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Buongiorno, autunno (mi lamento, incasino il blog, guardo film)

Edit: qualcuno avrà già letto parte di questo post, visto che sono un’imbecille tecnologica che vuol sentirsi figa utilizzando l’app di WordPress. Peccato che io non sappia usarla e continui a mandare in pubblicazione cose a caso. 

Ora, qualcuno mi dica se è giusto che io passi il pomeriggio a studiare (LAUGHING TRACK) mentre il prestante giovanotto seduto accanto a me si diletta nella stesura di testi teatrali assolutamente X-rated.
Ne converrete, la giustizia non sta di casa tra le pareti color albicocca della Biblioteca Civica Centrale.
La mia sanità mentale si sta esaurendo, come la-serie-un-tempo-fighissima-conosciuta-come-Dexter. Che, detto per inciso, ci ha donato una stagione conclusiva talmente poco accattivante e/o interessante che nel corso della visione di una puntata, il tempo pareva scorrere così lentamente da farmi credere che fossero le 22, mentre erano appena le 21.
Il fatto che io sia uscita di casa come una furia, convinta di essere in ritardo per quella che si è poi rivelata una free-drinks-night-out, è un particolare che avrei preferito omettere ma già che ho citato l’evento, lo sputtanamento è d’obbligo.
Gli dei benedicano le amiche che ti accolgono a casa anche quando ti presenti con 50 minuti di anticipo.

Comunque, ieri sera su Iris è andato in onda La pelle che abito di Pedro Almodovar (il quale ormai probabilmente ha perso un po’ il contatto con la realtà e con il mestiere in senso stretto, visto che nei titoli di testa si legge “Un film di ALMODOVAR”. Il nostro beneamato Hank commenterebbe calm down, Alfred Bitchcock).

Puntualizziamo: in generale, i suoi film mi piacciono molto. Ho molto amato Parla con lei Volver, nonostante in quest’ultimo la scena in cui Penelope Cruz canta sia orribilmente fuori sincrono.

E anche La pelle che abito è, in potenza, un bel film: la storia è originale, le pulsioni presenti in tutti i film del regista sono rappresentate e indagate in modo interessante, MA se anche si cerca di dissociare il viso del bell’Antonio (Banderas) dalle francamente tristi pubblicità Mulino Bianco e dai dialoghi con le galline, se anche si vuole soprassedere all’ uomo tigre che vive in giardino o ai richiami poco raffinati alle arti visive, resta il fatto che se in principio il regista gioca con lo spettatore, confondendolo attraverso informazioni contrastanti e quindi stuzzicando la curiosità di chi vuole capire e dare un senso a ciò che guarda, dopo i flashback il focus si sposta su “vediamo se riesce a scappare” e fin qui va anche bene, peccato che non sia la fuga in sé la fine del film (sarebbe stato meglio, credo), ma il ritorno a casa: ciao mà, sono io. Basta, punto, fine, arrivederci e grazie.

Chissene se sono una strafiga e non il belloccio drogatello di sei anni prima. Eccomi. Amami.

Persino la madre del bell’Antonio, che avrebbe potuto essere uno di quegli splendidi personaggi femminili di altri film di Almodovar, sparisce un po’ e i suoi tormenti, i suoi rimorsi sono troppo superficiali, troppo buttati lì.

E va beh, comunque meglio delle serie poliziesche che ammorbano i canali televisivi e che non mi fanno dormire (già c’ho un vicino non esattamente stabile, mi mancano solo le paranoie di essere aggredita nel sonno), inoltre c’è una versione molto bella di Between the Bars di Elliot Smith:

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