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Back to basic: come risolvere l’inevitabile caos di un trasloco

Disclaimer: post riservato quasi esclusivamente al gentil sesso, non me ne vogliano i lettori maschietti; penso comunque che alcuni di loro potrebbero trovare la lettura utile.

Intrappolata da due giorni in una camera in via di smantellamento, ho velocemente iniziato a odiare tutto ciò che usciva dallo spazio apparentemente esiguo in cui ho vissuto nel corso dell’ultimo anno: indumenti, scarpe, libri, borse, oggetti di ogni sorta e dimensione si sono riversati sul letto e di fronte alla grande e accogliente valigia che lentamente si riempiva ho avuto un moto di disgusto verso il superfluo.

Ho quindi (saggiamente?) deciso di adottare una tattica per me inusuale e quasi sacrilega: la selezione naturale degli oggetti.

Se in un primo momento ogni forcina per capelli, ogni fotocopia sembrava possedere un valore intrinseco e un’anima che mi chiedeva silenziosamente di non privarmi di tanta possibile (ma improbabile) utilità, poco alla volta la foga del ritorno all’ordine (cit.) si è impossessata delle mie mani, ha ottenebrato il mio cervello e il risultato sono state una decina di buste piene di cose.

So che pare impossibile, ma non lo è ed ora vi dimostrerò scientificamente come procedere all’eliminazione di ciò che non sono non è necessario, ma neanche utile.

Primo passo: che cosa ho? Sgomberate il letto e/o il tavolo, create delle pile di oggetti uguali o simili al fine di realizzare l’entità numerica di ogni categoria. Vi assicuro che guardando il cumulo dei jeans che si faceva sempre più alto, sono stata colta da un misto di stupore e vergogna.

Secondo passo: cosa mi serve? Poche balle, l’abbondante metà di ciò che possediamo è del tutto superflua. Ci servono davvero tutte quelle paia di ballerine? E quei pantaloni che non ci entrano da un decennio ma che non si sa mai? Siamo sincere: a parte rari casi, nel corso di una stagione indossiamo grossomodo gli stessi capi e gli stessi accessori. La regola che ho adottato è stata: se ho passato più di un mese e mezzo senza utilizzarlo, non mi serve. (Ovviamente, discorso a parte per libri, medicinali, fotografie)

Terzo passo: cosa me ne faccio del superfluo? Le opzioni sono diverse: dal passaggio ad amiche (scelta saggia che vi renderà contente quando le vedrete utilizzare ciò che avete dato ma che potrà far vacillare la vostra autostima nel constatare che quei jeans che a voi stavano demmerda sembrano cuciti addosso alla vostra longilinea amica) alla donazione alle varie associazioni di volontariato che si occupano di questo tipo di servizi (non temete: anche il vostro top di paillette dorate sarà loro utile, lo venderanno a qualche altra squilibrata come voi; sconsiglio i cassoni deputati al recupero degli indumenti che si vedono per strada perché a Torino li vedo sempre saccheggiati, e in almeno un’occasione mi è parso di rivedere qualcosa di tremendamente familiare su un banco dell’usato al mercato), ai negozi tipo Mercatopoli che vi daranno una commissione se e quando venderanno i vostri tesori, fino alla soluzione per eccellenza (ma qui, ahimè, parlo solo alle sabaude): IL GRAN BALON. Un paio di amiche vi hanno portato il loro superfluo un paio di settimane fa e pare si siano divertite moltissimo, non vedo l’ora di unirmi al gruppo.

Quarto (e ultimo) passo: e se poi…? NO. Ragazze, no. Se già solo avete considerato la possibilità di disfarvene, vuol dire che dovete farlo. Quella t-shirt con scritto Il principe azzurro è gay sarà di cattivo gusto anche tra quindici anni, fatevene una ragione e procedete anzi a un mea culpa per averla acquistata e date via anche quella disgustosa borsa dal colore improbabile che tenete custodita come l’anello di Frodo e quelle scarpe a punta che vi possono servire giusto per schiacciare i ragni negli angoli, o per ferire un eventuale malintenzionato.

Giuro che al termine di questa rehab in quattro step vi sentirete benissimo. Ve lo assicuro. Al momento, ho rinchiuso (quasi) tutti i miei averi in due valigie. Ora passo alla decimazione delle scarpe, dopodiché potrò dormire serena e in un mondo più ordinato.

Fatemi sapere se la cura funziona, ci vuole coraggio per iniziare ma al termine si viene colte da un ordine mentale incredibile e molto piacevole.

