cinema, Considerazioni sparse

Il limbo dei film noiosi: Ruby Sparks

Escludendo la lettura di siti di recensioni cinematografiche scritte da autori talmente seriosi da essere probabilmente in grado di trovare tracce di poetica surrealista in una puntata de I soliti idioti (ringrazio qui la collega che ha pubblicato una recensione su Facebook, aprendomi il mondo incantato dei Critici Troppo Convinti), gli ultimi giorni sono stati pieni di visioni iniziate con le migliori intenzioni e miseramente abbandonate.

Credo fermamente che la visione domestica dei film influisca sulla facilità con cui li abbandono, anni fa quando andavo al cineforum ogni mercoledì non uscii mai dalla sala prima della fine, neanche la sera della proiezione di A Workingman’s Death (che tra l’altro era davvero bello e vorrei ritrovarlo), nonostante la claustrofobia che mi assalì nella parte dedicata ai minatori ucraini (vedi video qui sotto).

 

Ruby Sparks

Ex enfant prodige della scrittura in crisi creativa inventa un personaggio, Ruby Sparks appunto, che progressivamente evade dal mondo fittizio in cui esiste per farsi sempre più presente nella vita quotidiana del suo autore, un giovane con gli occhialetti che si divide tra sedute di psicanalisi, sedute in palestra con il fratello e passeggiate con la cagnolina. Il titolo mi ha incuriosita, il commento di una blogger mi ha convinta a guardarlo ma l’ho abbandonato perché lui è troppo Woody Allen, lei troppo 500 Days of Summer, il film in sé è troppo ammiccante e  forzato nella delineazione di personaggi che hanno lo spessore delle protagoniste della serie tv Girls: sono piatti, monodimensionali e terribilmente stereotipati. Poi magari nel corso del film si riscattano, ma credo che non lo scoprirò mai. Bello l’uso delle cromie, per il resto pfff.

Mi è quasi sembrato che fosse un patchwork di lavori precedenti (in particolare, di quelli citati poco più su) privo di una rielaborazione originale: come un copy-paste di elementi già esistenti privi di una visione che li riformulasse ironicamente o quantomeno in modo innovativo; non che mi aspettassi Godard o Tarantino, però il risultato va ben oltre la “strizzatina d’occhio” ai film da cui trae – per così dire – ispirazione.

Inoltre, potrei essere io ad avere un’opinione deviata, ma troppo spesso se un film è approved for all audience finisce per essere una ciofeca, o semplicemente una noia mortale.

 

Anche se mi vedo costretta ad ammettere che di fronte al film con Nino Angelo gentilmente trasmesso da RaiMovie questa mattina, questo è quasi un capolavoro.

Con mio grande sollievo, il film seguente è stato L’illusionista, diretto da Sylvain Chomet dopo il magico Appuntamento a Belleville*; peccato solo aver interrotto la visione per bassi istinti terreni (‘na fame che mi sentivo svenire).

 

*Sono l’unica ad aver preferito questo film a quelli di e con Jacques Tati?

 

 

 

 

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