teledipendenza

Non fidatevi dei pilot di questa settimana!

Non vorrei rovinare la sorpresa a qualche lettore, o essere additata come spoileratrice, ma sento il bisogno di mettere in guardia gli eventuali malcapitati che come me guarderanno un certo spin-off tratto da una certa serie televisiva di cui si è scritto parecchio su queste pagine e di cui è appena uscito l’episodio pilota:

gente, il pilot è l’episodio 20 della quarta stagione della serie originale, if you know what I mean.

Hanno giusto tolto le scene dedicate ai personaggi principali della serie e allungato un po’ quelle incentrate sui protagonisti di questa.

Una paraculata bella e buona, ne converrete, che certo risparmia una buona dose di costi di produzione ma che annoia a morte noi, seguaci fedeli.

Un riassuntino a inizio episodio non sarebbe stato male, ma visto che così non è stato spero di aver fatto una buona azione a mettervi in guardia.

Cheers.

Se qualcuno non ha capito ciò a cui mi riferisco, ergo non è uno spettatore delle serie in questione ma vuole capire di che diavolo vado scrivendo, qui un indizio.

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Art for Art's Sake, musica

Altre splendide arti: la danza di Rudolf Nureyev

Nureyev Jumps

 

Per una volta mi allontano dai miei media prediletti per uno sguardo su un’arte che conosco poco e che certamente non padroneggio né criticamente, e certamente non nella pratica (c’è chi ancora ricorda l’infiammazione al nervo sciatico che mi colse tentando di imitare una coreografia di Madonna), quindi meglio far parlare uno dei più grandi danzatori del secolo scorso.