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La saggezza dei padri

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amori, musica, Torino, universi paralleli

“I haven’t been gone very long, but it feels like a lifetime”

If you hate the taste of wine
Why do you drink it till you’re blind?
And if you swear that there’s no truth and who cares
How come you say it like you’re right?
Why are you scared to dream of God
When it’s salvation that you want?
You see stars that clear have been dead for years
But the idea just lives on…

In our wheels that roll around
As we move over the ground
And all day it seems we’ve been in between
The past and future town

We are nowhere and it’s now
We are nowhere and it’s now

And for a ten minute dream in the passenger’s seat
While the world was flying by
You haven’t been gone very long
But it feels like a life time

I’ve been sleeping so strange at night
Side effects they don’t advertise
I’ve been sleeping so strange
With a head full of pesticide

I’ve got no plans in too much time
I feel too restless to unwind
I’m always lost in thought as I walk a block
To my favorite neon sign

Where the waitress looks concerned
But she never says a word
Just turns the juke box on and we hum along
And I smile back at her

And my friend comes after work
When the features start to blur
She says these bars are filled with things that kill
By now you probably should have learned

Did you forget that yellow bird?
How could you forget your yellow bird?
She took a small silver wreath and pinned it onto me
She said this one will bring you love
And I don’t know if it’s true
But I keep it for good luck

torino

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cinema, Considerazioni sparse, Libri, musica

Brevi(ssime) considerazioni su Il Grande Gatsby

Va beh che l’avete già visto praticamente tutti e praticamente tutti ne hanno parlato o scritto, io come al solito arrivo un po’ in ritardo perché ho passato l’ultima settimana ad alternare giornate letargiche ad altre in cui mi sono svegliata alle 7:30 per studiare senza apparenti motivi, insomma a fare grossomodo ciò che ho fatto nel corso degli ultimi due anni e mezzo.

Ciononostante, nel caso ci fosse qualcuno che ancora non è andato al cinema, qualche purista dell’adattamento che a priori storce il naso e boicotta o varie ed eventuali, ecco le mie personali considerazioni sul ‘caso cinematografico dell’anno’, Il grande Gatsby.

Nota: procederò per punti perché non ho le forze di articolare un discorso coerente.

  • Comincio dalle questioni di fedeltà dell’adattamento: nell’approcciarsi a questo film, bisogna tener conto che Luhrmann è Luhrmann. Mi spiego: non ci si può aspettare che uno dei cineasti contemporanei più kitsch e caciaroni si ponga particolari problemi di aderenza storica, storcere il naso per i brani rap è come guardare un film di Lynch aspettandosi di capire tutto. 
  • La narrazione è ben costruita, prima e seconda parte si contrappongono in modo bilanciato, il percorso compiuto dai personaggi è coerente così come la loro evoluzione. Certo partendo da quel testo letterario era difficile scazzare completamente il copione, ma non impossibile.
  • A prescindere dall’ambientazione (soprattutto da quella della prima parte) che riempie occhi e cervello di colori, suoni, luci e movimenti sincopati che sono poi la cifra stilistica del regista, il film porta una critica alla società americana pre-Grande Depressione, evidenziandone gli eccessi e l’intrinseca ipocrisia del sogno americano: non solo l’uomo ‘fatto da sé’ per raggiungere la propria posizione si è affidato alle amorevoli cure della mafia, ma sarà proprio lui a crollare mentre i ‘vecchi ricchi’ resteranno inevitabilmente illesi (almeno per qualche anno ancora); inoltre, l’ambientazione di diverse scene al termine delle grandiose feste in casa Gatsby enfatizza proprio quella depressione post-party (perdonatemi), il senso di vuoto e di scorrere del tempo.
  • Tornando al regista, è interessante notare che a parte l’attrazione per racconti molto simili (lui ama lei, lei ama lui, qualcuno/qualcosa si mette in mezzo e il loro sogno d’amore non si realizzerà mai), i suoi personaggi sono portatori di sentimenti semplici ma assoluti e devastanti, che almeno in due casi (Gatsby e Moulin Rouge) affidano alla parola scritta i ricordi del passato da un presente triste e inappagante; infine, l’identificazione del regista del villain in un personaggio con i baffi mi ha fatto sorridere e chiedermi quale orrenda persona baffuta debba aver segnato così profondamente la sua vita (parlo di Tebaldo, del conte pretendente di Satine e del marito di Daisy).
  • Alcuni giorni fa, un collega cinefilo (con lode) mi preannunciò che avrei certamente trovato ironicamente straordinaria la prima inquadratura del volto di Gatsby, e beh aveva perfettamente ragione perché pur avendo una potenza visiva fortissima, il suo essere simulacro dei divi del cinema americano classico la rende più leggera; tra l’altro, le inquadrature di schiena del protagonista mi hanno ricordato un po’ un certo divo in un certo film, ad evidenziare l’omaggio del regista ai grandi maestri del cinema.
  • Ho deciso di non guardare il film in 3D a causa dei problemi di vista che mi impediscono di apprezzare a pieno tale tecnologia (una volta su due non ne percepisco gli effetti), ma fortunatamente questo è un film che al contrario di altri, funziona benissimo anche con la fruizione tradizionale grazie al già lodato impianto narrativo.
  • La protagonista femminile, Carey Mulligan, non mi piace particolarmente anche se è fondamentalmente colpa del personaggio che interpreta in Wall Street 2, ma in questo caso non mi è dispiaciuta affatto.
  • Abiti e accessori sono firmati Miu Miu e Prada, e sebbene io sia un po’ per principio a favore della figura del costumista tradizionale, non si può negare che le due maison abbiano fatto un lavoro eccelso.
  • L’alternarsi delle stagioni come ‘commento’ agli eventi della storia non è particolarmente originale, ma funziona.
  • Temo che in fase di doppiaggio ci sia stata una sorta di misunderstanding: infatti, il personaggio di Tobey Maguire sostiene di fronte all’analista che lo ha appena classificato come alcolizzato di essersi ubriacato “solo due volte”, mentre credo (ma potrei sbagliare) che il dialogo originale si riferisse al periodo antecedente all’estate in questione, altrimenti non si spiegherebbe la diagnosi del medico. Shame on you, doppiaggio italiano!

