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Placidi inverni sabaudi

Nei lunghi e tediosi anni trascorsi a cavallo tra campagne e monti, l’inverno è sempre stata una stagione prepotente e menefreghista: una notte di neve e di uscire di casa non se ne parlava proprio, soprattutto perché abitavo in una strada privata e dunque non soggetta alle amorevoli cure degli spazzaneve.

Però a volte si decideva di sfidare la sorte e si tentava di raggiungere il panettiere che si trovava ai piedi della mia strada, attrezzati come scalatori e bardati come esquimesi. Credo che le uniche calzature che abbia mai indossato in quegli inverni siano state i sensualissimi Moon Boot.

Peccato che il panettiere si trovava appunto ai piedi della mia strada, dunque al termine di una più o meno ripida (per me lo era moltissimo) discesa.

Che io sia soggetta a frequenti cadute è fatto ormai noto, lascio all’immaginazione quello che mi è accaduto in quei lunghi inverni su una strada ghiacciata.

La vita in città è differente, soprattutto se arrivi da un ventennio di campagna che neanche La casa nella prateria.

La neve è un disagio, ai primi fiocchi i treni non partono e ci si chiede come questo sia possibile, visto che questa città non è che goda di inverni miti e soleggiati; la metropolitana, orgoglio della precedente amministrazione comunale e responsabile del ridimensionamento della mia amata linea 36, si allaga come Venezia (o come Pisa) e i suoi pavimenti grigiastri vengono ricoperti di massicce quantità di segatura.

Come quando qualcuno vomitava nei bagni a scuola, per intenderci. E nella mia scuola di alcolisti/tossicodipendenti in erba, ciò accadeva molto spesso.

Sui social network poi, ogni inverno va in scena lo scontro bellico tra i romantici amanti dei tetti imbiancati e i nervosi denunciatori di ogni inefficienza; credo, ma è un’opinione affatto supportata da prove statistiche, che una buona percentuale del primo gruppo abiti su cocuzzoli simili a quello dove sono cresciuta, perché abitare in montagna è sempre una giustificazione plausibile per eventuali assenze dal posto di lavoro in caso di neve. I secondi invece li identifico come efficienti abitanti dell’area metropolitana, abituati a ritmi sostenuti che sbuffano se un concittadino sosta su un marciapiede costringendoli a rallentare (lo faccio anche io, neanche tre anni a Pisa mi hanno fatta abituare al lento procedere di turisti e simili) che certo stanno apprezzando questo dicembre così mite e soleggiato, e che sperano che la prima nevicata consistente abbia luogo la sera del 24.

Ma tanto dove non può la neve arrivano i “Forconi”, con quel loro nome che a me ricorda forche ed esecuzioni sommarie, e insomma anche con le condizioni meteo a favore, Torino a dicembre è sempre la stessa.

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