Era l’odore della mia pelle che cambiava, era prepararsi prima della lezione, era fuggire da scuola e dopo aver lavorato nei campi con mio padre perché eravamo dieci fratelli, fare quei due chilometri a piedi per raggiungere la scuola di danza.
Non avrei mai fatto il ballerino, non potevo permettermi questo sogno, ma ero lì, con le mie scarpe consunte ai piedi, con il mio corpo che si apriva alla musica, con il respiro che mi rendeva sopra le nuvole. Era il senso che davo al mio essere, era stare lì e rendere i miei muscoli parole e poesia, era il vento tra le mie braccia, erano gli altri ragazzi come me che erano lì e forse non avrebbero fatto i ballerini, ma ci scambiavamo il sudore, i silenzi, a fatica. Per tredici anni ho studiato e lavorato, niente audizioni, niente, perché servivano le mie braccia per lavorare nei campi. Ma a me non interessava: io imparavo a danzare e danzavo perché mi era impossibile non farlo, mi era impossibile pensare di essere altrove, di non sentire la terra che si trasformava sotto le mie piante dei piedi, impossibile non perdermi nella musica, impossibile non usare i miei occhi per guardare allo specchio, per provare passi nuovi. Ogni giorno mi alzavo con il pensiero del momento in cui avrei messo i piedi dentro le scarpette e facevo tutto pregustando quel momento. E quando ero lì, con l’odore di canfora, legno, calzamaglie, ero un’aquila sul tetto del mondo, ero il poeta tra i poeti, ero ovunque ed ero ogni cosa. Ricordo una ballerina Elèna Vadislowa, famiglia ricca, ben curata, bellissima. Desiderava ballare quanto me, ma più tardi capii che non era così. Lei ballava per tutte le audizioni, per lo spettacolo di fine coso, per gli insegnanti che la guardavano, per rendere omaggio alla sua bellezza. Si preparò due anni per il concorso Djenko. Le aspettative erano tutte su di lei. Due anni in cui sacrificò parte della sua vita. Non vinse il concorso. Smise di ballare, per sempre. Non resse la sconfitta. Era questa la differenza tra me e lei. Io danzavo perché era il mio credo, il mio bisogno, le mie parole che non dicevo, la mia fatica, la mia povertà, il mio pianto. Io ballavo perché solo lì il mio essere abbatteva i limiti della mia condizione sociale, della mia timidezza, della mia vergogna. Io ballavo ed ero con l’universo tra le mani, e mentre ero a scuola, studiavo, aravo i campi alle sei del mattino, la mia mente sopportava perché era ubriaca del mio corpo che catturava l’aria.
Ero povero, e sfilavano davanti a me ragazzi che si esibivano per concorsi, avevano abiti nuovi, facevano viaggi. Non ne soffrivo, la mia sofferenza sarebbe stata impedirmi di entrare nella sala e sentire il mio sudore uscire dai pori del viso. La mia sofferenza sarebbe stata non esserci, non essere lì, circondato da quella poesia che solo la sublimazione dell’arte può dare. Ero pittore, poeta, scultore. Il primo ballerino dello spettacolo di fine anno si fece male. Ero l’unico a sapere ogni mossa perché succhiavo, in silenzio ogni passo. Mi fecero indossare i suoi vestiti, nuovi, brillanti e mi dettero dopo tredici anni, la responsabilità di dimostrare. Nulla fu diverso in quegli attimi che danzai sul palco, ero come nella sala con i miei vestiti smessi. Ero e mi esibivo, ma era danzare che a me importava. Gli applausi mi raggiunsero lontani. Dietro le quinte, l’unica cosa che volevo era togliermi quella calzamaglia scomodissima, ma mi raggiunsero i complimenti di tutti e dovetti aspettare. Il mio sonno non fu diverso da quello delle altre notti. Avevo danzato e chi mi stava guardando era solo una nube lontana all’orizzonte. Da quel momento la mia vita cambiò, ma non la mia passione ed il mio bisogno di danzare. Continuavo ad aiutare mio padre nei campi anche se il mio nome era sulla bocca di tutti. Divenni uno degli astri più luminosi della danza.
Ora so che dovrò morire, perché questa malattia non perdona, ed il mio corpo è intrappolato su una carrozzina, il sangue non circola, perdo di peso. Ma l’unica cosa che mi accompagna è la mia danza la mia libertà di essere. Sono qui, ma io danzo con la mente, volo oltre le mie parole ed il mio dolore. Io danzo il mio essere con la ricchezza che so di avere e che mi seguirà ovunque: quella di aver dato a me stesso la possibilità di esistere al di sopra della fatica e di aver imparato che se si prova stanchezza e fatica ballando, e se ci si siede per lo sforzo, se compatiamo i nostri piedi sanguinanti, se rincorriamo solo la meta e non comprendiamo il pieno ed unico piacere di muoverci, non comprendiamo la profonda essenza della vita, dove il significato è nel suo divenire e non nell’apparire. Ogni uomo dovrebbe danzare, per tutta la vita. Non essere ballerino, ma danzare.
Chi non conoscerà mai il piacere di entrare in una sala con delle sbarre di legno e degli specchi, chi smette perché non ottiene risultati, chi ha sempre bisogno di stimoli per amare o vivere, non è entrato nella profondità della vita, ed abbandonerà ogni qualvolta la vita non gli regalerà ciò che lui desidera. È la legge dell’amore: si ama perché si sente il bisogno di farlo, non per ottenere qualcosa od essere ricambiati, altrimenti si è destinati all’infelicità. Io sto morendo, e ringrazio Dio per avermi dato un corpo per danzare cosicché io non sprecassi neanche un attimo del meraviglioso dono della vita.

NUREYEV1

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Di nuove estati e ulteriori traslochi

So di aver millantato un ancora inesistente DIY riguardo il lento ristabilimento delle condizioni psicofisiche ottimali a seguito di tre giorni di birra con 38° (praticamente, una versione estiva e aggiornata di questo), ma la realtà è che ben più impellenti urgenze mi hanno tenuta occupata.

Come guardare film italiani random, appartenenti al periodo 1914-ieri, ad esempio.

O fotocopiare acquistare volumi per un totale di circa 400 fogli A4, da inserire in valigia prima del rientro nella calda, insopportabilmente calda Torino.

O come prodigarmi in un ennesimo trasloco, che magari non lo sapete ma a luglio, a Pisa, fa caldo.

Soprattutto se non possiedi mezzi di locomozione propri, e la fermata degli autobus sul Lungarno è diventata un po’ come la tua seconda casa.

Ma come ho scritto alcuni giorni fa su Facebook, il vero problema non è il caldo, e nemmeno la pesantezza delle valigie colme di cose a caso.

Oh no, il vero problema di un trasloco estivo è l’inevitabile malvestitismo.

Fateci caso: traslocare d’inverno ha certo i suoi lati negativi, condizioni meteo in primis, ma grossomodo bastano una tuta e una giacca a vento e sì, si rischia di somigliare ad uno zarro di Torino Nord, ma tutto sommato si passa abbastanza inosservati e si conserva il decoro.

