cinema, Considerazioni sparse, teledipendenza

Comicità all’italiana (che non fa ridere)

“Il pubblico ride per le stesse cose, oggi come nel passato. Sono gli stessi meccanismi comici a muovere l’ilarità: lo scambio di persona, il paradosso, la battuta salace, il nonsense. Trovare ad esempio la persona giusta nel posto sbagliato, o viceversa, può risultare buffo. Così come l’aspettativa disattesa e tutto quello che spiazza lo spettatore e va oltre il prevedibile e il consueto. […] [Colpi di fulmine] è un film che fa ridere, semplicemente. Non ha pretese, ma è un film di buona fattura e che sa intrattenere il pubblico”

L’autore delle frasi appena riportate, Volfango De Biasi, è (cito Wikipedia) attore, regista, docente di sceneggiatura all’Università La Sapienza di Roma e allo IED. Autore e regista, l’ho casualmente incontrato sul mio cammino quando una rete televisiva ha trasmesso, durante il mio soggiorno torinese, il suo esordio dietro alla macchina da presa, Come tu mi vuoi del 2007.

Non so se qualcuno lo ricorda, è una delle pellicole moltiplicatesi come funghi dopo il successo di Notte prima degli esami: non a caso, i due protagonisti (Nicolas Vaporidis e Cristiana Capotondi) sono gli stessi. Il film in questione è una commedia molto leggera che affronta in modo abbastanza superficiale la questione del corpo femminile, dei canoni di bellezza imposti dal contesto sociale e storico in cui si vive, dell’impossibilità per una non-bella (anche se in questo caso, la definizione non è appropriatissima visto che la ragazza ha un aspetto piacevole, ma non se ne occupa) di inserirsi nel contesto dei belli, dei vincenti e dei ricchi, e – udite, udite – neanche in quello dell’università.

Leggendo i suoi commenti (sempre quelli qui sopra), mi sono accorta che le medesime riflessioni potrebbero essere applicate appunto a Come tu mi vuoi: il film fa ridere perché la protagonista ha i baffetti, i brufoli e si veste senza adeguarsi ai dettami della moda; la sua amica e coinquilina fa ridere perché è una macchietta, una che si veste in modo altrettanto inadeguato, è fissata con i videogiochi e parla con un accento ‘strano’; il docente universitario che accetta di inserire la protagonista in un progetto di ricerca solo quando questa gli si presenta discinta e gli parla esasperando una sensualità decisamente imbarazzante è grottesco nel suo essere eccedente a qualunque caratterizzazione realista; il ‘guru’ che si occupa del rinnovamento estetico del brutto anatroccolo sembra uscito da una brutta copia di Zoolander, e con lui la figlia di papà che si incarica di far uscire il cigno sepolto sotto baffetti e biancheria intima démodé (non vedevo l’ora di usare questo termine in un contesto appropriato!).

Insomma, se si vuol fare denuncia sociale attraverso il genere commedia credo sia utile seguire un percorso coerente: si può ridere anche delle brutture, se queste vengono presentate coerentemente al messaggio che si vuole mandare e questo non significa mostrare il protagonista mentre rifiuta di assumere cocaina nel bagno di un locale, anzi questo espediente toglie carattere ad una scena già annacquata in partenza: la regia non ‘commenta’ ciò che viene inquadrato, lo sguardo della macchina da presa è neutro mentre registra l’ambiente dell’alta borghesia romana con i suoi vizi e i suoi immancabili peccatucci.

Citando nuovamente il regista,

“Sono stanco del politically correct. Credo che il mondo che c’è là fuori sia abbastanza crudele, anche peggio di come appare nella pellicola. E penso che il compito della commedia, al di là dell’entertainment, sia anche quello di lasciare un gusto amaro. Di far riflettere, magari suscitando un po’ di polemica”

Sì, ma quale? Dov’è la polemica, se la redenzione del rampollo viziato dell’alta società emerge attraverso l’assunzione di un aspetto trasandato, e un’imbarazzante lite con il genitore poco presente?

La macchina da presa non indaga, non scava oltre la superficie delle cose lasciando che la narrazione scorra placida, e lasciando il senso critico dello spettatore beatamente sopito.

Mi disturba molto che la cinematografia nostrana ‘popolare’ (che termine demmerda, perdonatemi) sia rimasta uguale a se stessa in virtù del “vende, quindi va bene”, e che abbia rinunciato a qualunque velleità di approfondimento (o in questo caso, che ci sia una discrepanza evidente tra le intenzioni e il risultato); mi disturba che la comicità debba essere ‘senza pretese’ o, al contrario, che favorisca una pericolosa identificazione con i lati peggiori dei personaggi proposti – penso, naturalmente, all’ignobile sequela di “cinepanettoni” – e che la risata arguta, magari anche un po’ amara, sia relegata ai cineclub e ai festival locali (il primo esempio che mi viene in mente è I primi della lista di Johnson).

Se questo è il cinema che sta morendo, che riposi in pace.

E scusate per l’eccessivo uso di parentesi.

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