia (Tarkovskij 1983)

Sì va beh, col cavolo che scrivo di questo film anche qui. Almeno fino al giorno in cui avrò il voto per la relazione verbalizzato sul libretto.

 

 

 

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cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza

It’s just another manic monday

E così, dopo una settimana fatta di nulla eventi estremamente fighi come la Sagra delle Ciliegie di Lari, le pause caffè allo Sfizio e le chiacchierate sbronze sotto casa, mi ritrovo a spaccarmi la testa su una relazione.

In realtà la testa me la spaccherei sul muro, visto che ho il terribile presentimento che il voto per tale capolavoro sarà -2.

Ma noi perseveriamo. No surrender, come direbbero certi gentiluomini del nord.

L’estremo impegno che sto dedicando alla relazione in questione (che, detto per inciso, è su Tarkovskij. Un argomento facile-facile) comprende: manicure, messa in piega, trucco, cambio d’abito, caffè post-pranzo con le amiche, sporadica visione di GCB.

Tutti questi elementi vanno a peggiorare la sensazione che il risultato sarà pessimo, ché se quando sono sotto esame non mi riduco in modo pietoso (capelli sporchi, occhiaie bluastre, jeans che ormai stanno in piedi da soli ecc.), so già che mi toccherà rifare tutto da capo.

Con la sola, flebile consolazione che se non passo questo esame, ho una scusa in più per essere vergognosamente indietro con la tesi. Il prossimo “braccialetto della fortuna” verrà legato al mio polso col desiderio che la tesi si scriva da sola.

E poi verrà tagliato immediatamente dopo.

Come se non bastasse, continuo a struggermi da settimane perché Bret Easton Ellis non ha risposto ad un mio tweet. Sti social network mi stanno rendendo sociopatica e stalker, tra le altre cose.

E mi faccio mandare i video musicali su Facebook, così da non doverli cercare da sola su YouTube.

Sì lo so, sono messa male.

Ma almeno ho lo smalto a posto.

 

E le rughe sul polso.

Giurin giurello, se riesco a finire la relazione entro stasera, tenterò di scrivere i Monday Movies.

 

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Considerazioni sparse

Volevo fare la fuori sede

Visto che di quando in quando mi diletto a condividere le “quotidiane difficoltà di chi vive lontano dalle ordinate stanze famigliari”, ma che sono oltremodo certa che in realtà l’opinione diffusa sia che noi fuori sede siamo in realtà quelli che Nathan Young definirebbe Screw ups, ho deciso di condividere un po’ di questa esperienza col mondo.

Sì, lo so che ho quasi l’età della pensione e che dovrei lasciare certe attività alle generazioni più giovani, ma considerando che la mia sorellina ha quattro anni meno di me, e già lavora full time, direi che l’equilibrio – anche se invertito – c’è.

E comunque, finché continuo a credere di avere 21 anni, mi comporto come se li avessi.

(Smettete subito di cercare il numero della neuropsichiatria!)

Dunque, ecco le prime testimonianze di una vita (?) trascorsa a fare la giovincella nei monolocali per studenti:

“Che ti offro, marmellata o stracchino della mensa scaduto?”

Le cibarie sono un grosso problema. Quello stracchino è lì da circa dieci giorni, non so cosa aspetto a buttarlo. Forse ho paura che il barattolo di marmellata si senta solo. [Sociopatica Mode: Off]

Mobilio multiuso part I

Questa immagine testimonia la brillante soluzione con cui ho ovviato al problema di un cavo LAN troppo corto, che non raggiunge la scrivania: comprarne uno nuovo dai cinesi?

Ma va.

Molto meglio trasformare il comodino in una postazione per studiare, visto che è così ampio e comodo. E che la tazza di thé non rischia affatto di rovesciarsi su computer, cuscino e qualunque altra cosa si intraveda nella foto.

Ci si arrangia come si può, appena avrò il coraggio necessario scatterò delle foto alla cucina. Siate pronti al peggio.

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Considerazioni sparse, voyages

Post Inutile della Settimana ed un po’ di buona musica

Comincio col dire che è vero che, come ho scritto su Facebook, ho scritto 300 parole di tesi in un mese. Però nell’ultima mezz’ora quelle parole sono diventate 499, e c’è persino una nota a piè di pagina.

Magico Facebook, contenitore di tutte le notizie meno rilevanti delle nostre vite.

Tipo che se mi succedesse qualcosa di davvero, ma davvero importante, mica lo posterei su Facebook no? Mica è l’assenza di eventi rilevanti a spingermi a pubblicare status sul bucato in lavatrice, o sulla scrivania ricoperta di vestiti.

Assolutamente no.

