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Monday Mood(s): Birdy, O’Connor, Truffaut, Bradbury e Bowie

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Rendendo grazie alle app per Android che mi permettono di realizzare immagini leggermente meno imbarazzanti di quelle create col netbook, auguro a tutti un lunedì meno traumatico possibile (soprattutto per chi lavora, per noi studentelli un giorno vale l’altro).

Birdy ha diciassette anni, è un’autrice e cantante inglese divenuta famosa vincendo il contest Open Mic UK nel 2008. Nota soprattutto per la cover di Bon Iver Skinny Love, io preferisco questo pezzo (e non solo perché è nella colonna sonora di The Vampire Diaries, lo giuro).

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Alle tre non era ancora tornata a casa. Attraversando l’atrio con una bottiglia nella tasca della vestaglia inciampò. Accese l’ultima sigaretta. Si sedette sul pavimento, accavallò le gambe. Compose un numero. Osservò un ragnetto attraversare in fretta il pavimento. Il telefono squillò sei volte. Sapeva che era tardi, disse. Lo capiva, eccome. Tremava dal freddo. Ma non capisci, mormorò. Mi sa che questa volta se n’è andata per sempre.

Conosceremo una grande quantità di persone sole e dolenti, nei prossimi giorni, nei mesi e negli anni a venire. E quando ci domanderanno che cosa stiamo facendo, tu potrai rispondere loro:

Noi ricordiamo.

Oh caress yourself, my juicy
For my hands have all but withered
Oh dress yourself my urchin one, for I hear them on the stairs
Because of all we’ve seen, because of all we’ve said

We are the dead
We are the dead
We are the dead

Questi ultimi tre frammenti (Truffaut/Bradbury/Bowie) meriterebbero un post a parte, e chissà che un giorno non mi senta abbastanza intelligente da scriverlo.

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Suggestioni horror d’altri tempi: The Theatre Bizarre

Nonostante il genere horror non sia esattamente uno dei miei preferiti, tendo a preferirne la scuola ‘classica’ rispetto alle derive psicologiche tornate in auge negli ultimi anni: quindi benvenuti mostri, streghe e maledizioni e pollice verso per vicini di casa psicopatici e simili, perché è tanto più bello restare turbati e privi di spiegazioni spicciole, e perché se non si è Hitchcock, meglio lasciar perdere: il pistolotto psichiatrico funziona solo in Psycho.

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La struttura di The Theatre Bizarre mi ha incuriosita perché è composto da sei episodi slegati tra loro ma uniti sulla trama che li contiene, quella cosiddetta ‘di primo livello’: infatti, i sei frammenti vengono proiettati all’interno di un vecchio teatro e presentati da marionette dalle sembianze umane riprese dalla tradizione parigina del Grand Guignol, e col procedere delle storie pare che la spettatrice, una ragazza intrigata dall’edificio teatrale in disuso, assuma progressivamente le fattezze di una marionetta.

I sei racconti contenuti nella cornice del teatro sono diretti da sei differenti registi e sono profondamente diversi uno dall’altro per contenuti, ambientazione ed estetica, ma mi è parso che fossero tenuti insieme dal filo rosso di una visione malefica del femminino, quasi di una ‘donna ragno’ che ricorre nel corso della visione.

L’aspetto interessante è che i diversi approcci dei registi fa sì che alcune parti siano gradevoli e narrativamente interessanti, mentre altre siano oggettivamente brutte: è il caso di Wet Dreams, un horror onirico in cui il confine tra sogno e realtà si fa sempre più labile mentre gli incubi di castrazione del protagonista fedifrago si fanno sempre più concreti e incombenti, con francamente disgustose inquadrature di parti anatomiche amputate e una recitazione imbarazzante.

Gli estimatori dei film à la Dario Argento prima maniera apprezzeranno sicuramente il primo frammento, Mother of Toads, un racconto in cui antiche superstizioni, magia e creature notturne concorrono alla creazione di un universo magico da cui pare impossibile fuggire, con l’aggiunta di alcuni elementi propri dell’horror più classico: due turisti americani in giro per il vecchio continente, una creatura delle tenebre che vive nelle profondità di un bosco e che è capace di mutare la propria forma per sedurre e distruggere, il tutto accompagnato da una colonna sonora gotica davvero inquietante. In questo racconto le forze oscure della notte distruggono quelle razionali del progresso e della tecnologia, affermandosi come vincitrici anche se invisibili ai più.

I disturbi psichici tipici dei primi film di Roman Polanski emergono in I Love You, incentrato sulla disperazione della vita di tutti i giorni e sugli eventi che possono distruggere un’esistenza apparentemente normale; anche qui, la causa scatenante è una donna che pare vivere allo scopo di far innamorare e poi abbandonare gli uomini; la dominante bianca del film enfatizza la visione disturbante dell’esplosione di sangue che lo conclude.

