Art for Art's Sake, Monday Mood(s)

Gli anni Novanta, la moda, le betulle e le irritazioni da ortiche.

Non sono una fan dei fashion blogs. Sovente mi annoiano a morte, soprattutto quando somigliano ad un qualsiasi servizio fotografico da rivista allungato a dismisura.

O quando è evidente che la blogger in questione non capisce una sega niente di moda, a parte conoscere il mantra delle wannabe fashionista che recita più o meno così:

Se è in una vetrina del centro, va bene.

Se una blogger più famosa di me l’ha indossato, va benissimo.

Se mi è stato inviato gratuitamente, o addirittura mi pagano, che ve lo dico a fare.

C’è però una parte di me che si diverte a leggere i post di chi ha un minimo di competenza in materia, chi conosce la storia della moda, chi ricorda le collezioni precedenti e i termini sartoriali, chi non ammorba il web con le proprie foto, chi scrive blog con dei contenuti.

A parte il geniale Ma ti sei vista?, che mi piace in toto ad esclusione dell’ultimo post, oggi girovagando invece di studiare come un mulo da soma  sono capitata su questo Tumblr.

C’è qualcosa di perversamente affascinante negli abiti che sfilavano sulle passerelle negli anni Novanta, sarà che li guardavo con gli occhi acritici di bambina, saranno i capi a vita alta, le meraviglie firmate Christian Lacroix (pur essendo in delirio pseudo-minimalista, resto una grande amante delle linee barocche e delle fantasie caciarone), i volti di quelle che imparammo essere le bellezze (e che poi si fecero fotografare fatte come delle cucuzze alcuni anni dopo) o quei tessuti lucidi dai colori accesi, non so dirlo ma so che sono rimasta folgorata.

Insomma, andate e amatelo tutti. I miei anni Novanta hanno il sapore della campagna in cui sono cresciuta, un ambiente in cui ,se si esclude la giornalaia sessantenne che occasionalmente presenziava alle cene comuni indossando un folgorante abito rosso, non era semplice entrare in contatto con l’haute couture; però la televisione ce l’avevo anche io, così come i Venerdì di Repubblica sulle cui pagine si potevano trovare microscopiche immagini delle passerelle, e quel Tumblr demoniaco mi ha fatto tornare indietro di tanti anni.

Non abbastanza da riuscire nuovamente ad arrampicarmi sulle betulle, né da rischiare che un genio di zio si nasconda dietro un muretto per strofinarmi un ramo di ortica sulle gambe nude (sì, ero proprio una campagnola), e certo in questa nostalgia c’è un po’ di quel malefico piano di marketing chiamato vintage, ma sono entrata in questa spirale dei ricordi (vedi il post precedente) e non riesco proprio a uscirne.

Ah, la moda del 1995! (Non vorrei scriverlo, ma capita spesso che io mi vesta come la terza da sinistra. E la quinta. E sicuramente si tratta di un trauma infantile, visto che nel ’95 avevo dieci anni e sono certa che avrei tanto voluto vestirmi così). (pic)

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Il glorioso esame di maturità della classe del 2004

Maturità, t’avessi preso prima…

Ah no, quella era la laurea triennale.

Provo sempre molta tenerezza nei confronti dei maturandi, delle loro comprensibili ansie e nel timore di fare il passo falso che vanificherà le fatiche di un anno.

Mi fa anche sorridere leggere o sentire le rassicurazioni dei già maturati, i

ma alla fine è una cavolata

è solo una formalità

e ricordare quanto queste frasi mi innervosissero all’epoca, perché pensavo di avere ogni diritto di essere nervosa e preoccupata, e che era assolutamente giusto che fosse così.

Gli ultimi tre anni delle superiori sono stati abbastanza… movimentati, ecco: liti continue, squadracce di ragazze in lotta tra loro e il nostro unico compagno a tentare di non soccombere in quel caos così tipicamente femminile.

I professori temevano che in sede di esami ci saremmo – per usare un eufemismo – scannati. La nostra seconda prova durava tre giorni, tutti passati in un laboratorio di legatoria e restauro intorno a un tavolone, impegnati nella progettazione di un’edizione ex novo di un volume ottocentesco dedicato a un artista rinascimentale, con relativa ipotesi di restauro.

Porelli i miei docenti, capisco i timori di dover controllare diciotto (diciannove?) adolescenti in cattività, impegnati a litigarsi squadre e righelli, acquerelli e tempere. In una stanza ricolma di bisturi e acidi, tra le altre cose.