Ma l’estate, signori miei, l’estate è già di per sé la morte del buon gusto, figuriamoci se tutti gli indumenti sono rinchiusi in anguste valigie a rotelle.

Già stamattina sono riuscita ad arginare i danni con una canottiera che mi arriva quasi alle ginocchia e un paio di short ricavati da un jeans, ma ieri, mioddio ieri.

Credo che il modo migliore sia mostrare nella sua interezza lo scempio di cui mi sono resa responsabile.

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Pregherei di notare la gonna plissettata abbinata a dei sandaletti nei toni del verde pastello e del nero, e dal tocco finale dato da una maglietta del pigiama color rosa antico.

Erano anni che non arrivavo a tanto, e meno male che questa città è piena di turisti che in quanto a malvestitismo mi battono mille a zero e forse potevo assomigliare ad una di loro.

Questa è la seconda volta in cui mi trovo a fare un trasloco estivo, e sebbene la prima volta ci fosse un camion a trasportare i miei preziosissimi averi, il consiglio resta uno solo: non fatelo.

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cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza

Comicità all’italiana (che non fa ridere)

“Il pubblico ride per le stesse cose, oggi come nel passato. Sono gli stessi meccanismi comici a muovere l’ilarità: lo scambio di persona, il paradosso, la battuta salace, il nonsense. Trovare ad esempio la persona giusta nel posto sbagliato, o viceversa, può risultare buffo. Così come l’aspettativa disattesa e tutto quello che spiazza lo spettatore e va oltre il prevedibile e il consueto. […] [Colpi di fulmine] è un film che fa ridere, semplicemente. Non ha pretese, ma è un film di buona fattura e che sa intrattenere il pubblico”

L’autore delle frasi appena riportate, Volfango De Biasi, è (cito Wikipedia) attore, regista, docente di sceneggiatura all’Università La Sapienza di Roma e allo IED. Autore e regista, l’ho casualmente incontrato sul mio cammino quando una rete televisiva ha trasmesso, durante il mio soggiorno torinese, il suo esordio dietro alla macchina da presa, Come tu mi vuoi del 2007.

Non so se qualcuno lo ricorda, è una delle pellicole moltiplicatesi come funghi dopo il successo di Notte prima degli esami: non a caso, i due protagonisti (Nicolas Vaporidis e Cristiana Capotondi) sono gli stessi. Il film in questione è una commedia molto leggera che affronta in modo abbastanza superficiale la questione del corpo femminile, dei canoni di bellezza imposti dal contesto sociale e storico in cui si vive, dell’impossibilità per una non-bella (anche se in questo caso, la definizione non è appropriatissima visto che la ragazza ha un aspetto piacevole, ma non se ne occupa) di inserirsi nel contesto dei belli, dei vincenti e dei ricchi, e – udite, udite – neanche in quello dell’università.

Leggendo i suoi commenti (sempre quelli qui sopra), mi sono accorta che le medesime riflessioni potrebbero essere applicate appunto a Come tu mi vuoi: il film fa ridere perché la protagonista ha i baffetti, i brufoli e si veste senza adeguarsi ai dettami della moda; la sua amica e coinquilina fa ridere perché è una macchietta, una che si veste in modo altrettanto inadeguato, è fissata con i videogiochi e parla con un accento ‘strano’; il docente universitario che accetta di inserire la protagonista in un progetto di ricerca solo quando questa gli si presenta discinta e gli parla esasperando una sensualità decisamente imbarazzante è grottesco nel suo essere eccedente a qualunque caratterizzazione realista; il ‘guru’ che si occupa del rinnovamento estetico del brutto anatroccolo sembra uscito da una brutta copia di Zoolander, e con lui la figlia di papà che si incarica di far uscire il cigno sepolto sotto baffetti e biancheria intima démodé (non vedevo l’ora di usare questo termine in un contesto appropriato!).

Insomma, se si vuol fare denuncia sociale attraverso il genere commedia credo sia utile seguire un percorso coerente: si può ridere anche delle brutture, se queste vengono presentate coerentemente al messaggio che si vuole mandare e questo non significa mostrare il protagonista mentre rifiuta di assumere cocaina nel bagno di un locale, anzi questo espediente toglie carattere ad una scena già annacquata in partenza: la regia non ‘commenta’ ciò che viene inquadrato, lo sguardo della macchina da presa è neutro mentre registra l’ambiente dell’alta borghesia romana con i suoi vizi e i suoi immancabili peccatucci.

