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Drammatiche confessioni di fine anno

L’indolenza che occasionalmente mi assale e mi rende incapace delle azioni più elementari – che so, togliere il filtro del tè alla vaniglia dal pentolino – ha raggiunto, nel corso degli ultimi giorni, vette inimmaginabili: ho passato la vigilia di Natale spalmata sul divano, in un pigiama estremamente sexy, a guardare Il diario di Bridget Jones ma no, non ho avvertito alcuna empatia con la protagonista, grazie per averlo chiesto.

Ho anche riguardato, senza motivazione alcuna, Radiofreccia. Avete capito bene, Radiofreccia, quel film i cui capitoli sono contraddistinti da vari oggetti fluttuanti in cieli straordinariamente celesti. Ma ho risollevato leggermente il livello con Don Jon, ormai a me noto come l’unica volta in cui Scarlett Johansson mi è quasi piaciuta. Ma di questa antipatia tratterò magari in seguito. Con uno psichiatra.

Per farla breve, ogni qualvolta mi avvicino al divano la mia capacità critica mi abbandona e mi trovo in balìa degli eventi. E in un attimo sono le due di notte e ho visto un altro film completamente inutile.

Pertanto, vorrei che qualcuno mi sommergesse di buone motivazioni per evitare di guardare il biopic su Lady Diana.

Sono estremamente seria, ho avuto un breve ma tormentato periodo di tossicodipendenza da Lady D, occorso immediatamente dopo la tragica dipartita della bionda (ex) principessa. Che devo dire, ero molto giovane (ma indossavo già le t-shirt dei Guns n’Roses), era estate e mi annoiavo. Naturalmente, l’idea di svolgere i compiti assegnati per le vacanze mi sfiorò solo un paio di settimane più tardi, ad alcune ore dal rientro a scuola.

Raccolsi da casa di mia nonna tutti gli articoli pubblicati su riviste estremamente serie quali Chi, GrandHotel, Oggi e simili e li conservai in buste di plastica trasparente, accuratamente riposte in un raccoglitore bianco che probabilmente era stato trafugato da qualche ufficio, perché non vedo altri motivi plausibili per giustificarne la presenza tra i miei averi di undicenne. Ricordo che una delle riviste pubblicava persino un fumetto a puntate con la storia della (s)fortunata lady, e ne approfitto per congratularmi con l’ideatore di tale avanguardistico progetto.

Non saprei come giustificare una tale passione, soprattutto considerando che non ancora adolescente, mostravo già un interesse per i defunti non esattamente sano. Non so quando decisi di liberarmi della collezione più imbarazzante mai posseduta (la successiva riguardò David Bowie, che quantomeno era vivo e aveva una qualche utilità nel mondo. Poi iniziai a cambiare domicilio con il succedersi delle stagioni, e smisi di raccogliere oggetti inutili. Se non l’avessi fatto, credo fermamente che sarei ormai protagonista di una puntata di Sepolti in casa).

Ammesso che qualcuno abbia inspiegabilmente deciso di guardare una tale inutilità, o anche se nessuno l’avesse fatto ma si sentisse di insultarmi pubblicamente per aver solo considerato l’idea di sprecare due ore di fronte a La storia segreta di Lady D (santo cielo che titolo, sembra uno di quei telefilm trasmessi da MTV), prego chiunque si trovi a passare da queste parti di dissuadermi dal malsano proposito. Ringrazio sentitamente.

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Considerazioni sparse, Torino

Tornare a casa: How To

“Questi pantaloni ti stanno larghi, strano, mi sembravi ingrassata”

“Ho trovato 5 Euro nei tuoi jeans e li ho dati in beneficienza. Tanto se li avevi lasciati lì, significa che non ti servivano”

canta brani di Franco Battiato ininterrottamente dalle 6 del mattino

Avete appena assistito ad alcuni dei più recenti esempi di dimostrazioni affettuose che la mia genitrice e da poco padrona di casa ha riversato sulla mia personcina.

Tornare a vivere nel nido materno dopo tre anni, soprattutto – ahem – alla mia età, può causare più traumi di un’adolescenza campagnola con genitori separati. Ho mai raccontato che la mia famiglia era l’unica di cui a scuola si sapesse che era un tantinello – come dire – esplosa? Negli anni Novanta, nei paeselli ai piedi delle Alpi certe notizie si tenevano adeguatamente chiuse dietro le porte delle cascine (o rustici, come amano chiamarle gli agenti immobiliari). Vedi cosa succede ad avere dei genitori hippy.

Il fatto che la mia camera da letto, recentemente riallestita come salotto-con-soppalco, sia invasa di valigie e scatoloni non ha reso la genitrice particolarmente serena. E il fatto che alcuni degli imballi risalgano al trasloco dalla campagna, occorso circa otto anni fa, non ha migliorato il suo umore. Immaginate quando ha scoperto che una scatola era piena di barattoli da un litro di colori a tempera ormai irrimediabilmente essiccati.

Ho dunque deciso di stilare una lista, una sorta di vademecum che aiuti chi, già traumatizzato dalla fine dell’esperienza fuori sede (o semplicemente fuori casa), si ritrovi a rientrare tra le amorevoli mura domestiche.