Il segmento The Vision si allontana dall’immaginario orrorifico per mostrare la storia di una bambina che dopo aver assistito ad un incidente stradale mortale, pone alla madre domande sulla morte: privo di una temporalità lineare, solo alla fine si riesce a ricostruire l’insieme degli eventi; in qualche modo sembra riflettere sul confine labile tra la vita e la morte, sulla fragilità del corpo umano e sulla percezione di essa da parte di una mente infantile.

In Vision Stains si potrebbe rilevare una riflessione sul tema dello sguardo e di come esso si inserisce nel cinema, sulle pulsioni voyeuristiche portate all’estremo dalla televisione dei reality show e qui ulteriormente spinte alla necessità di appropriarsi di parti biologiche altrui per riviverne le esperienze.

Sweets torna nuovamente sul tema delle relazioni sentimentali, ancora una volta proponendo una donna gelida contrapposta ad un uomo debole.

Ho di recente letto un saggio (per chi fosse interessato: “Lo splatter (il montaggio) e l’imago del corpo in frammenti” di Roberto Nepoti, contenuto in “The Body Vanishes. La crisi dell’identità e del soggetto nel cinema americano contemporaneo”, a cura di Franco La Polla) che esplora l’evoluzione dell’immaginario horror a partire dalle tavole anatomiche rinascimentali, passando appunto per il Grand Guignol fino ad arrivare ai film splatter e gore; nel ripercorrere questo percorso per immagini e in particolare soffermandomi sul teatro parigino ospite della celebre e crudele marionetta, e proseguendo nel parallelo tra quanto scritto dall’autore e il film, ho trovato interessante verificare come quest’ultimo suggerisca un asservimento del corpo e della mente umana ad un’entità malefica che attraverso il cinema priva la spettatrice malcapitata della propria volontà e dell’umanità, assorbendo quest’ultima.

Per non parlare poi dei riferimenti alle origini del cinema e al suo debito nei confronti dell’intrattenimento teatrale “basso”, enfatizzato dall’ambientazione dell’azione in un teatro dismesso (che io immaginavo un po’ meno moderno e decisamente meno americano nel leggere la trama prima della visione, ma questo è decisamente un’impostazione mentale dovuta al contesto europeo in cui sono cresciuta) alla suddivisione in episodi completamente slegati uno dall’altro, fino agli inquietanti ed incomprensibili intermezzi.

Non diventerà mai un cult del suo genere, ma la visione è piacevole (escluso ovviamente Wet Dreams), i diversi approcci all’universo dell’horror sono interessanti e insomma sì, lo consiglio.

The Theatre Bizarre

USA/Fr 2011

D.Buck, B.Giovinazzo, D.Gregory, K.Hussain, T.Savini, R.Stanley

The Theatre Bizarre (2011) screens

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Art for Art's Sake, cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza, universi paralleli

Considerazioni sparse: “Ho un lavoro! Scrivo un blog!”

Mi disconnetto per qualche giorno e sul web esplode l’ennesima vajassata tra semisconosciuti (youtubers, twitstars, blogstars e compagnia danzante), così che mi trovo costretta a fare un veloce riepilogo per capire cosa sia successo.

Ho tempo da perdere, che posso fare.

Tralasciando le noiosissime motivazioni della lite e i toni da telenovela sudamericana degli anni Ottanta – tra le quali ricordo con affetto Manuela perché la guardava assiduamente la mia nonnina, mi sono trovata a cercare di fare il punto sulla concezione di “lavoro” completamente sfasata che a volte è propria di alcuni di queste “star del web”.

Non sto per lanciarmi in una crociata contro i cazzeggiatori della blogosfera o di YouTube perché ne faccio parte a pieno titolo, tuttavia alcuni di loro sono riusciti a distorcere la realtà tramutando senza motivazioni apparenti l’attività – appunto – di cazzeggio in fantomatico lavoro. Intendiamoci, c’è chi dal web è passato a media differenti come la televisione (ne avevamo già parlato qui) con risultati più o meno scadenti, ma che nella realtà concreta delle cose li rende conduttori televisivi o radiofonici, scrittori nel caso abbiano pubblicato qualcosa tramite case editrici e via discorrendo.

La qualità dei prodotti finiti è sovente scarsa per permettere all’editore/produttore di turno di cavalcare la moda del momento avendo a disposizione mezzi decisamente meno veloci delle piattaforme internet, siano essi studi televisivi o apparati dell’editoria, ma credo che nei fatti nessuno potrebbe andare da una truccatrice che ha scritto un libro sugli ombretti con i brillantini a dirle che non è una scrittrice.

