cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza

Non trovo un titolo adatto. Comunque cinema, tv, streaming, Twitter, Un posto al sole.

Il povero cinema è dato per morto o moribondo già da diversi anni, se si pensa che gli inventori della settima arte lo definirono un’invenzione senza futuro certe visioni apocalittiche sul destino del grande schermo si fanno quantomai tragiche.

Per molto tempo ho avuto un’opinione terribilmente snob in merito, in parte dovuta al mio ateneo di provenienza in cui lo studio dei film e delle teorie del cinema era abbastanza radicale, nel senso che storcevo il naso (non ancora rotto) sostenendo che nessun prodotto televisivo avrebbe MAI potuto eguagliare le opere cinematografiche, per non parlare della fruizione tramite web.

Negli ultimi anni, complice il proseguimento degli studi in un ambiente abbastanza diverso da quello da cui provengo, a piccoli passi sono diventata più tollerante, fino a diventare una big fan di alcune tipologie di produzioni televisive, non necessariamente di quelle realizzate con un impianto estetico o narrativo più vicino al grande schermo (vedi Boardwalk Empire).

L’aspetto divertente del contesto odierno è secondo me il lento declino della televisione (a cui mi ero appena abituata) di fronte alla fruizione via web di prodotti sì pensati per il piccolo schermo, ma sovente stravolti in fase di doppiaggio o ignorati dalle reti televisive nostrane perché, come un certo tipo di cinema, fanno fatica a tenere il passo con i cambiamenti sociali e tecnologici.

Ad esempio, le generazioni giovani prediligono la serialità rispetto al prodotto autoconcluso tipico del cinema, e fruiscono sempre più spesso i prodotti televisivi attraverso lo streaming; questi due aspetti permettono di interagire in tempo quasi reale con i fan delle serie tv del resto del mondo, di abituarsi alle lingue straniere (aspetto secondo me importantissimo, sia per ragioni di internazionalizzazione che di completezza del prodotto che si guarda) e di sentirsi fighi parlando di argomenti conosciuti da pochi.

Inoltre, lo streaming permette di guardare l’episodio quando si vuole, di interrompere e riprendere la visione senza intromissioni pubblicitarie e senza essere schiavi del palinsesto delle reti tv; d’altra parte, il fatto che moltissimi attori e autori posseggano profili sui social network con cui interagire favorisce la sensazione di partecipazione attiva allo show, soprattutto in alcuni casi: per mesi i fan di The Vampire Diaries (non ne parlavo da troppo tempo e volevo inserirlo) hanno auspicato sul web il ritorno di un personaggio molto amato, Elijah, e quando se lo sono trovato sullo schermo molti di loro hanno creduto che la richiesta massiccia avesse condizionato le decisioni degli autori in merito. Da parte loro, questi ultimi giocano abilmente con il loro pubblico lasciando spesso credere che sia effettivamente così.

Tutti questi meccanismi tendono a favorire non solo l’identificazione con i personaggi ma anche una forma abbastanza forte di affezione, anch’essa abilmente sfruttata dagli uffici stampa con indiscrezioni e gossip relativi alle relazioni tra gli attori (salvo poi essere sovente beccati con le braghe calate, come nel caso Pattinson/Stewart).

Questi sentimenti di vicinanza con quanto si fruisce attraverso uno schermo hanno anche aiutato l’affermarsi del fenomeno vlog, ossia i video-blog ospitati da piattaforme come YouTube all’interno dei quali gli autori chiacchierano amabilmente della propria vita; questa tipologia di video ha ultimamente sostituito i ben noti video tutorial, determinando l’emergere di persone del tutto prive di talento, capacità o cose da dire che hanno guadagnato un largo seguito proprio perché periodicamente raccontano i fatti loro; in questo caso identificazione e affezione coincidono, poiché spesso in questi video ci sono riferimenti a commenti ricevuti dagli utenti e perché sovente i temi trattati sono gli stessi che costellano la vita quotidiana dei fruitori, come ad esempio le diete (argomento “caldo” degli ultimi mesi).

Credo che la mia generazione si collochi in bilico tra lo snobismo cinefilo e l’entusiasmo per i nuovi metodi di fruizione, poiché molti di noi non rinuncerebbero per nulla al mondo alla visione di determinati film in una sala cinematografica ma tollerano la visione domestica nel caso in cui non si è certi della qualità del prodotto in relazione al prezzo del biglietto del cinema; i cineasti più innovativi lavorano su entrambi i fronti, realizzando film da cui traggono miniserie per il piccolo schermo e inserendo video dei dietro le quinte su internet; negli Stati Uniti e in Gran Bretagna questi metodi fluidi sono utilizzati spesso e bene, dalle nostre parti possiamo accontentarci di ricevere le novità e le foto di Un posto al sole sul nostro telefonino e di sperare che MTV acquisti i diritti della nuova stagione di Skins, ottima produzione inglese che le reti maggiori non trasmetteranno mai perché ci sono degli adolescenti, c’è dell’alcol, ci sono le droghe, c’è del sesso e queste cose vanno bene solo su Studio Aperto o da Barbara d’Urso.

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