cinema, Considerazioni sparse

Una giornata qualsiasi

L’allarme antincendio si attiva non appena finisco di applicare accuratamente il colore sui capelli (e a distanza di quaranta minuti non accenna a smettere di tediarmi),

il telefono fisso suona proprio mentre comincio l’operazione di risciacquo (e non era neanche per me),

mi accorgo di aver lasciato la spazzola da qualche parte che non è qui,

mia sorella non mi porta le calzature invernali da me gentilmente richieste onde evitare i geloni durante la settimana di trasferta lombarda,

la scorsa notte ho perso uno dei miei berretti di lana preferiti (sì, ne ho abbastanza da aver stilato una classifica di gradimento),

fra tre giorni compirò venti*ette anni e sono ancora una studentessa fuori sede.

In compenso, mi sto deliziando con la visione di Five Minutes of Heaven con soli cinque mesi di ritardo, il che significa che dovrò di nuovo modificare la parte di tesi che speravo conclusa

E buona domenica sera a me.

Santo Stefano, i Cavalieri e la luna

 

Edit: il cellulare di una non meglio identificata vicina di stanza suona incessantemente. La suoneria è We Found Love di Rihanna. Forse preferivo l’allarme antincendio.

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cinema

Hai 90 minuti da perdere e non ti piace il calcio? Guarda anche tu The Girl!

Data la mattinata carica di stress e di potenziali fallimenti per il momento non ancora documentati, considerato il pomeriggio trascorso tappata in casa ad alternare brevi penniche a visioni semiattente di episodi di serie tv che ormai si reggono sulla forza comica di un personaggio su quattro (sì Misfits, ce l’ho con te. Parafrasando la mai dimenticata Kelly, Wot da foohk iz that?!), le occupazioni previste per le ore serali erano prevalentemente frivole e potenzialmente rilassanti.

Quelle attività che per non schifare i non appartenenti all’esclusivo Club del Gentil Sesso, solitamente indichiamo con un fumoso cose da donne, sperando che così facendo costoro ci immaginino intente ad arricciarci morbide ciocche luminose, spalmarci creme contenute in raffinati contenitori, comporre sonetti leziosi, esercitarci al pianoforte.

Il problema di fondo è che costoro, soprattutto quelli dotati di sorelle, grazie all’evoluzione dei costumi sociali sanno perfettamente a cosa ci riferiamo con la fatidica frase, e ci visualizzano nitidamente nell’atto di strappare qualunque pelo non sia sito nell’area della testa bestemmiando come neanche Marilyn Manson ai tempi d’oro (ricordate il Goddamn che inseriva un po’ a caso, quando non sapeva bene come riempire una strofa? Ecco), a sollevare nubi di fumo dall’odore chimico mentre ci bruciamo i capelli con la piastra e via discorrendo.

Ho divagato. Tutta questa premessa per introdurre l’argomento che volevo trattare, ossia il film The Girl di Julian Jarrold (chi?), sorta di docu-drama dedicato al rapporto tra Alfred Hitchcock e Tippi Hedren prodotto da BBC e HBO. So che la retrospettiva con cui ho raccontato la mia giornata parrebbe del tutto fuori luogo e parzialmente lo è, però volevo sottolineare come fossi in uno stato d’apatia tale che avrei potuto riguardare tutto Sabrina Vita da Strega* senza battere ciglio, e probabilmente senza neanche domandarmi come potessero utilizzare un gatto di peluche così tremendamente finto.

Invece, il fato ha voluto che mi imbattessi in un prodotto talmente inclassificabile da mettere in difficoltà perfino la mia apatia.

Non sono ancora riuscita a terminare la visione, non so se ostacolata dal viso di Sienna Miller che dopo Factory Girl pare aver preso gusto ad interpretare pseudo muse di grandi artisti dimenticando forse di iscriversi ad un corso di recitazione tra uno e l’altro, se dall’imbarazzante e macchiettistico Toby Jones (ma in questo caso, è altamente probabile che il risultato non sia da imputare all’attore) o dalla stereotipizzazione dei ruoli fin dal principio della narrazione.

Potente ed indiscusso genio del cinema insidia innocente, delicata ed incorruttibile biondina di provincia? Bitch, please. Ribadisco che mancando ancora alcuni lunghissimi minuti perché io finisca di guardare il film, potrebbe accadere che io cambi repentinamente idea e decida di aver assistito ad un capolavoro della cinematografia contemporanea, per quanto tale possibilità mi sembri improbabile. Gli unici aggettivi che posso usare per descriverlo sono pruriginoso, partigiano, superficiale.

Mi sento però in dovere di ammettere che il mio giudizio potrebbe essere leggermente influenzato dall’ammirazione reverenziale che nutro nei confronti del regista inglese; giusto per capirci, quando ho dovuto scegliere i libri da portare con me da Torino a Pisa, questi due sono finiti nella prima scatola del trasloco:

L’unico elemento che mi ha dissuaso da chiudere VLC, cancellare il file ed andare in cattedrale a fare fioretto chiedendo a San Ranieri di non farmi mai più scegliere film tanto inutili è la possibilità di soddisfare parzialmente quella curiosità che avvolge generalmente (almeno, per quanto mi riguarda è così) il processo produttivo di un film. Se poi il film è Gli Uccelli, che lo scrivo a fare.