 

Riflettevo mò non esageriamo: sfanculavo pensando che nell’edificio che ha l’onore di ospitarmi ci sono circa duecento studenti, molti dei quali in questo momento stanno cazzeggiando studiando per gli esami estivi, e mi chiedevo se fosse possibile misurare il livello di attività cerebrale di tutti quanti. Potrebbe essere un modo di valutare il livello dell’ateneo pisano, o per rendersi conto che è meglio smantellare l’università e mandarci tutti a pascolare le pecore a Val della Torre (io ed un’amica d’infanzia stiamo valutando la possibilità di acquistare un gregge. Vedi a studiare le discipline artistiche).

Ad ogni modo, sto scrivendo la tesi. La seconda della mia vita, si spera scritta un po’ meglio rispetto alla precedente. L’ho riletta di recente (giuro che avevo un ottimo motivo per farlo), e sono giunta alla conclusione che quando il meraviglioso, splendido relatore si complimentò per lo stile, mi stava prendendo per il culo e neanche in modo troppo sottile.

Naturalmente, non è che questa consapevolezza sia particolarmente utile nella pratica di scrittura.

Bene, 256 parole e ancora non so perché ho deciso di scrivere.

Eventi importanti/rilevanti/interessanti: se si esclude il viaggio in treno Brescia-Pisa di ieri, zero. Preciso che il viaggio non è stato importante, rilevante o interessante, quindi immagina il resto. Ah no aspè, ho iniziato la tesi. [Risate registrate]

Amare scoperte della settimana: una, ossia l’atroce consapevolezza che puoi anche mangiare insalata per tre giorni (cosa che comunque non ho fatto, non per tre giorni interi perlomeno), se ti scassi ottomila litri di birra al giorno la bilancia segnerà comunque un drammatico +2.

Cose che mi hanno fatta sentire in colpa: una. Essere a Pisa invece che con Iccri, cazzo.

Cose belle: rivedere il mio bimbo dopo dieci giorni. Preciso che il termine bimbo è da intendersi nel senso toscano della parola, non è che c’ho un figlio segreto che non ho mai menzionato.

Pensa che settimana intensa, se avessi anche fatto la lavatrice.

Emozioni da non dimenticare.

Chiudo con qualcosa di piacevole ascolto, così gli amati lettori non mi manderanno affanc al diavolo per avergli fatto perdere tempo con ‘ste minch questo post.

 

 

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teledipendenza

E ancora mi chiedo perché sono sempre indietro con lo studio. Chissà.

Warning: questo post è pieno di spoiler. Se non vuoi sapere, non leggere.

L’aspetto figo delle serie tv è che solitamente, le stagioni finiscono in questo periodo: figo perché dopo un inverno passato nel più completo autismo, avvolta nelle coperte con innumerevoli tazze di thé alla vaniglia (o alla pesca) tra le mani, rapita dalle tralasciabilissime avventure dei protagonisti delle serie, sono costretta a studiare.

O a riguardare tutte le vecchie puntate, ed indoviniamo un po’ cosa farò io.

Sembra che i produttori dei network lo facciano apposta per noi studentelli svogliati, così da lasciarci preparare gli esami estivi senza sensi di colpa postumi.

E poi ci premiano con Breaking Bad a luglio, pensa che cari.

Durante la stagione televisiva ormai sul viale del tramonto, si sono concluse (o stanno per concludersi) alcune serie cult come Desperate Housewives, ed altre sono in via di conclusione (How I Met Your Mother); visto che domattina mi attende un’esposizione di mezz’ora in lingua su un argomento che non mi è ancora particolarmente chiaro, ho pensato fosse un’ottima idea sorbirmi la conclusione delle vicissitudini delle casalinghe di Wisteria Lane, e l’ultima puntata della serie dello sfrangimaroni  delle avventure dell’architetto più estenuante della tv.

Inizio con le casalinghe, che ho seguito con ardente passione fin dalla prima serie, complici Iccri e la mia professoressa di inglese delle superiori, innamorati di Bree Van de Kamp: ad esclusione del finale agrodolce, con le quattro protagoniste realizzate e felici ma lontane tra loro, non ho amato molto la conclusione di tutta la questione relativa all’omicidio di Alejandro/Ramon (cheppoi era il papà di Ugly Betty, del tutto inappropriato come cattivo). Intendiamoci, il personaggio della McClusky è uno dei migliori dell’intera serie, ha accompagnato i personaggi principali con costanza e pertanto non si può parlare di deus ex machina riguardo l’exploit alla fine del processo, però è abbastanza snervante assistere all’ennesimo rocambolesco salvataggio dei tonici culi delle quattro protagoniste.

Se poi aggiungiamo il giro in macchina sul viale dei ricordi di Susan, l’impressione è che qualcosa sia andato storto.

