Considerazioni sparse, Torino, universi paralleli

Universi paralleli: storie di vicinato urbano

Ogni regione, ogni città hanno i loro luoghi comuni, le loro verità arcaiche che fa sì che i toscani siano considerati simpaticissimi, i genovesi tirchi che manco Paperon de’ Paperoni, i romani coatti e via così, su e giù per lo stivale.

Dei torinesi, si diceva fossero falsi e cortesi. Non so quali fossero le condizioni socio-ambientali dell’epoca in cui un tale luogo comune si radicò nelle genti, ma sono ben convinta nell’affermare che, forse a seguito dell’invasione di noi terùn, i torinesi siano più facilmente inquadrabili nei termini casinari e molesti.

Ma facciamo un salto indietro, fino alla tragica estate del 2005, quando la mia Genitrice decise arbitrariamente di abbandonare il placido (e pieno di matti) paesino di campagna in cui avevo pascolato per i miei primi vent’anni per portarmi nella metropoli, nella Prima Capitale d’Italia (e sti cazzi), in un quartiere il cui nome porta l’aristocratico prefisso borgata.

Ricordo che la prima sera trascorsa in città, rimasi senza sigarette e impiegai un’abbondante mezz’ora nella valutazione quale tabaccaio fosse più vicino e quale quello sito nella via meno pericolosa, al fine di non rischiare la mia giovane vita per un pacchetto di Philip Morris gialle (un amore d’infanzia sosteneva fossero ‘buonissime’, e come un’imbecille io iniziai a fumarle). Individuato l’obiettivo, mi scapicollai con le monete in mano e tornai a casa con i polmoni in gola, ma sana e salva. Erano le 9 di sera di agosto, c’era una luce che neanche a mezzogiorno e io avevo temuto per la mia vita.

Provate a immaginare come mi sentii quando scoprii che l’attività notturna più praticata tra le strade della mia borgata era la prostituzione, messa in atto da energumeni che non avrebbero sfigurato negli All Blacks ma che sfoggiavano lunghe chiome bionde che neanche Barbie Raperonzolo.

Con gli anni ci si abitua a tutto, ai vicini che passano la domenica a fare grigliate su un balcone grande come la casa delle bambole, alla ragazzina che passa le estati ad ascoltare musica leggera a palla mentre prende il sole sul balcone (non quello delle grigliate, un altro), ai vicini che spostano i mobili ogni mattina prima delle 8, ai topi d’appartamento che si lanciano in avventurose scalate delle facciate dei condomini alla ricerca di fantomatiche casseforti.

(e alla madre della mia amica che chiamava la mia da balcone a balcone – Teresa! Teresa!)

Ma la prova che i torinesi hanno perso l’aura di cortesia che probabilmente li contraddistingueva ai tempi in cui da piazza Castello passavano carrozze e cavalli consiste nell’analisi dei rapporti tra vicini. Non i vicini che vorrei ammazzare per aver fatto scoprire ai corrieri della droga che la mia via è assolutamente adatta ai loro commerci (ragazzino del civico 3, me la pagherai), ma quelli che hanno lo scazzo dentro, insito in ogni piega del loro essere, e che dunque trovano troppo faticoso telefonare all’azienda che si occupa del ritiro dei rifiuti solidi urbani per comunicare che c’è un secchio colmo di detriti da portare via.

Così il secchio in questione è stato palleggiato tra tutti i portoni dell’isolato, finché qualcuno (credo un inquilino del mio stabile) non vi ha affisso il seguente messaggio:

2013-09-17 08.52.13

Ma anche questo gesto coraggioso è stato vano, e il secchio è rimasto per giorni così, abbandonato al suo destino su marciapiedi decorati da maleodoranti ricordini lasciati dai cani del vicinato.

Quasi più emozionante di quando rubarono il contenitore dei rifiuti in vetro dal portone accanto al mio, provocando sconcerto e domande esistenziali sulle motivazioni (se ripenso al disastro che facemmo in paese all’età di quindici anni, spostando e ricollocando complementi d’arredo come sedie da esterni e vasi di fiori, comprendo che la motivazione è, di nuovo, lo scazzo).

Ecco perché, quando gli amici del sud Italia mi raccontano storie improbabili concludendo che di sicuro al nord siamo più precisi e meno pigri, ripenso al mio quartiere – pardon, borgata – e sorrido, riflettendo sull’evoluzione della specie e chiedendomi perché non ho studiato l’antropologia dello zarro di periferia, una materia di cui avrei potuto divenire una luminare.

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