Considerazioni sparse

Don’t look back when you’re leaving town

Oggi va così.

Va di troppo caffè e poi di camomilla.

Va di poco cibo e poca predisposizione all’apprendimento.

Va così.

Oggi che tra un minuto sarà domani, e poi you turn around and life’s passed you by.

Oggi va di alcuni momenti in cui si respira nonostante l’afa. Perché è estate, e l’estate è bella.

Va di “stanotte dormo almeno otto ore, stanotte ce la faccio”.

Esaurimento dei vent’anni in notevole ritardo? Eh.

Ora che è già domani, il letto coperto di cose e la mente stanca, ora dormo.

 

Standard
Considerazioni sparse, musica, Torino, voyages

Giugno

La scorsa settimana ho iniziato a scrivere un post sulle vergogne adolescenziali, giusto per non farmi mancare nulla, ma la festa della birra di Parma ha fatto sì che restasse a metà, in attesa di una conclusione.

Data la scarsità di idee del periodo, credo che lo riciclerò presto.

Parma, dicevo.

Una delle fiere più inutili, con tanto di chiusura forzata immediatamente dopo la fine della partita di domenica sera (partita che mi interessava talmente tanto da occupare le due ore di durata a dormire, disegnare uno stormo di rondini sul mio braccio, bere birra, varie ed eventuali).

Attacchi d’arte dietro al bancone

Il risveglio domenicale è stato davvero notevole, in quanto ognuno degli occupanti della stanza d’albergo aveva escogitato un metodo personalizzato per isolarsi dal mondo esterno:

P. ha dormito indossando i miei occhiali da sole;

F. con una maglietta sul viso;

Io ascoltando la musica in cuffia.

Vederci dall’esterno prima del risveglio sarebbe stato esilarante.

Il tutto a conclusione di una settimana particolarmente devastante, fatta di nottate in aula studio, poco sonno ed un esame saltato perché mi sono presentata in facoltà il giorno dopo l’appello.

Dopo una brevissima sosta torinese, effettuata per far visita al mio Iccri nel giorno del suo compleanno – abbiamo parlato ininterrottamente per due ore, fino al mio trasferimento in Toscana ci incontravamo quasi ogni mattina al bar ed ora è necessario condensare tutte le cazzate in pochissimo tempo, il ritorno in terra pisana è stato lungo e debilitante.

Soprattutto il Negroni “sbagliato” a stomaco vuoto.

Il tram numero 13, mezzo di trasporto prediletto nel corso dei lunghi anni passati all’Università di Torino

Per fortuna, G. ha fatto onore alle sue origini sicule e mi ha prontamente sfamata con pasta ed insalata di polpo alle 2 del mattino.

Quando si dice l’amicizia.

E sì, lo so che sto riempiendo i post di foto per ovviare ad un’evidente scarsità di contenuti, ma per ora va così.

Troppi pensieri pochi hanno una logica. Dormendo andranno al loro posto. Spero.

Intanto sistemo la camera, continuando a rammaricarmi di non aver rubato il vasetto di fiori di campo dalla cucina di mia madre. Di sicuro sarebbe stato interessante trasportarlo in treno.

 

Standard
Considerazioni sparse, Libri

Residui di un sabato sera

Che ho passato quasi un’ora da sola in aula studio l’ho già scritto ovunque, con relativa documentazione fotografica oltretutto, quindi evito di ribadire anche qui quanto io sia sfigata a passare la domenica sera (notte) studiando invece di riprendermi dalla Luminara, come fanno tutti gli abitanti di Pisa.

Stamattina mi sono persino alzata alle 10:26, ma ho comunque atteso le 21 per produrre qualcosa.

Presa da un incontrollabile istinto suicida, oggi ho comprato Anna Karenina. Voglio leggerlo da anni, precisamente da quando un albo di Dylan Dog mi ha spoilerato la fine.

Per ora giace sul letto, in compagnia degli abiti lerci che indossavo sabato notte (e di un numero imprecisato di altri indumenti, capitati lì per caso, le cui fantasie fanno venire mal di testa). Al momento, La storia segreta dell’IRA è la mia priorità letteraria. Fortunata me.

