cinema, Considerazioni sparse, Monday Mood(s), musica, what I call love

monday mood

Sto seriamente considerando la possibilità di operare una sorta di coercizione per convincere i colleghi di corso che ancora non hanno sostenuto l’esame dell’incredibilmente inutile corso di Progettazione Grafica che creare un header quantomeno decente per i Monday Mood sia cosa buona e giusta.

Se un giorno passando di qui doveste trovare una grafica strafiga, saprete che ce l’ho fatta e che ho ottime possibilità di diventare Dittatore Supremo degli Universi.

Avrei giusto una ventina di pagine da scrivere entro domani pomeriggio, dunque vi risparmio le solite elucubrazioni aka minchiate e passo alle ispirazioni che mi hanno aiutata a passare gli scorsi giorni chiusa in casa a tentare di produrre qualcosa, senza risultati rilevanti.

I coraggiosi che mi seguono su Twitter sanno che sono stata vittima di un’ondata di nostalgia che mi ha quasi uccisa e che è stata fortunatamente superata grazie ad una visita paterna qui sulle rive dell’Arno, ma che non mi ha impedito di versare fiumi di lacrime su questo brano, e su De Gregori che somiglia tanto al mio papà. (Sì sì lo so, complesso di Elettra come se piovesse).

Procedendo sul filo dei ricordi, le ingenti nevicate prontamente documentate dalla cuginetta anche nota come Mini-Me mi han fatto desiderare un fine settimana di ozio assoluto nel piccolo, piccolissimo paesino montano dove sono cresciuta. Il paesino che valse scene d’isterismo infinite quando otto anni fa La Genitrice decise di trasferirci in città, e che ogni tanto rimpiango. Soprattutto la Festa di Primavera: durante una delle prime edizioni, con un gruppo di altri imbecilli come me amici decidemmo di cambiare il posto agli oggetti trovati davanti alle case. Lo so, non si fa, ma immaginare i nostri compaesani stupiti e perplessi di fronte a giardini riarredati nottetempo ci esaltò un po’ troppo.

MONDAY MOVIES

Monsieur Verdoux di Charles Chaplin, uno dei miei preferiti. In realtà tutti i film di Chaplin sono i miei preferiti, ma questo merita una o più visioni per i temi trattati, per l’unione di pessimismo e per le reminiscenze di Charlot prive dello sguardo innocente del personaggio.

Divorcing Jack di Caffrey, potrei averlo già citato nel corso dei miei deliri di tesista ma lo ripropongo perché non mi stanco di rivederlo, perché rovescia gli stereotipi dei film che trattano gli stessi argomenti e lo fa in un modo talmente dissacrante da non meritare affatto l’oblio che lo ha accompagnato. Lo so che l’accento di Belfast è quasi incomprensibile e che c’è chi ritiene che l’apprendimento della lingua inglese abbia poco a che fare con i media studies, ma non l’ho trovato in italiano e dovevo, dovevo assolutamente condividerne l’amore.

Concludo questo post scritto frettolosamente tentando di concentrarmi e di smettere di fissare i turisti che visitano la torre pendente.

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