Le si potrà contestare il contenuto e magari anche la forma, ma di fatto un libro l’ha scritto.

A lato di questi fenomeni da baraccone esiste tutto un sottobosco di wannabe che arrancano in modo più o meno esplicito tentando di solleticare l’interesse dell’industria produttiva non internettiana (e dunque non-pro bono); al loro interno vi è un’altra sottocategoria che ritiene che un qualsiasi contenuto autoprodotto (come potrebbe esserlo questo accumulo di irrilevanti considerazioni che avete davanti) li renda dei professionisti in quell’ambito, come se scrivere venti righe su un blog o registrare dieci minuti di video su YouTube facesse di loro degli autori, degli scrittori, dei registi o chissà che altro.

Fa sorridere e anche un po’ sghignazzare vedere virtuali code da pavone aprirsi sulle pagine dei blog e dei social networks mentre la webstar di turno millanta posizioni professionali inesistenti per poi accettare di buon grado qualsiasi (o quasi) occasione di visibilità, aderendo fedelmente alle linee richieste anche quando in netto contrasto con le convinzioni espresse ‘sul posto di lavoro’, ossia su internet.

Intendiamoci, ci sono fior di giornalisti e critici che lavorano esclusivamente sul web collaborando con testate prestigiose, ma dall’altra parte sembra che ormai la democrazia della rete abbia determinato la possibilità di ritenersi professionisti quando l’unica attività in cui ci si adopera è sproloquiare su blog più o meno improbabili, lanciare importantissimi progetti che inevitabilmente si schiantano sugli scogli dell’indifferenza generale e autofinanziarsi pubblicazioni o prodotti video che nessun editore o produttore avrebbe mai accettato di finanziare, e un motivo ci sarà pure.

Insomma, alla luce di tutto ciò ho deciso di prendere in mano la mia vita e di trovarmi un lavoro: scriverò un libro-inchiesta sulla lobby che non vuole che James Van Der Beek diventi famoso, e su quella che spinge Jonathan Rhys-Meyers verso l’autodistruzione perché è (era) troppo affascinante e avrebbe portato via i ruoli migliori ai suoi colleghi.

Magari mi inviteranno a presentarlo a Mistero.

Per concludere, a mo’ di monito vorrei presentarvi il prototipo della webstar fallita: celebre fin dal concepimento, frutto dell’amore tra il padre di David e la madre di Kelly e bipolare: Erin Silver!

?????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????????Eccola affranta, seduta sul divano di casa di qualcun altro.

E pensare che al liceo scriveva un blog per sfottere i compagni di scuola!

Pensare che si era autoprodotta un film (a tinte hard) che le era fruttato un internamento in ospedale psichiatrico!

Pensare che aveva anche fatto la stagista su un set! (O quella era Serena Van Der Woodsen? Forse entrambe)

Eppure eccola, occupata a far nulla, o meglio a vagare per L.A. con un furgone-ristorante tentando di convincere i passanti a raccontare le proprio noiosissime storie a favor di camera.

Perché ehi, lei è una documentarista.

Osservate e riflettete sulla povera Silver, prototipo della webstar senza arte né parte che nonostante faccia parte di un prodotto davvero inclassificabile, esemplifica quanto ho scritto in questo post dilungandomi fin troppo.

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universi paralleli, voyages

comunicazione di servizio #3: interruzione delle trasmissioni

I miei sproloqui vanno in pausa per qualche giorno causa trasferta verso il confine nordorientale di questo Paese in cui pare divertente votare Valeria Marini per la Presidenza della Repubblica.

Se siete dalle parti di Gorizia e volete bervi una o due o tre birre, il mercato europeo sarà da domani fino a domenica sera in corso Italia, lo stand è quello della Birra Ceca: oltre alle diverse qualità di birra, c’è anche una selezione di liquori e dei cocktail di assenzio che cosa ve lo dico a fare.

Io intanto passo, chiudo e torno a impacchettare lo stretto indispensabile.

A presto!

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30ThingsAboutMe, cinema, teledipendenza, universi paralleli

Informazione di servizio #2

Dunque, mi sembra quasi di tirarmela visto che l’ho già scritto su Facebook ma insomma, è una bella novità (per me, a voi magari fottesega) e vorrei rendere partecipi i lettori affezionati e quelli occasionali di questo blog.

Intanto grazie per continuare a usare una parte del vostro tempo per leggere le assurdità che scrivo, mi fa molto piacere e sto scrivendo un apposito discorso per ringraziarvi quando vincerò il Pulitzer.

Ok, ricomponetevi, smettete di ridere.