 

A proposito di Luminara, stamattina aprendo gli occhi ho trovato un nuovo interessante soprammobile sul tavolo, abbandonato da una delle amiche a cui la scorsa notte ho lasciato le chiavi di casa per usufruire della toilette delle signore. Entrambe abitano al piano immediatamente superiore, ma vuoi mettere fare due rampe di scale quando scappa?

 

Prima che qualche malalingua provi ad insinuarlo, non c’è alcuna possibilità che sia stata io ad abbandonare l’oggetto. Era vodka&Redbull, ed io aborro la Redbull.

Credo oltretutto di meritare un applauso o quantomeno una pacca sulla spalla, per essere riuscita – alle 4 del mattino – a spegnere il condizionatore arrampicandomi sulla cucina completamente sbronza senza arrecare danni a me stessa, o agli oggetti che posseggo.

L’ultima volta, con molto meno mi sono fracassata il setto nasale.

Al termine di questi (incredibilmente interessanti) racconti, mi sento di dire che se non avessi cenato con il gelato che tanto desideravo venerdì sera, la giornata di oggi sarebbe stata assolutamente irrilevante.

Standard
Uncategorized

Sono talmente impallata da non avere uno straccio di idea per questo titolo

Eppoi dopo un numero interminabile di ore passate chiusa nell’aula studio in fondo al corridoio, a leggere e scrivere di omicidi-esplosioni-torture-pestaggi emerge la necessità di pensare ad altro. Qualunque altra cosa.

Quindi dài, di che parliamo? Della Luminara di domani sera, delle persone che si fermano a parlare di cose estremamente personali davanti alla mia finestra, del fatto che vorrei che qualcuno mi portasse un gelato ai gusti cioccolato e frutti di bosco?

Non so, ditemi voi perché altrimenti riguardo The Million Dollar Hotel, e nelle mie condizioni psicologiche non è una buona idea. Già la colonna sonora ascoltata da YouTube mi sta uccidendo.

Parliamo del fatto che non ho ancora finito di leggere un certo romanzo che vaga tra le mie borse da mesi? Del fatto che devo dare un altro esame di inglese, l’ho saputo ieri e l’appello è giovedì?

Davvero, conversiamo. Di quello che preferite. Giuro che accetto qualsiasi argomento non riguardi alcun tipo di violenza, che di quella ne ho abbastanza per oggi.

Arrampicarsi sulle finestre dell’aula studio per scroccare il wifi

 

Standard
Considerazioni sparse, Libri

Cose da donne

C’era questa abitudine, quando a scuola qualcuna si contorceva dal dolore per i crampi mestruali, di dire che era ‘indisposta’, o che erano ‘cose da donne’.

Più che indisposta, solitamente in quei giorni io ero indisponente. E pure parecchio.

Provateci voi a stare in una classe composta al 99% da donne. E non ho messo una percentuale a caso, come usa tanto fare nei blog: su 19 studenti, 18 fanciulle. Ho il fondato sospetto che l’unico maschietto abbia fatto uso massiccio di psicoterapia in quegli anni. O di psicofarmaci.

Soprattutto quando in quinta, il ciclo di quasi tutte si era allineato. Roba da chiuderci in gabbia.

Ad ogni modo, non è di questo che volevo parlare.

Il mondo delle ‘cose da donne’ è quantomai ostico ed incomprensibile per i non appartenenti al cosiddetto sesso debole: tutto ciò che sanno è che non devono mai, per alcun motivo chiedere ad una donna incazzata “ma c’hai le tue cose?”.

Per il resto, sono fermamente convinti che i lugubri lamenti che emettiamo, avviluppate in coperte di pile mentre sbraniamo intere tavolette di cioccolato, siano tutta scena.

Per quanto mi riguarda, i primi anni dopo essere diventata signorina (splendida espressione gergale tipica delle donne meridionali trapiantate a Torino, che ti incontrano al mercato rionale e ti rivolgono la domanda “ma ti sei fatta signorina?” come se ti stessero chiedendo cosa hai mangiato a pranzo. Me lo son sentito domandare fino ai vent’anni) stavo una meraviglia. Avrei potuto fare la ruota, lanciarmi col paracadute e fare tutte quelle altre cose che fanno le invasate delle pubblicità Lines. Davvero, uno splendore.

