Art for Art's Sake, Considerazioni sparse

Depravazioni modaiole: come il vecchio è diventato vintage e altre brutte cose

Sono ormai anni che gli oggetti vecchi vivono una nuova giovinezza grazie alla straordinaria strategia di marketing che li ha trasformati in oggetti vintage (e se sento qualcuno pronunciarlo all’inglese gli lancio un bicchiere. Tanto ne ho quasi sempre uno – pieno – sottomano).

Metto subito le mani avanti ammettendo che a me è andata di lusso con questa strategia commerciale, visto che fin dalla più tenera adolescenza ho saccheggiato le bancarelle dell’usato: ne conosco certe, a Torino, che non sto a dirvi e quando posso, porto le amiche in visita a questi tesori nascosti. Di conseguenza, che le fashion addicted si conciassero come Jessica Fletcher mi rendeva un po’ meno – come dirlo in modo delicato? – bizzarra, ecco.

“Sono così hipster, con le mie righe e il gilet e la macchina da scrivere e la mia tazza, per non parlare dell’espressione Molto Intellettuale. Se solo questi sedicenti démodé ammettessero il mio ruolo di loro regina incontrastata”

Con il revival non solo dello stile ma dell’abito/accessorio d’epoca, è diventato quasi un gioco ispirarsi alla moda e alle icone dei decenni precedenti e sebbene i risultati siano in alcuni casi francamente osceni ed eccessivi, nel giro di pochi anni si sono stabiliti dei canoni cui fare riferimento quando si decide di abbracciare questo finto non-stile, o meglio questa finta assenza di interesse per i trend attuali della moda.

Il risultato è che molti negozietti dell’usato hanno fatto volare i prezzi fino al firmamento (ma io so dove, a volte, è possibile trovare i Valentino a 30 euro), e che oscuri esponenti del racket abbiano deciso di dar fuoco al gigantesco magazzino che c’era dalle parti dei miei nonni, quello dove avevo acquistato per cinquemila lire una giacca di velluto a coste che mi facesse somigliare a Joey Potter. Ma questa è un’altra, tristissima storia.

Il lato oscuro del revival e del vintage è stato e ancora è la deviazione perversa che gli danno le varie componenti dello zoo del fashion-baraccone, dalle blogger combinate come Stephanie Forrester a quella bizzarra razza umana denominata hipster che lieta popola il web con pagine in cui si definiscono démodé.

Ora.

Non è che con le parole si possa fare quello che si fa con i maglioni a rombi infeltriti del nonno, non si può decidere che di punto in bianco non sono più sinonimo di sfiga assoluta e di emarginazione e farle diventare qualcosa di cool, di trendy, di amazing (cit.)

Ancora ricordo che nei romanzi ottocenteschi che un tempo allietavano le mie giornate da campagnola, eroiche e orgogliose fanciulle trattenevano le lacrime di fronte ai capannelli di piccolo borghesi che le definivano – appunto – démodé, ricordo che erano esempio di coraggio e di determinazione (tutto ebbe inizio con Piccole Donne, il libro che mi insegnò che se le ochette del paese decidono di prenderti e trasformarti in una di loro, inevitabilmente succederà qualcosa di orribile).

Insomma, non dico nulla di nuovo o di sconvolgente se affermo che lo ‘stile personale’ si innesta necessariamente su modelli preesistenti, sull’elaborazione più o meno conscia di immagini e impulsi visivi e culturali, ecco perché quando questi somari si definiscono démodé io mi sento morire dentro.

Come ho scritto oggi su Facebook, vero contenitore per le mie cazzate più di quanto lo sia questo blog, mi chiedo se codesti individui si vestirebbero come uno dei personaggi de Il principe di Bel Air.

Quello sì che sarebbe démodé: tute lucide violacee, colori improbabili anche nell’estate del fluo, permanenti che sembrano armi di distruzione di massa e via dicendo.

O come Steve Urkel, con le sue bretelle, i pantaloni ascellari e le camicie a quadri.

Oddio, a ben vedere i pantaloni risvoltati qui sopra richiamano parecchio le ‘divise’ in voga tra gli elegantemente annoiati intellettuali del web.

Come ho già scritto in apertura, il vintage in sé non mi disturba, neanche quando è il frutto di un’operazione sfacciatamente commerciale: la creatività nella costruzione della propria immagine è sempre interessante e spesso divertente (c’è una ragazza inglese che ha un blog davvero carino e affatto snob, e un Tumblr molto accurato e pieno di ‘chicche’ che funziona da sorta di inspirational board), ma la finta (e ostentata) originalità è brutta e cattiva. E noiosa.  E affatto divertente.

E la moda dovrebbe esserlo. O essere assolutamente snob, elitaria e inarrivabile, ma senza fingere il contrario.

Pace.

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3 thoughts on “Depravazioni modaiole: come il vecchio è diventato vintage e altre brutte cose

  1. Comunque di ragazzi conciati come Steve o il principe di bel air ne ho visti a bizzeffe a londra.
    Ricordo la mia amica “hipster pentita” che mi raccontava di amici (in Svezia) che uscivano in inverno con solo il maglioncino perchè sennò con il cappotto non potevano mostrarsi al meglio! E io che mi metto il cappotto lungo di proposito così la gente non vede che sono vestita di merda!

    • Pensa che un mio amico delle medie veniva a scuola a gennaio indossando solo la camicia, sostenendo che ‘la giacca non andava di moda’. Però poi lui è diventato modellista, non pseudo artista-fotografo-cose a caso quindi pur nella sua follia lo trovo giustificabile!
      (La tecnica della giacca lunga la uso spessissimo anche io, anche se poi sembro un ufficiale nazista)

  2. Pingback: Gli anni Novanta, la moda, le betulle e le irritazioni da ortiche. | Macchiato con Zucchero

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