Art for Art's Sake, cinema

(Non) è solo un lavoro: ‘Promised Land’ (Gus Van Sant 2013)

Ex ragazzo di campagna convertito alle multinazionali ma con una pericolosa (ed un po’ fastidiosa) tendenza all’onestà è incaricato di convincere gli agricoltori di una minuscola città a permettere alla società per cui lavora di estrarre il gas dal sottosuolo; purtroppo per lui e per la collega con cui deve svolgere il lavoro, alcuni interrogativi emergono da parte di un ex docente universitario in pensione e vengono apparentemente comprovati da un ambientalista recatosi sul posto per convincere gli abitanti a non firmare le concessioni.

Van Sant dirige il film abbondando in campi lunghi sui campi verdeggianti, inserendo in due occasioni il suo ‘marchio di fabbrica’, ossia le nuvole che scorrono veloci in modo quasi inquietante, forzando la compattezza visiva per farlo ma senza operare rotture troppo evidenti, anzi suggerendo l’incombere della fine del mondo rurale così come ce lo ha mostrato: il ‘ragazzone di campagna’ Steve (Matt Damon) e la sua collega Sue (Frances McDormand) si inseriscono in un contesto che non gli appartiene assumendo l’aspetto degli abitanti attraverso effettivi travestimenti che però paiono farsi pericolosamente veri con lo scorrere della narrazione, tanto da far emergere nell’uomo una certa nostalgia per quel passato nell’Iowa che fino a quel momento era stato un passe-partout per garantirsi la fiducia degli interlocutori e che neanche così inaspettatamente pare sopraffarlo.

Dall’altra parte, il leggero sbilanciamento di Sue a favore della vita agricola si rivela invece episodico e si fa immagine quando a seguito del monologo a cuore (un po’ troppo) aperto di Steve viene inquadrata con indosso degli occhiali da sole e con una sigaretta tra le dita; in breve, niente stupisce nella storia, né il ravvedimento di Steve né l’adesione completa di Sue alla linea dettata dalla compagnia per cui lavora giustificata dall’affermazione “è solo un lavoro” pronunciata prima di allontanarsi dalla cittadina, dal suo ormai ex collega e dalla verità.

Il percorso di Steve inizia e finisce con il gesto di lavarsi il volto, la prima volta nel ristorante in cui sta per ricevere l’incarico di recarsi nella cittadina e la seconda poco prima di denunciare gli imbrogli della compagnia per cui lavora, quando le nubi di cui sopra scorrono velocissime sulla superficie dell’acqua e sul suo viso; nella sua parabola c’è spazio per l’interesse sentimentale verso una ragazza che pare aver anticipato il suo stesso percorso, tornando in campagna dopo alcuni anni passati in città, e per una denuncia talmente scontata ed attesa da perdere gran parte della sua potenza accusatoria.

Restano le pause descrittive costituite da campi medio-lunghi sui campi verdeggianti spesso accompagnate dalla figura minuscola di Steve che pare in cerca di un senso a quell’incomprensibile richiamo delle proprie origini, la sequenza quasi più adatta ad un video musicale in cui le inquadrature accelerate dell’organizzazione della fiera di paese sono interrotte da inquadrature fisse di soggetti immobili, la colonna sonora che commenta adeguatamente le immagini e l’impianto visivo che richiama in più punti l’iconografia tipicamente americana di Edward Hopper; dall’altra parte, l’improvviso slancio d’onestà del protagonista pare essere destinato a determinare un cambiamento di minima importanza di fronte agli interessi della lobby dell’energia, rappresentando più il racconto di un ritorno alle origini (in cui vita rurale = buono e vita metropolitana/industriale = cattivo) che una denuncia sociale.

Edward Hopper, Gas (1940) (pic)

Insomma, in generale ricorda un po’ le forme d’arte promosse e finanziate dal governo di Roosvelt con il programma PWAP a seguito del crollo economico del 1929, in cui l’onesto e duro lavoro veniva eletto a rappresentare ed incoraggiare l’America sana ed onesta ed il mondo della finanza non trovava spazio in quanto simbolo di quanto di sbagliato e corrotto c’era negli Stati Uniti. Mi è ovvio pensare che non sia un caso, e che invece sia espressione di una visione politica ed estetica precisa.

Maurice del Mue, San Geronimo (1934)
(pic)

Credo che a parte quella riportata nel titolo, la battuta più pregnante sia

Allontanati di due passi da qualsiasi città e sembra sempre il Kentucky

che riflette brevemente un erroneo concepire le aree non urbane da parte della ‘fauna metropolitana’ ed insieme le dimensioni di quanto esiste a due passi da qualsiasi città: una vasta e perlopiù silenziosa presenza estranea ai maneggi delle potenti lobby ed impotente ad essi, ma viva e non necessariamente manipolabile; certo Matt Damon (sceneggiatore) risente un po’ troppo della leggerezza profumata di anarchia del finale di Will Hunting, primo risultato del sodalizio artistico con Van Sant e non si riesce a motivare il tanto pubblicizzato tentativo della lobby dei petrolieri di sabotare l’opera (si veda la locandina italiana), ma nel complesso è un film gradevole in cui i ribaltamenti di senso delle componenti visive è sottile ma efficace, anche quando riguarda simboli ingombranti quali la bandiera statunitense.

Edit: mi sento in dovere di linkare la recensione comparsa sul sito de L’Avanti senza commentarla per evitare di dover segnalare questo post come ‘non adatto ai minori’. Eccola.

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