Poi un giorno, Padrino mi chiese se soffrissi di dolori mestruali e, di fronte ad un sereno ‘no’, mi confidò che invece Madrina pativa moltissimo l’arrivo del ciclo.

Gli dèi avranno voluto punirmi per tanta spavalderia, perché tre mesi dopo e più precisamente il giorno di S.Stefano del 1999 facevo un ingresso trionfale nel pronto soccorso dell’Ospedale degli Infermi (oh, ‘sto nome è quasi bello come Hôtel des Invalides) in preda a crampi talmente intensi da non riuscire a camminare in posizione eretta.

Da quel fatidico giorno, ho preso ad odiare in modo incondizionato le mie ovaie. Speravo sparissero nottetempo, o quantomeno speravo in una menopausa precocissima.

Le fanciulle che leggono sanno quanto intensi possono diventare i sentimenti di odio durante quei giorni. Odio rivolto verso tutti e nessuno, naturalmente. Io mi incazzavo anche con la tapparella che non si abbassava completamente, impedendomi di crogiolarmi in un antro buio per tre-quattro giorni consecutivi.

Poi, un giorno, il miracolo. Mi venne regalato un libro che – a dispetto delle faccine perplesse di molti maschietti quando sostengo che anche loro dovrebbero darci un’occhiata – m’ha cambiato la vita. Quantomeno la vita nei giorni del ciclo.

Il libro si trova online qui, e consiglio sentitamente a tutte le lettrici di dare un’occhiata ai primi capitoli. Per quanto mi riguarda, affronto l’arrivo dei dolori mestruali con un altro spirito.

Bestemmio sempre un po’, ma quantomeno non sembro una belva assetata di sangue umano che cerca di chiudere le tapparelle appendendovisi come una scimmia urlatrice, che non è poco. Oddio che brutta immagine.

Lo so, lo so che molte vivono in pace con sé stesse e con le proprie ovaie grazie a pillole, cerotti e via dicendo. Ma volete mettere con quel turbinio di emozioni contrastanti che ti fanno venir voglia di massacrare l’intero genere maschile colpendolo con confezioni formato famiglia di Oki, Buscofen e Moment*?

Inoltre, i dolori mestruali tendono ad unire le donne. Provate a dire ad un’amica che restate a casa per i crampi, vi ritroverete tre-quattro donne a casa, prodighe nel prepararvi bevande calde, accarezzarvi la testolina e raccontarvi di quella volta che i crampi erano talmente intensi che hanno lanciato un vaso di ceramica dietro al fidanzato. Non mi perderei certi momenti per nulla al mondo.

 

*Tutti tranne il papà, che prepara tisane col miele, va a comprare antidolorifici, guarda con te qualunque film tu desideri e, su richiesta, suona un po’ la chitarra. Che papà figo che ho.

Standard
Considerazioni sparse

Giorni lunghi fra ieri e domani, giorni strani

La paghi tutta, e a prezzi d’inflazione, quella che chiaman la maturità (F.Guccini)

Visto che ieri sono stata presa in giro per il quaderno su cui scrivo gli appunti per la tesi, considerato troppo simile ad un diario segreto (non è vero), ho realizzato che non ha granché senso scrivere la tesi su carta e una qualche specie di diario su internet.

Solo un’altra contraddizione, che sarà mai.

Mi sono ammalata durante una cena fiorentina all’aperto (in un casolare che mi sembrava di essere sul set di Io ballo da sola), ma per fortuna sono circondata da persone premurose che mi hanno:

– preparato un infuso di alloro e miele contro la tosse

– offerto decine di thé caldi

– portato un sacchetto di mele per reintegrare le vitamine

Stamattina sembro un po’ meno moribonda, quindi ho deciso di finire un lavoro per un collega di università che avrebbe dovuto essere rapido ed indolore, ed invece – naturalmente – non lo è stato.

Poi magari dovrei anche studiare, invece di intristirmi ascoltando una delle poche canzoni che hanno il magico potere di farmi aprire i condotti lacrimali.

Starò diventando vecchia grande, o magari è – come nello scorso post – l’avvicinarsi della fine dell’università.

Abbattetemi.

Standard