Respiro profondamente, pubblico il post e… no, non posso farcela. Finisco di guardarlo domani.

 

*A proposito di Sabrina, ho recentemente letto un post a lei dedicato che mi sento di consigliare caldamente. Eccolo.

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Considerazioni sparse, teledipendenza

Quando gli sceneggiatori dovrebbero considerare seriamente il rehab

A seguito del progressivo abbruttimento dovuto ad un corpo a corpo con Genette, ed in particolare con un’ossessiva ricerca delle sue ripetizioni e variazioni all’interno di opere che graziaddio poco hanno a che spartire con il suo adorato Proust, mi rilasso e mi sputtano scrivendo di nuovo dell’oscuro oggetto del desiderio (chiedo umilmente perdono per l’ingiustificabile citazione) che è fonte di derisione verso il mio intelletto.

Sì, sto per occuparmi nuovamente di The Vampire Diaries.

Stavolta senza foto soft-porno di Ian Somerhalder, mi dispiace.

Ho (quasi) sempre lodato e difeso la serie, tentando perlopiù invano di convincere amici e parenti del notevole livello qualitativo del prodotto, soprattutto per quanto riguarda la smaccata autoironia (sovente veicolata dal personaggio di Damon) con cui gli autori sfottono i cliché relativi ai teen drama e al sovrannaturale per ragazzine (vedi alla voce: Twilight), nonché se stessi e le proprie creature.

Ultimamente però mi sono seriamente chiesta se gli sceneggiatori non siano stati sostituiti da un nutrito gruppo di fattoni che passano le giornate fumando crack e guardando Beautiful, soprattutto nel ripetersi di due dinamiche:

Dinamica Derivata Da Uso Intensivo Dei Prodotti Commercializzati Da Walter White Numero Uno, aka Stefan ed Elena tentano di ridisegnare il loro rapporto alla luce della recente mutazione della fanciulla, attraverso l’ormai usuale abuso di dialoghi perlopiù soporiferi tra i due personaggi e con l’incredibile new entry di scene completamente opposte per ambientazione, fotografia ed attinenza narrativa al resto delle puntate.

Prendiamo ad esempio la melensa, noiosa e gratuita sequenza ambientata sul tetto della casa dei due fratelli Salvatore: i due innamorati disquisiscono della nuova situazione di non-vita della ragazza mentre davanti a loro un improbabile cielo tendente al carta da zucchero crea uno stacco visivo fortissimo dalle sequenze precedenti. Inutile sottolineare come il connubio Dawson’s Creek (dialoghi esistenziali tra adolescenti, possibilmente ambientati su tetti/barche/verande) e Beautiful (pacchianissimi fondali evidentemente irrealistici) sia letale alla credibilità narrativo-visiva. E poi- l’anello? Seriously?

 

La seconda scena che voglio commentare evito di commentarla, lasciando ai gentili lettori il compito di notare il fondale che scorre, la moto ferma, capelli ed abiti straordinariamente immobili nel presunto vento che solitamente avvolge i motociclisti, l’assoluta irrilevanza dell’intera scena all’interno del corpus narrativo.

No davvero, ditemi voi.

 

Dinamica Derivata Da Ecc. Ecc. numero due, aka il metodo migliore di affossare un personaggio figo in due puntate: Damon e la nostalgia di Alaric.

No davvero, solo un babbuino lobotomizzato può ritenere che il “monologo al cimitero” di Damon sia in linea col personaggio, utile alla storia o anche solo lontanamente guardabile. La scena è stucchevole, immotivata (l’unica reazione plausibile all’assurdo rituale delle lanterne sarebbe una fuga immediata verso – ovunque altro luogo) e la battuta finale di Alaric-fantasma fa venir voglia di denunciare gli sceneggiatori per oltraggio al pudore.

 

Ed ho deciso di sorvolare sul “questo-sgabello-è-occupato-anche-se-è-vuoto-quindi-non-ti-ci-puoi-sedere”, che sarebbe stato troppo facile.

La gran fortuna di questa stagione è che probabilmente gli sceneggiatori sono consumatori occasionali di sostanze psicotrope, infatti le altre trame procedono positivamente ed i colpi di scena non mancano mai.

Se si esclude l’ormai logoro triangolo amoroso che straccia i maroni a tutti da quattro stagioni, e che vedrei facilmente sostituibile da un piano sequenza che illustri l’eccitante vita dei vermi anellidi.

P.S. Ovviamente scherzavo, ecco un po’ di Damon senza maglietta.

Ed ecco un verme anellide che utilizzerò come preview di questo post per non sentirmi accusare di seguire questa serie solo per il motivo splendidamente illustrato qui sopra.

 

 

 

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