Citando nuovamente il regista,

“Sono stanco del politically correct. Credo che il mondo che c’è là fuori sia abbastanza crudele, anche peggio di come appare nella pellicola. E penso che il compito della commedia, al di là dell’entertainment, sia anche quello di lasciare un gusto amaro. Di far riflettere, magari suscitando un po’ di polemica”

Sì, ma quale? Dov’è la polemica, se la redenzione del rampollo viziato dell’alta società emerge attraverso l’assunzione di un aspetto trasandato, e un’imbarazzante lite con il genitore poco presente?

La macchina da presa non indaga, non scava oltre la superficie delle cose lasciando che la narrazione scorra placida, e lasciando il senso critico dello spettatore beatamente sopito.

Mi disturba molto che la cinematografia nostrana ‘popolare’ (che termine demmerda, perdonatemi) sia rimasta uguale a se stessa in virtù del “vende, quindi va bene”, e che abbia rinunciato a qualunque velleità di approfondimento (o in questo caso, che ci sia una discrepanza evidente tra le intenzioni e il risultato); mi disturba che la comicità debba essere ‘senza pretese’ o, al contrario, che favorisca una pericolosa identificazione con i lati peggiori dei personaggi proposti – penso, naturalmente, all’ignobile sequela di “cinepanettoni” – e che la risata arguta, magari anche un po’ amara, sia relegata ai cineclub e ai festival locali (il primo esempio che mi viene in mente è I primi della lista di Johnson).

Se questo è il cinema che sta morendo, che riposi in pace.

E scusate per l’eccessivo uso di parentesi.

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cinema, Pisa, teledipendenza, Torino, voyages

Piani estivi: quando le vacanze languono e lo streaming è il tuo migliore amico

A volte ritornano, anche se è metà luglio, il passaggio Piemonte-Toscana è inevitabilmente ingioiellato di treni in ritardo, valigie troppo pesanti ed etti di toma di montagna in trasferta.

Sebbene le ultime settimane di silenzio siano principalmente dovute all’assenza di connessione internet nella mia abitazione torinese (il buon Zompafossi è drammaticamente scomparso dalle reti disponibili) e dalla conseguente visione esclusivamente di DVD e di film trasmessi dalle democratiche reti presenti sul digitale terrestre (non che mi lamenti: da 28 giorni dopo Monsieur Verdoux non mi è andata così male) e dal ritorno alla sana pratica della lettura.

Di libri cartacei, siore e siori.

Uno dei quali è stato immolato nella sua materiale fragilità da un improvviso acquazzone a finestre aperte.

Ciao Famiglia Winshawè stato bello finché è durato.

Nel frattempo le mie amate serie tv sono in pausa estiva (ho in mente un paio di riflessioni sul cannibale più affascinante di sempre, ma a suo tempo) ma per fortuna il buon Dexter è tornato tra noi, e voci di corridoio mi dicono che potrebbe non essere un completo disastro. Vedremo.

Intanto a breve la seconda parte dell’ultima stagione di Breaking Bad, uno di quei prodotti che oltre a possedere un’estetica riconoscibile e affatto secondaria alla storia, è forte di un soggetto ‘a tenuta stagna’ in cui gli errori si contano sulle dita di una mano, forse anche di una mano senza alcune dita.

Per il resto, non essendo una grande fan del trash eccessivo e tedioso di True Blood, le mie escursioni estive in terra seriale si ridurranno forse a qualche recupero in corner di prodotti ormai conclusi; anzi, l’occasionale visione di alcuni episodi di Pretty Little Liars e di The O.C. sulle sempre tremende reti Mediaset mi ha contaminato occhi e cervello quindi coraggio miei prodi, consigliatemi una bella serie tivù da cui diventare dipendente.

Nota: ero fortemente propensa a tirarmela pubblicando solo la prima foto, ma visto che sono intellettualmente onesta (a-ha), ho deciso di consegnare a futura memoria anche la seconda. Apprezzate la mia onestà intellettuale, su.

Vorrei inoltre sottolineare che avendo prontamente cancellato la prima immagine da qualsiasi supporto di archiviazione, ho dovuto procedere allo stamp della pagina web e al ritaglio tramite Paint. Le fatiche di una nullafacente.

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