Invece, ricordo che io e l’Unico Compagno Maschio passammo due giorni a rilassarci dopo le fatiche delle prime due prove, fumando sigarette in bagno (vietato uscire dall’edificio!) e intrattenendo amabili conversazioni con le nostre compagne, che erano appena più stressate di noi. L’ultimo giorno ‘decidemmo’ di metterci al lavoro, e in sei ore tutti consegnammo i nostri (probabilmente inclassificabili) progetti. Tutti elaborati in un clima di sostegno reciproco e di collaborazione assolutamente imprevedibili.

Fu bello, ci trovammo uniti e felici di condividere quel momento che reputavamo così importante e arrivammo agli orali colmi di paure ma anche di solidarietà.

Se ancora oggi ricordo così bene dei dettagli insignificanti, se preferisco quelle memorie a quelle acquisite durante l’esame di laurea triennale anche se più distanti nel tempo, è perché non è vero che l’esame di maturità è una cavolata, o una formalità.

E non è vero che ci si può giocare l’anno scolastico: il giorno della prima prova scrissi un tema, la professoressa di inglese lesse la ‘brutta’ e mi disse ch non era granché, così ne scrissi un altro che a mio parere era ancora più osceno, ma che mi valse comunque 15 punti, probabilmente anche per via della media dei voti di lettere.

All’orale mi presentai indossando un abito verde mela e un cappello a tesa larga di tela fiorata, ma nessuno si sognò di prendere il mio outfit come una provocazione, o una mancanza di rispetto.

Però io avevo la commissione interna e i maturandi di oggi invece no, quindi – in effetti – poveri loro.

Ora, se qualche ex compagno di classe leggesse queste righe e si rendesse conto di avere dei ricordi orrendi della maturità, lo pregherei di tenere tali considerazioni per sé e di non rovinarmi l’illusione di amicizia, fratellanza e amore che mi rallegra questo pomeriggio di inizio estate.

Gli altri sarebbero invece i benvenuti, se decidessero di condividere le loro memorie con me. Anche se capisco che nove anni sono tanti, e che magari sono l’unica disadattata che ancora ripensa a quei giorni con nostalgia.

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cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza, Torino

Improbabili giustificazioni alla passione per lo streaming

Nella stanza in cui mi trovo ora ci sono una televisione, un netbook  uno smartphone accesi.

La prima trasmette un film (RaiMovie è sempre una buona idea), il secondo sta caricando un episodio di una serie tv (Hannibal non è necessariamente una buona idea col caldo, ma noi ci vogliamo male) e la pagina di un quotidiano, sull’ultimo c’è aperta l’interfaccia di un social network.

Prodotti culturali, di informazione o di intrattenimento shakerati come un Daiqiri Frozen ai frutti tropicali e rilocati (cit.) un po’ a casaccio su media differenti: non riesco a guardare una serie tv in televisione perché i colori sono troppo saturi, il doppiaggio mi annoia e l’alta definizione non è necessariamente un pregio (vi assicuro che Blake Lively in HD non è sto granché); le ‘immagini di copertina’ di Facebook si vedono meglio sullo schermo di uno smartphone, i quotidiani cartacei sono scomodi e spesso terribilmente costosi (capito, inutile quotidiano di Torino?) e i cinema in linea di massima puzzano di muffa e di pulizie sommarie e i proiezionisti hanno evidenti problemi nel centrare lo schermo con il proiettore. Per non parlare dei sette dannatissimi euro che pretendono da una non-più-ventiseienne e da poco non-più-studentessa.

Intendiamoci, non sono una fan del cinema a casa a tutti i costi né viceversa, insomma una pacchianata come Il grande Gatsby sarebbe probabilmente insopportabile su uno schermo domestico e così anche Titanic, nonostante mieta milioni di spettatori ad ogni passaggio televisivo (non so perché ce l’ho con Di Caprio oggi, forse è stata un’associazione inconscia tra lui e la sua ex fiamma citata più su, vai a capire); allo stesso modo, molti film recenti (soprattutto quelli di produzione nostrana) sembrano più adatti alla visione in prima serata su Canale5 che su uno schermo cinematografico: a chi interessa vedere i pori sul naso di Carolina Crescentini?

