Considerazioni sparse, Libri

Cose da donne

C’era questa abitudine, quando a scuola qualcuna si contorceva dal dolore per i crampi mestruali, di dire che era ‘indisposta’, o che erano ‘cose da donne’.

Più che indisposta, solitamente in quei giorni io ero indisponente. E pure parecchio.

Provateci voi a stare in una classe composta al 99% da donne. E non ho messo una percentuale a caso, come usa tanto fare nei blog: su 19 studenti, 18 fanciulle. Ho il fondato sospetto che l’unico maschietto abbia fatto uso massiccio di psicoterapia in quegli anni. O di psicofarmaci.

Soprattutto quando in quinta, il ciclo di quasi tutte si era allineato. Roba da chiuderci in gabbia.

Ad ogni modo, non è di questo che volevo parlare.

Il mondo delle ‘cose da donne’ è quantomai ostico ed incomprensibile per i non appartenenti al cosiddetto sesso debole: tutto ciò che sanno è che non devono mai, per alcun motivo chiedere ad una donna incazzata “ma c’hai le tue cose?”.

Per il resto, sono fermamente convinti che i lugubri lamenti che emettiamo, avviluppate in coperte di pile mentre sbraniamo intere tavolette di cioccolato, siano tutta scena.

Per quanto mi riguarda, i primi anni dopo essere diventata signorina (splendida espressione gergale tipica delle donne meridionali trapiantate a Torino, che ti incontrano al mercato rionale e ti rivolgono la domanda “ma ti sei fatta signorina?” come se ti stessero chiedendo cosa hai mangiato a pranzo. Me lo son sentito domandare fino ai vent’anni) stavo una meraviglia. Avrei potuto fare la ruota, lanciarmi col paracadute e fare tutte quelle altre cose che fanno le invasate delle pubblicità Lines. Davvero, uno splendore.

Poi un giorno, Padrino mi chiese se soffrissi di dolori mestruali e, di fronte ad un sereno ‘no’, mi confidò che invece Madrina pativa moltissimo l’arrivo del ciclo.

Gli dèi avranno voluto punirmi per tanta spavalderia, perché tre mesi dopo e più precisamente il giorno di S.Stefano del 1999 facevo un ingresso trionfale nel pronto soccorso dell’Ospedale degli Infermi (oh, ‘sto nome è quasi bello come Hôtel des Invalides) in preda a crampi talmente intensi da non riuscire a camminare in posizione eretta.

Da quel fatidico giorno, ho preso ad odiare in modo incondizionato le mie ovaie. Speravo sparissero nottetempo, o quantomeno speravo in una menopausa precocissima.

Le fanciulle che leggono sanno quanto intensi possono diventare i sentimenti di odio durante quei giorni. Odio rivolto verso tutti e nessuno, naturalmente. Io mi incazzavo anche con la tapparella che non si abbassava completamente, impedendomi di crogiolarmi in un antro buio per tre-quattro giorni consecutivi.

Poi, un giorno, il miracolo. Mi venne regalato un libro che – a dispetto delle faccine perplesse di molti maschietti quando sostengo che anche loro dovrebbero darci un’occhiata – m’ha cambiato la vita. Quantomeno la vita nei giorni del ciclo.

Il libro si trova online qui, e consiglio sentitamente a tutte le lettrici di dare un’occhiata ai primi capitoli. Per quanto mi riguarda, affronto l’arrivo dei dolori mestruali con un altro spirito.

Bestemmio sempre un po’, ma quantomeno non sembro una belva assetata di sangue umano che cerca di chiudere le tapparelle appendendovisi come una scimmia urlatrice, che non è poco. Oddio che brutta immagine.

Lo so, lo so che molte vivono in pace con sé stesse e con le proprie ovaie grazie a pillole, cerotti e via dicendo. Ma volete mettere con quel turbinio di emozioni contrastanti che ti fanno venir voglia di massacrare l’intero genere maschile colpendolo con confezioni formato famiglia di Oki, Buscofen e Moment*?

Inoltre, i dolori mestruali tendono ad unire le donne. Provate a dire ad un’amica che restate a casa per i crampi, vi ritroverete tre-quattro donne a casa, prodighe nel prepararvi bevande calde, accarezzarvi la testolina e raccontarvi di quella volta che i crampi erano talmente intensi che hanno lanciato un vaso di ceramica dietro al fidanzato. Non mi perderei certi momenti per nulla al mondo.

 

*Tutti tranne il papà, che prepara tisane col miele, va a comprare antidolorifici, guarda con te qualunque film tu desideri e, su richiesta, suona un po’ la chitarra. Che papà figo che ho.

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