In breve, ho iniziato a collaborare con un sito, Inchiostro Elettronico, che è un contenitore di diversi argomenti, dall’attualità alla musica, dalla cultura alle idiozie che scrivo io.

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E infatti ieri è stato pubblicato il primo post che ho scritto per quel sito, in cui fingendo di ragionare sulle problematiche della transmedialità e del divismo blatero di Dawson’s Creek. Se vi interessa dargli un’occhiata lo trovate qui, e magari fate un giro per il sito.

Niente, basta, già mi sento abbastanza in imbarazzo. Ciao.

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Art for Art's Sake, cinema

I film dell’adolescenza: Paradiso Perduto (Cuarón 1998)

Ci sono talvolta dei film che a distanza di anni dalla visione, restano impressi nella memoria attraverso il ricordo di alcune tonalità di colore o di parti di colonna sonora; la trama tende a sfuggire, i personaggi sfumano indistintamente e ciò che occasionalmente riemerge fa venire la voglia di rivedere il film. Prima o poi.

Vidi Paradiso Perduto (Great Expectations, 1998) in VHS intorno ai quindici anni e ne rimasi folgorata. Il film in sé non è eccezionale: adattamento in chiave contemporanea di Grandi Speranze di Charles Dickens, ambientato tra i villaggi di pescatori della Florida e l’alta società newyorkese, è incentrato sulla scalata sociale del piccolo Finn che tenta di farsi conoscere per il suo lavoro di pittore per conquistare Estella, algida nipote della bizzarra signora Dinsmoor.

Casa Dinsmoor è in realtà Cà d’Zan, residenza costruita nel 1924 a Sarasota (Florida)

 

Quello che a me è rimasto del film sono gli ambienti e le musiche, i primi evocativi e avvolgenti (casa Dinsmoor è una meraviglia decadente, specchio fedele della donna dal cuore spezzato che la abita) e le seconde tanto epiche da rendere memorabili sequenze che sarebbero altrimenti state poco più che mediocri.

Il tema sonoro principale è Siren di Tori Amos, un pezzo che ancora oggi mi riporta alla mente la sequenza iniziale del film, ma le musiche originali sono opera di Patrick Doyle; il brano più riuscito è secondo me I Saw No Shadow of Another Parting, meraviglia lirica che riprende nel testo alcune battute del copione.

A difesa di un film che, per dirla con il recentemente deceduto Roger Ebert, comincia come un grande film e finisce semplicemente come un buon film, la scelta degli attori è azzeccatissima: dal volto tragicamente ingenuo di Ethan Hawke alla tormentata algidità di Gwyneth Paltrow, fino a quell’espressione corporea di un dolore cristallizzato nelle fattezze di Anne Bancroft; l’unica pecca è forse Robert De Niro: se all’inizio il personaggio è da brividi nella schiena e sembra richiamare alcune delle interpretazioni cult dell’attore, il ritorno nel finale è quasi superfluo.

Anche i costumi meritano una menzione, soprattutto (solo?) quelli femminili:

sia Estella che sua zia indossano prevalentemente abiti verdi che richiamano l’incolto giardino della dimora di famiglia e un tentativo disperato di sbocciare oltre la tragedia sentimentale che pare destinata ad influire sull’intera progenie. L’evoluzione verso il non-colore, il nero, coincide con la mutazione di Estella nella donna-ragno plasmata da sua zia: il cuore di Finn sta per essere spezzato, la redenzione pare impossibile fino all’apparizione in bianco nella sequenza finale: il volto segnato da quella piramide di dolore costruita ad arte nel corso degli anni, forse finalmente pronta a ricominciare.

Non rende bene, ma anche l’abito a sinistra è verde. (pic)

Il guardaroba di Miss Dinsmoor sarebbe particolarmente apprezzato dagli estimatori del vintage, sebbene esso sia una soluzione visiva per rappresentare l’incapacità della donna di affrontare e superare il dolore dell’abbandono da parte del promesso sposo; da questo punto di vista, i verdi che contraddistinguono sia lei che la nipote le rendono in qualche modo parte della casa di famiglia, bloccate al suo interno come se le piante che l’hanno ormai invasa avessero imprigionato anche le due donne; in poche parole, ciò a cui alludo è una sorta di elemento architettonico ‘vivo’ ed evocativo.

Mi sono appena vista tra settant’anni. Bene. (pic)

Le linee dei costumi di Gwyneth Paltrow sono pulite e poco decorate, in netto contrasto con gli esuberanti abiti indossati dalla Bancroft e sottile fil rouge che allude a quell’eredità morale devastante passata da una all’altra donna.

Se il film vi interessa si trova facilmente su internet (chiedete e vi sarà dato), mi piacerebbe avere uno scambio di opinioni in merito visto che pare misconosciuto. Fatemi sapere!

 

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