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Perché il cinema irlandese ha più successo di quello nordirlandese?

Nel delirio lavorativalcolico degli ultimi giorni ho avuto modo di considerare ed approfondire – nonostante l’assenza pressoché totale di connessioni neurali utili – le ragioni che immagino possano aver determinato la ritardata distribuzione di Hunger (sì sì dai, ne ho già scritto qui e qui).

Riflettendo sulle modalità con cui altri film di argomento simile sono (o non sono) stati distribuiti in Italia, mi sono resa conto che i prodotti relativi alla “questione irlandese” tendono ad avere maggiore successo se sono ambientati nella Repubblica d’Irlanda, e ad essere generalmente meno considerati se invece trattano della guerra civile nordirlandese.

In linea generale, credo che una delle possibili ragioni sia di carattere culturale ma affonda le radici nella storia: nel periodo in cui l’Irlanda ha visto un aumento esponenziale del turismo, ovvero gli anni Novanta, nelle sei contee del nord la tensione era ancora a livelli molto alti; è quindi quasi ovvio che il numero sempre maggiore di visitatori stranieri tendesse ad evitare quell’area.

La conseguenza quasi scontata di questa grande differenza tra le due Irlande è stata l’accrescersi dell’interesse verso fatti, eventi e prodotti relativi all’Eire, in quanto conosciuta direttamente: si tende spesso ad essere attratti verso prodotti culturali che in qualche modo ricordano situazioni ed esperienze vissute ma non quotidiane (io ad esempio, da quando non vivo più a Torino subisco una forte attrazione verso ciò che la riguarda, dai film alle notizie giornalistiche ai libri).

D’altro canto, nel nostro Paese il dibattito relativo a ciò che avveniva in Irlanda del Nord non ha mai avuto grande spazio, ad esclusione di alcuni eventi eclatanti spesso però veicolati da prodotti mediatici, come accadde per In the Name of the Father di Jim Sheridan. E pensare che il fotografo che immortalò una delle immagini-simbolo dei Troubles, ovvero la Bloody Sunday di Derry del 1972, è l’italiano Fulvio Grimaldi (la sua esperienza relativa a quella giornata è molto interessante, ed è reperibile sul suo blog).

In qualche modo, le rivisitazioni degli eventi occorsi all’inizio del secolo scorso hanno esercitato un fascino maggiore rispetto a quelli più vicini: nel 1990 Ken Loach realizzò un film ambientato a Belfast, Hidden Agenda, un prodotto molto buono che non si è neanche avvicinato al successo ottenuto nel 2005 dal pur bellissimo The Wind that Shakes the Barley, ambientato in Irlanda durante le insurrezioni indipendentiste.

Un altro film che ebbe grande successo è il kolossal storico di Neil Jordan Michael Collins, mentre un altro straordinario lavoro del regista (Breakfast on Pluto, 2005) non arrivò in Italia fino al 2007: a Torino lo si poteva trovare solo al Cinema Romano, tuttavia il tam-tam di chi si era recato a vederlo fece sì che restasse in programmazione per diverse settimane.

A mio parere, il disinteresse verso Hunger fino al successo di Shame segue lo stesso meccanismo degli esempi citati, inserendosi della logica economica (anche comprensibile, non lo nego) del “se l’argomento non interessa, tanto vale non proporre il prodotto”; tuttavia, non sarebbe male inserire tra l’ipotetica lista dei pro e dei contro della distribuzione di un determinato film il livello artistico del film stesso non solo il ritorno economico: noi spettatori siamo meno cretini di quanto si pensi, e se un prodotto è buono lo diciamo agli amici. E lo scriviamo nei blog. E su Twitter, e anche su Facebook. E gli amici lo vanno a vedere, e finisce come per Breakfast on Pluto (o This is England, altro ottimo film distribuito con soli quattro anni di ritardo e con la voce del gatto di Kiss Me Licia a doppiare uno skinhead che non fatemene parlare sennò mi censurano il blog).

Oltretutto, il cinema può (deve?) essere veicolo di informazioni, oltre che prodotto culturale e di intrattenimento; può svelare eventi pressoché sconosciuti e stimolare il dibattito.

Magari non il dibattito-fuffa stile Romanzo di una strage.

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