Mi sarebbe piaciuto assistere ad un ricambio generazionale: i figli delle quattro casalinghe sono sempre stati comprimari nel corso della serie, sarebbe stato interessante vederli sostituire i propri genitori nelle case di Wisteria Lane suggerendo un senso di temporalità circolare. Sarebbe stato figo fare congetture su ipotetiche vicende incentrate su Julie, Parker e Porter, Andrew e Zach, sono certa che io ed Iccri ne avremmo avuto da discutere per mesi, soprattutto in virtù della neonata figlia di Julie e Porter: sembrava che gli autori avessero costruito la stagione per preparare un finale simile, che chiudesse con le quattro protagoniste ed aprisse simbolicamente a nuove dinamiche, ma il buonismo all’americana ha avuto la meglio. Tutti felici, tutti pronti ad avere un enorme successo nonostante la mezza età.

Per quanto riguarda Ted ed il suo allegro gruppo di amici, nonostante le mezze risate per i flashback inseriti durante il travaglio di Lily, il rientro di un personaggio un po’ così a fianco di Ted ed il colpo di scena più telefonato della storia hanno fatto sì che il commento finale sia un va beh.

Interessa davvero a qualcuno sapere come Robin e Barney sono tornati insieme? O se Victoria sia la madre dei due poveracci costretti a sorbirsi i ricordi del papà più logorroico della storia?

Ciò che ho invece apprezzato moltissimo è stato il season finale di The Vampire Diaries, per aver chiuso molte questioni ed averne aperte altrettante sfruttando dinamiche trite in modalità inaspettate.

I flashback della vita di Elena pre-vampiri sembravano buttati lì un po’ per caso, finché il colpaccio finale ne ha svelato l’utilità, mutando l’orrore all’idea che la coppia più noiosa della tv fosse tornata insieme in un crescente interesse.

I personaggi sono ulteriormente evoluti lungo la serie, alleanze ed opposizioni si sono create e distrutte, personaggi amati dal pubblico hanno fatto fini atroci ma epiche, Elena è sempre una rottura di palle ma chissà come reagirà alla novità che la riguarda.

Probabilmente piagnucolando.

Ci sono moltissime linee narrative sospese, non ultima lo svelamento della presenza di vampiri all’interno del consiglio costituito per – guarda un po’ – eliminare i vampiri stessi: non credo che i brillanti autori metteranno in scena un remake dello sterminio vampiresco del 1864 o quello della prima stagione, probabilmente creeranno un’ulteriore colpaccio di scena da OMFG.

Per un riassunto esaustivo e dannatamente divertente di questa puntata, Thomas Galvin è sempre la fonte migliore.

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Considerazioni sparse, teledipendenza, voyages

Emmenomale che so’ sagittario e son portata per i viaggi, che pensa se non lo ero.

Sto per scrivere un numero imprecisato di frasi in ordine sparso, probabilmente prive di nessi logici visibili al di fuori del mio cervello

che sta comunque dormendo da un numero molto alto di ore.

Delle ultime 36 ore, ne ho dormita una. Però ho fatto un viaggio interminabile PN-TO parlando di campionato di football americano, di uragani, di pellerossa e di rockers duri e puri. E dei così detti (da me) “tamarri del metal”, cheppoi sarebbero quelli che han suonato da qualche parte nel Nord-Est ieri sera.

Era ieri?

Poi anche di luddisti che girano in Limousine, di barche in mezzo all’oceano e di persone  brutte, tanto brutte*.

E l’alba sulla Torino-Milano è stata rossa e nebbiosa, le risaie erano quasi belle. Quasi.

Perché poi ho realizzato che era giorno, e che sei ore dopo avrei dovuto prendere un treno.

Treno sul quale ho provato a dormire, salvo essere scossa da una gentil donzella che voleva sapere se dovevo scendere a Brignole. Frastornata ed inspiegabilmente convinta di aver preso l’Intercity da Pisa, ho risposto di sì e mi sono precipitata sulla banchina.

Poi ho ricordato che stavo tornando a Pisa, e che il cambio era a La Spezia.

Ora, dopo una cena a base di panini con porchetta e pane e marmellata più tisana di ibisco (che ha un colore molto bello), butto giù questi due appunti anche se vorrei scrivere qualcosa sul Mercato Europeo.

Lo farò.

Prima devo guardare il season finale di The Vampire Diaries.

Ah, e preparare un conference paper in inglese, ma dopo.

Ed il prossimo che mi accusa di “non fare un cazzo”, me lo porto in fiera e lo metto a montare e smontare tubi da impalcature al mio posto.

 

*Il termine “brutte” è qui da intendere nell’accezione meridionale, ossia relativo ad una bruttezza non solo estetica ma anche e soprattutto interiore. Che magari i polentoni pensano che si parlava di cose superficiali come la bruttezza fisica, tzé.

 

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