Art for Art's Sake, cinema

Suggestioni horror d’altri tempi: The Theatre Bizarre

Nonostante il genere horror non sia esattamente uno dei miei preferiti, tendo a preferirne la scuola ‘classica’ rispetto alle derive psicologiche tornate in auge negli ultimi anni: quindi benvenuti mostri, streghe e maledizioni e pollice verso per vicini di casa psicopatici e simili, perché è tanto più bello restare turbati e privi di spiegazioni spicciole, e perché se non si è Hitchcock, meglio lasciar perdere: il pistolotto psichiatrico funziona solo in Psycho.

Theatre-Bizarre-Poster-Artwork

La struttura di The Theatre Bizarre mi ha incuriosita perché è composto da sei episodi slegati tra loro ma uniti sulla trama che li contiene, quella cosiddetta ‘di primo livello’: infatti, i sei frammenti vengono proiettati all’interno di un vecchio teatro e presentati da marionette dalle sembianze umane riprese dalla tradizione parigina del Grand Guignol, e col procedere delle storie pare che la spettatrice, una ragazza intrigata dall’edificio teatrale in disuso, assuma progressivamente le fattezze di una marionetta.

I sei racconti contenuti nella cornice del teatro sono diretti da sei differenti registi e sono profondamente diversi uno dall’altro per contenuti, ambientazione ed estetica, ma mi è parso che fossero tenuti insieme dal filo rosso di una visione malefica del femminino, quasi di una ‘donna ragno’ che ricorre nel corso della visione.

L’aspetto interessante è che i diversi approcci dei registi fa sì che alcune parti siano gradevoli e narrativamente interessanti, mentre altre siano oggettivamente brutte: è il caso di Wet Dreams, un horror onirico in cui il confine tra sogno e realtà si fa sempre più labile mentre gli incubi di castrazione del protagonista fedifrago si fanno sempre più concreti e incombenti, con francamente disgustose inquadrature di parti anatomiche amputate e una recitazione imbarazzante.

Gli estimatori dei film à la Dario Argento prima maniera apprezzeranno sicuramente il primo frammento, Mother of Toads, un racconto in cui antiche superstizioni, magia e creature notturne concorrono alla creazione di un universo magico da cui pare impossibile fuggire, con l’aggiunta di alcuni elementi propri dell’horror più classico: due turisti americani in giro per il vecchio continente, una creatura delle tenebre che vive nelle profondità di un bosco e che è capace di mutare la propria forma per sedurre e distruggere, il tutto accompagnato da una colonna sonora gotica davvero inquietante. In questo racconto le forze oscure della notte distruggono quelle razionali del progresso e della tecnologia, affermandosi come vincitrici anche se invisibili ai più.

I disturbi psichici tipici dei primi film di Roman Polanski emergono in I Love You, incentrato sulla disperazione della vita di tutti i giorni e sugli eventi che possono distruggere un’esistenza apparentemente normale; anche qui, la causa scatenante è una donna che pare vivere allo scopo di far innamorare e poi abbandonare gli uomini; la dominante bianca del film enfatizza la visione disturbante dell’esplosione di sangue che lo conclude.

Il segmento The Vision si allontana dall’immaginario orrorifico per mostrare la storia di una bambina che dopo aver assistito ad un incidente stradale mortale, pone alla madre domande sulla morte: privo di una temporalità lineare, solo alla fine si riesce a ricostruire l’insieme degli eventi; in qualche modo sembra riflettere sul confine labile tra la vita e la morte, sulla fragilità del corpo umano e sulla percezione di essa da parte di una mente infantile.

In Vision Stains si potrebbe rilevare una riflessione sul tema dello sguardo e di come esso si inserisce nel cinema, sulle pulsioni voyeuristiche portate all’estremo dalla televisione dei reality show e qui ulteriormente spinte alla necessità di appropriarsi di parti biologiche altrui per riviverne le esperienze.

Sweets torna nuovamente sul tema delle relazioni sentimentali, ancora una volta proponendo una donna gelida contrapposta ad un uomo debole.

Ho di recente letto un saggio (per chi fosse interessato: “Lo splatter (il montaggio) e l’imago del corpo in frammenti” di Roberto Nepoti, contenuto in “The Body Vanishes. La crisi dell’identità e del soggetto nel cinema americano contemporaneo”, a cura di Franco La Polla) che esplora l’evoluzione dell’immaginario horror a partire dalle tavole anatomiche rinascimentali, passando appunto per il Grand Guignol fino ad arrivare ai film splatter e gore; nel ripercorrere questo percorso per immagini e in particolare soffermandomi sul teatro parigino ospite della celebre e crudele marionetta, e proseguendo nel parallelo tra quanto scritto dall’autore e il film, ho trovato interessante verificare come quest’ultimo suggerisca un asservimento del corpo e della mente umana ad un’entità malefica che attraverso il cinema priva la spettatrice malcapitata della propria volontà e dell’umanità, assorbendo quest’ultima.

Per non parlare poi dei riferimenti alle origini del cinema e al suo debito nei confronti dell’intrattenimento teatrale “basso”, enfatizzato dall’ambientazione dell’azione in un teatro dismesso (che io immaginavo un po’ meno moderno e decisamente meno americano nel leggere la trama prima della visione, ma questo è decisamente un’impostazione mentale dovuta al contesto europeo in cui sono cresciuta) alla suddivisione in episodi completamente slegati uno dall’altro, fino agli inquietanti ed incomprensibili intermezzi.

Non diventerà mai un cult del suo genere, ma la visione è piacevole (escluso ovviamente Wet Dreams), i diversi approcci all’universo dell’horror sono interessanti e insomma sì, lo consiglio.

The Theatre Bizarre

USA/Fr 2011

D.Buck, B.Giovinazzo, D.Gregory, K.Hussain, T.Savini, R.Stanley

The Theatre Bizarre (2011) screens

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