Concludo con un paio di immagini, anche se ormai ne avrete le tasche piene visto che da mesi le locandine del film campeggiano un po’ ovunque.

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the-great-gatsby-img06-96530_0x410Un’ultima cosa, i consigli per gli acquisti: se vi siete fatti affascinare dai Roaring Twenties, andate a recuperare le stagioni di Boardwalk Empire; l’atmosfera è meno esplosiva e sicuramente più aderente alla realtà dell’epoca, gli attori sono straordinari (fatevi furbi e guardatelo in originale) ed esteticamente è una gioia per gli occhi.

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Considerazioni sparse, Monday Mood(s), Pisa, universi paralleli, what I call love

A posteriori: fuori sede sì o no? [Bizzarri Monday Mood(s)]

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Non so come né ho ancora realizzato a pieno quanto è accaduto, ma la scorsa settimana ho concluso il secondo livello di studi universitari.

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Eggià, mi sono laureata in un corso dal nome lungo e vago, in una città abbastanza lontana dalla mia, indossando una camicetta color granata per rendere omaggio al mio luogo d’origine (e al gol al 94° che mi ha fatto vincere 15 euro, ma è un’altra storia) ed ora mi accingo a lasciare le umide sponde dell’Arno per tornare a quelle  del Po, sempre che lo smantellamento della mia camera non richieda più di cinque giorni.

Come scrissi tempo fa, arrivando in una città universitaria come questa non si può fingere di non sapere che si tratta di un passaggio, di un’esperienza con una data di scadenza, qualcosa che finirà e a volte ripeterselo fa bene, soprattutto quando la nostalgia di casa o il tedio della città medio-piccola si fanno sentire più del solito.

Purtroppo e naturalmente, arrivando alla fine di un percorso di questo tipo ogni consapevolezza si perde nella più o meno profonda disperazione: soprattutto se si vive in una casa dello studente o si ha la (grandissima) fortuna di avere un rapporto con i coinquilini che non prevede minacce di morte quotidiane, il momento del distacco può essere leggermente traumatico, e la gioia per la fine degli studi può tramutarsi nel corrispettivo della sala cinematografica illuminata alla fine di un film particolarmente coinvolgente: destabilizzante.

Questo accumulo emotivo può tradursi in comportamenti apparentemente inspiegabili come passare un’intera giornata nella biblioteca del proprio dipartimento a leggere libri su libri inerenti i propri studi (true story: say hello to the Biblioteca di Storia delle Arti’s wifi connection) o cadere addormentati per lo sfinimento del far nulla alle ore più improbabili.

Il fatto poi che tutti (TUTTI!) si sprechino nel guardarti con occhi da cerbiatto per dirti con un filo di voce e quindi te ne vai…? non aiuta affatto, così come la nostalgia a priori di chi vuole assicurarsi che comunque tornerai per la loro laurea e teme che nonostante le rassicurazioni, non lo farai.

Ad ogni modo, se si escludono questi minuscoli traumi psicologici e si riesce ad ignorare le domande di chi ti chiede cosa farai ora, l’esperienza universitaria fuori sede è una figata.

Orari completamente sballati, ingrassamenti e dimagrimenti improvvisi e apparentemente inspiegabili, ogni giorno è lunedì ed ogni sera è sabato e viceversa, ogni viaggio in treno che riporta a casa ha la carica emotiva di un melodramma in costume e ogni ritorno (di solito di domenica sera tardi) è insieme uno stress e un sollievo, non sai più cosa è tuo e cosa della tua coinquilina/vicina di stanza.

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Le aule studio, luoghi di aggregazione in cui non fu mai preparato neanche un esame

Mi rendo conto solo ora che le ripercussioni psicologiche di un Erasmus di due anni e mezzo (cit.) sono notevoli e si amplificano con l’avvicinarsi del giorno della partenza, ossia della fine effettiva dell’esperienza fuori sede, ma lo rifarei mille volte. Anzi, quando iniziano le pre-iscrizioni all’università?

2012-06-17 11.28.47

Doni rinvenuti sulla propria scrivania una qualsiasi mattina post-festa patronale

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