  • Discrezione is the way

Non fate come me, non irrompete nella placida tranquillità familiare come uragani assetati di tetti di fattorie del Midwest americano. Siate cauti e astuti: un pezzo alla volta, un libro sullo scaffale al giorno, il resto tutto sordidamente nascosto dietro le ante degli armadi che manco a Narnia. Se poi anche la vostra stanza è stata riadattata a salotto, studio, deposito, officina meccanica, siate ancora più infidi: tenete in ordine, non osate riposizionare altrove gli oggetti (candele cosparse di glitter, raffinati cestini in vimini, piante di dimensioni preistoriche) accuratamente collocati nei luoghi dove una volta facevano bella mostra di sé le foto incorniciate di voi ubriachi di Jameson & ginger ale al festival del cinema di Dublino, o l’immonda ed immensa collezione di merchandise di Peter Pan della Disney; ne va della vostra vita, io vi avverto. Mostrate un rispetto che in realtà non avete affatto, e appena gli orridi guardiani del Nuovo Ordine Casalingo avranno abbassato la guardia, lentamente sferrate l’attacco.

  •  Mostrate iniziativa

Non vedevamo l’ora di lavare i piatti ogni sera, vero? E quanto c’era mancato, caricare il cestello della lavatrice di casa! (Per quest’ultima attività, occhio a quello che fate: sono riuscita ad allagare bagno, ingresso e pianerottolo delle scale nel maldestro tentativo di mostrarmi utile). Portate giù la spazzatura. Andate a comprare il pane e a ritirare le raccomandate. Sorbitevi infiniti pipponi su come e quando si fanno le cose (Non lasciare la bustina del tè nel pentolino che si macchia! [cit.]) mostrando sorrisi smaglianti e affilati che neanche un branco di lupi del Gran Sasso.

  •  Il kit per le emergenze

Ossia, un’elegante e discreta pochette in cui conservare accuratamente dosi massicce di valium. O di valeriana, se siete fermi sostenitori dei rimedi naturali. Anche i fiori di Bach vanno bene, anni fa mia madre riuscì a stordirci un mio ragazzino come neanche dei sedativi per cavalli avrebbero potuto*. Ah, non fraintendete, non sono per voi. Mescolateli ad una tazza di tè fumante che servirete ai vostri amati padroni di casa. Non prima di aver tolto la bustina dal pentolino, sia chiaro.

Buone feste a tutti.

*Padri, ecco il mio regalo di Natale per voi: temete che un infido adolescente con gli ormoni impazziti attenti all’onore della vostra bambina? Lasciate perdere le minacce, un po’ di Rescue Remedy e sarà più stordito che dopo mezzo litro di grappa di ginepro dell’alta Val Susa.

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Placidi inverni sabaudi

Nei lunghi e tediosi anni trascorsi a cavallo tra campagne e monti, l’inverno è sempre stata una stagione prepotente e menefreghista: una notte di neve e di uscire di casa non se ne parlava proprio, soprattutto perché abitavo in una strada privata e dunque non soggetta alle amorevoli cure degli spazzaneve.

Però a volte si decideva di sfidare la sorte e si tentava di raggiungere il panettiere che si trovava ai piedi della mia strada, attrezzati come scalatori e bardati come esquimesi. Credo che le uniche calzature che abbia mai indossato in quegli inverni siano state i sensualissimi Moon Boot.

Peccato che il panettiere si trovava appunto ai piedi della mia strada, dunque al termine di una più o meno ripida (per me lo era moltissimo) discesa.

Che io sia soggetta a frequenti cadute è fatto ormai noto, lascio all’immaginazione quello che mi è accaduto in quei lunghi inverni su una strada ghiacciata.

La vita in città è differente, soprattutto se arrivi da un ventennio di campagna che neanche La casa nella prateria.

La neve è un disagio, ai primi fiocchi i treni non partono e ci si chiede come questo sia possibile, visto che questa città non è che goda di inverni miti e soleggiati; la metropolitana, orgoglio della precedente amministrazione comunale e responsabile del ridimensionamento della mia amata linea 36, si allaga come Venezia (o come Pisa) e i suoi pavimenti grigiastri vengono ricoperti di massicce quantità di segatura.

Come quando qualcuno vomitava nei bagni a scuola, per intenderci. E nella mia scuola di alcolisti/tossicodipendenti in erba, ciò accadeva molto spesso.

Sui social network poi, ogni inverno va in scena lo scontro bellico tra i romantici amanti dei tetti imbiancati e i nervosi denunciatori di ogni inefficienza; credo, ma è un’opinione affatto supportata da prove statistiche, che una buona percentuale del primo gruppo abiti su cocuzzoli simili a quello dove sono cresciuta, perché abitare in montagna è sempre una giustificazione plausibile per eventuali assenze dal posto di lavoro in caso di neve. I secondi invece li identifico come efficienti abitanti dell’area metropolitana, abituati a ritmi sostenuti che sbuffano se un concittadino sosta su un marciapiede costringendoli a rallentare (lo faccio anche io, neanche tre anni a Pisa mi hanno fatta abituare al lento procedere di turisti e simili) che certo stanno apprezzando questo dicembre così mite e soleggiato, e che sperano che la prima nevicata consistente abbia luogo la sera del 24.

Ma tanto dove non può la neve arrivano i “Forconi”, con quel loro nome che a me ricorda forche ed esecuzioni sommarie, e insomma anche con le condizioni meteo a favore, Torino a dicembre è sempre la stessa.

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