Per quanto riguarda le serie tv, c’è da ammettere che finché le reti non si decideranno ad acquistare i prodotti un po’ più celermente e a licenziare in tronco i doppiatori (perché Sheldon Cooper ha un’inflessione nella voce che è di solito riservata alle peggiori macchiette di personaggi omosessuali? PERCHE’?), lo streaming e il download regneranno sovrani mietendo vittime come lo scheletro della morte in certe opere del Medioevo; dall’altra parte però, rendiamo grazie al palinsesto pomeridiano e pre-serale italico per averci insegnato che se un’interruzione pubblicitaria piomba appena dopo il climax, a fine réclame NON SUCCEDERA’ ASSOLUTAMENTE NULLA. Davvero, proprio una mazza di niente e se dovesse accadere qualcosa, sarà un evento telefonato e privo di suspense.

Da questo punto di vista, la visione dell’episodio privato delle interruzioni pubblicitarie possiede una carica di aspettativa più simile a quella del film guardato in sala o su supporti domestici come il DVD: la svolta narrativa piomba tra capo e collo anche se a volte le dissolvenze e gli stacchi a nero suggeriscono il precedentemente esistente pausa pubblicitaria, inoltre se un episodio è terribilmente noioso e/o riassuntivo ci si può allegramente addormentare per poi eventualmente riprendere la visione in un triste pomeriggio di giugno in cui si ha l’influenza, le placche in gola, tutte le serie sono in pausa estiva e Dexter non è ancora iniziato.

(Giubilo: tra 11 giorni torna Dexter!)

Non so bene dove volevo andare a parare con questa ode alla fruizione disordinata o non convenzionale, certo non guarderei mai un episodio di Hannibal sul telefonino ma magari uno di That 70s Show sì, è tutta una questione di contenuti e di estetica e i prodotti meno visivi e più centrati sui dialoghi necessitano più che altro di un impianto audio adeguato e non di schermi particolarmente vasti.

Mentre penso ad una conclusione brillante per queste elucubrazioni abbastanza fini a se stesse e facilone, guardo Hannibal che l’episodio si è caricato e sono indietro di tre per colpa dell’assenza di connessione nella mia abitazione sabauda (no, non sono riuscita ad indovinare la password di Zompafossi).

So che amate l’immagine che ho inserito a caso in questo post.

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Art for Art's Sake, Considerazioni sparse

Depravazioni modaiole: come il vecchio è diventato vintage e altre brutte cose

Sono ormai anni che gli oggetti vecchi vivono una nuova giovinezza grazie alla straordinaria strategia di marketing che li ha trasformati in oggetti vintage (e se sento qualcuno pronunciarlo all’inglese gli lancio un bicchiere. Tanto ne ho quasi sempre uno – pieno – sottomano).

Metto subito le mani avanti ammettendo che a me è andata di lusso con questa strategia commerciale, visto che fin dalla più tenera adolescenza ho saccheggiato le bancarelle dell’usato: ne conosco certe, a Torino, che non sto a dirvi e quando posso, porto le amiche in visita a questi tesori nascosti. Di conseguenza, che le fashion addicted si conciassero come Jessica Fletcher mi rendeva un po’ meno – come dirlo in modo delicato? – bizzarra, ecco.

“Sono così hipster, con le mie righe e il gilet e la macchina da scrivere e la mia tazza, per non parlare dell’espressione Molto Intellettuale. Se solo questi sedicenti démodé ammettessero il mio ruolo di loro regina incontrastata”

Con il revival non solo dello stile ma dell’abito/accessorio d’epoca, è diventato quasi un gioco ispirarsi alla moda e alle icone dei decenni precedenti e sebbene i risultati siano in alcuni casi francamente osceni ed eccessivi, nel giro di pochi anni si sono stabiliti dei canoni cui fare riferimento quando si decide di abbracciare questo finto non-stile, o meglio questa finta assenza di interesse per i trend attuali della moda.

Il risultato è che molti negozietti dell’usato hanno fatto volare i prezzi fino al firmamento (ma io so dove, a volte, è possibile trovare i Valentino a 30 euro), e che oscuri esponenti del racket abbiano deciso di dar fuoco al gigantesco magazzino che c’era dalle parti dei miei nonni, quello dove avevo acquistato per cinquemila lire una giacca di velluto a coste che mi facesse somigliare a Joey Potter. Ma questa è un’altra, tristissima storia.

Il lato oscuro del revival e del vintage è stato e ancora è la deviazione perversa che gli danno le varie componenti dello zoo del fashion-baraccone, dalle blogger combinate come Stephanie Forrester a quella bizzarra razza umana denominata hipster che lieta popola il web con pagine in cui si definiscono démodé.

Ora.

