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Dipendenza da serie tv: Lie to Me vs. The Mentalist

 

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Grazie alla connessione internet veloce, ad una spiccata propensione per le dipendenze e ad una passione quasi ossessiva per diverse forme di audiovisivi, nel corso degli ultimi anni sono riuscita ad appassionarmi di un genere che cinematograficamente mi annoia a morte, ma che nell’ambito della serialità televisiva ha il potere di inchiodarmi allo schermo del pc come un’ebete.

è accaduto ad esempio con due prodotti inscrivibili appunto nel genere poliziesco-psicologico:

iniziai a guardare Lie to Me in streaming e fu subito amore. La colpa fu di Tim Roth, la mia iena preferita, della sua parlata incomprensibile, delle espressioni facciali tra il disgustato e l’interessato e del personaggio estremamente figo di sua figlia, una delle adolescenti meno fastidiose della serialità televisiva.

Poi la serie venne cancellata, io mi disperai per alcune settimane e poi iniziai a guardare The Mentalist a mo’ di palliativo, sperando che avrebbe almeno in parte lenito il mio trauma da abbandono.

Pur continuando a preferire la serie della Fox, sulla lunga distanza quella prodotta dalla CBS ha guadagnato non pochi punti, complice il numero più alto di stagioni e l’attenzione ad un aspetto sovente trascurato nell’ambito strettamente narrativo di Lie to Me, ossia una trama orizzontale particolarmente solida che non solo porta in luce le dinamiche relazionali tra i personaggi ma unisce episodi e stagioni con il fil rouge (e mai termine fu più appropriato) della caccia all’omicida seriale Red John, big villain particolarmente intrigante in quanto ogni pretesa di identificazione dello stesso in un qualunque personaggio si rivela infine fasulla, contraffatta ad arte dallo stesso assassino o frutto di supposizioni errate.

Al contrario, Lie to Me si reggeva su singoli episodi al cui interno emergevano occasionali elementi ricorrenti, ma il cui legame con le trame verticali risultava sempre troppo debole, a partire dai difficili rapporti interpersonali del dott. Cal Lightman; ho sempre pensato che avrebbero docuto dare una maggiore rilevanza al passato del protagonista, in quanto esso emergeva in modo forse più realistico ma comunque troppo sporadico per permettere al pubblico di fidelizzarsi: detto fuori dai denti, nella maggior parte dei casi un episodio vale l’altro, saltarne uno o due non interferisce con la comprensione generale. Una specie di versione inglese e badass de La signora in giallo, per intenderci.

Purtroppo la cancellazione della serie ha fatto sì che tali aspetti non venissero mai approfonditi, e che l’equipe del buon Cal si andasse a collocare nel limbo delle serie abortite con My name is Earl (lacrima) e più recentemente, Apartment 23 (seconda lacrima).

A proposito del quale non si può far altro che sprecare lodi: il personaggio era certo più duro e meno accattivante rispetto al biondo Patrick Jane, ma era anche indubbiamente una mosca bianca in un mondo seriale fatto di personaggi che più o meno evidentemente strizzano l’occhio al proprio pubblico, forzando l’identificazione; il personaggio di Tim Roth era spesso uno stronzo impenitente, ma era anche più solido, la sua eccezionalità emergeva dal potersi permettere una tale stronzaggine.

D’altronde, Simon Baker è un bel biondo con le fossette ed una collezione di bellissimi gilet mentre Tim Roth era un nanerottolo con un impermeabile troppo largo  che più che sedersi si accasciava sulle sedie e che sembrava incapace di sorridere ad altri se non a sua figlia; non credo serva sottolineare come l’immagine rassicurante e politicamente corretta (al massimo un po’ spicy) del primo sia più facilmente digeribile dal pubblico televisivo medio del senso di disagio e di inadeguatezza spesso provocato da Lightman: Patrick Jane è il tipico esempio di personaggio outsider socialmente e moralmente accettabile, una specie di Seth Cohen senza fumetti e con una famiglia massacrata alle spalle.

Per quanto riguarda i comprimari, in entrambe le serie c’è il solito mix politicamente corretta di asiatici, ebrei, latinoamericani e via discorrendo, ma per quanto mi riguarda in questo caso il piatto della bilancia resta fermo: è vero che Lie to Me vanta Jennifer Beals (che i più vecchi ricorderanno in Flashdance ed i più giovani in The L Word), ma The Mentalist ha Sarah di Giovani Streghe (Robin Tunney)!

 

 

 

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