Non è che con le parole si possa fare quello che si fa con i maglioni a rombi infeltriti del nonno, non si può decidere che di punto in bianco non sono più sinonimo di sfiga assoluta e di emarginazione e farle diventare qualcosa di cool, di trendy, di amazing (cit.)

Ancora ricordo che nei romanzi ottocenteschi che un tempo allietavano le mie giornate da campagnola, eroiche e orgogliose fanciulle trattenevano le lacrime di fronte ai capannelli di piccolo borghesi che le definivano – appunto – démodé, ricordo che erano esempio di coraggio e di determinazione (tutto ebbe inizio con Piccole Donne, il libro che mi insegnò che se le ochette del paese decidono di prenderti e trasformarti in una di loro, inevitabilmente succederà qualcosa di orribile).

Insomma, non dico nulla di nuovo o di sconvolgente se affermo che lo ‘stile personale’ si innesta necessariamente su modelli preesistenti, sull’elaborazione più o meno conscia di immagini e impulsi visivi e culturali, ecco perché quando questi somari si definiscono démodé io mi sento morire dentro.

Come ho scritto oggi su Facebook, vero contenitore per le mie cazzate più di quanto lo sia questo blog, mi chiedo se codesti individui si vestirebbero come uno dei personaggi de Il principe di Bel Air.

Quello sì che sarebbe démodé: tute lucide violacee, colori improbabili anche nell’estate del fluo, permanenti che sembrano armi di distruzione di massa e via dicendo.

O come Steve Urkel, con le sue bretelle, i pantaloni ascellari e le camicie a quadri.

Oddio, a ben vedere i pantaloni risvoltati qui sopra richiamano parecchio le ‘divise’ in voga tra gli elegantemente annoiati intellettuali del web.

Come ho già scritto in apertura, il vintage in sé non mi disturba, neanche quando è il frutto di un’operazione sfacciatamente commerciale: la creatività nella costruzione della propria immagine è sempre interessante e spesso divertente (c’è una ragazza inglese che ha un blog davvero carino e affatto snob, e un Tumblr molto accurato e pieno di ‘chicche’ che funziona da sorta di inspirational board), ma la finta (e ostentata) originalità è brutta e cattiva. E noiosa.  E affatto divertente.

E la moda dovrebbe esserlo. O essere assolutamente snob, elitaria e inarrivabile, ma senza fingere il contrario.

Pace.

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Considerazioni sparse, Pisa, Torino

Aggiornamenti disordinati

  • Ciao, sono viva e vagante nella mia afosa città natale;
  • vorrei scrivere dello spettacolo Ephebos della Clarendon Company visto lunedì, ma al momento sono impegnata in una complicata operazione di scroccaggio wifi e l’instabilità del segnale mi fa temere perdite improvvise e tragiche del materiale. Eppoi, ogni volta che penso a quel musical mi commuovo e piango quindi forse dovrei prima rimettermi in sesto emotivamente.
  • Sono oltretutto molto impegnata nell’indovinare la password del wifi di uno dei miei vicini, non per beceri scopi di scrocco (non solo, almeno), ma perché la rete in questione ha un nome così bello da essere diventata un’ossessione.
  • Che password usereste per la rete “Zompa fossi”?
  • Caro zompatore di fossi, se passi di qua non prendertela. Si scherza. Qual è la tua password?
  • Andrò a vedere la mostra di fotografie di Robert Capa a Palazzo Reale e ne scriverò da profana, come feci per il collega Cartier-Bresson; se già i lavori di quest’ultimo mi erano sembrati stridenti rispetto all’ambiente, non oso immaginare l’accostamento delle stesse sale agli scatti di guerra di Capa. Forse avrò uno shock visivo.
  • Prego apprezzare la fatica che sto facendo per scrivere, considerando che l’unica posizione che mi permette di captare la rete libera è la seguente:
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Da sinistra: bracciolo divano, netbook, cuscino + peluche a maialino per poggiarmi, testa con bellissimi occhiali.

  • Nient’altro. Voi come va?

 

Appena riuscirò ad accedere a una biblioteca dotata di wifi, vi delizierò col tragicomico trasloco che mi è toccato la scorsa settimana, con le cose da fare a Pisa e a Torino in giugno (in questo mese la Toscana, ahimè, vince), con la ricetta del polpettone fritto di mio padre e con il musical della Clarendon.

E se non troverò una biblioteca, tenterò la fortuna a Palazzo Nuovo sperando che il sistema di UniTo riconosca ancora la mia matricola. 

Baci baci!

 

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