Art for Art's Sake, cinema, Considerazioni sparse, Libri, teledipendenza, Torino

Un ottimo motivo per alzarsi dal letto domani

Scrivo poco e penso ancora meno, me ne rendo conto ogni qualvolta una scena desertica si materializza oltre il mio lobo frontale immediatamente dopo la balzana idea di produrre un qualche post.

Una soluzione mi è balzata però agli occhi alcuni secondi fa, e puozz crepà* se perdo l’occasione di rinfrescare un po’ le stantie e polverose pagine di questo raccoglitore virtuale di cazzate.

Dicevo, una soluzione all’apatia che mi ha colto in questo drammaticamente inutile inverno torinese: nonostante lo scorrere dei giorni mi interessi quanto l’annoso problema dei parcheggi in centro a Torino, ho appena realizzato che domani sarà marzo, che il primo del mese è in programma il FlashMob letterario, e che non leggo un libro da una quantità di tempo francamente imbarazzante, ossia dall’inaspettato e piacevole incontro con Acqua Nera di Joyce Carol Oates, acquistato da un cestone “sei libri dieci euro” sito in uno dei migliaia di luoghi in cui ho cazzeggiato lavorato.

Dunque l’equazione che ha preso forma è apatia+incapacità di pensiero+FlashMob letterario = magari sarebbe il caso di partecipare a tale iniziativa, e di contrastare con forza ed energia (ah ah ah) il declino culturale e l’ignoranza dilagante della sottoscritta.

Quindi, considerando che la mia avversione per il lieto fine è trasversale a prodotti filmici, letterari e televisivi (credo sia da ricondurre a un trauma mai superato successivo alla scoperta che Theodore “Teddy” Lawrence non avrebbe coronato il suo sogno d’amore, e in seguito alla tragica dipartita di Rita Giordano in Un posto al sole), che la mia attitudine a quella bizzarra esperienza che chiamano vivere tende ad essere ai minimi storici, e dando per scontato che il mio triste e languente conto corrente bancario sia stato magramente rimpolpato dall’improbabile accredito di uno stipendio, che un nubifragio di portata biblica non si abbatterà sulla già abbastanza triste Torino e che mi sarò ricordata di destinare trentottofottutissimieuro all’acquisto di un abbonamento mensile ai mezzi pubblici, insomma se tutto andasse per il verso giusto, ditemi un po’, cosa comprereste?

E poi, parteciperete? Ma soprattutto, che libro sceglierete? Seguirete l’ispirazione del momento o siete come quelle persone metodiche che una settimana prima dell’inizio dei saldi sono già andate a provare e scegliere gli acquisti?

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Immagine emblematica del mio recente fermento intellettuale

*Espressione colorita insegnatami dalla mia adorata nonnina che non credo necessiti traduzioni

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And so that was Christmas

Puntuale come un regionale Torino – La Spezia, ora che l’inverno volge al – ah, ah – termine mi sono accorta di aver accuratamente conservato negli archivi impolverati del cellulare alcune immagini che scattai la prima settimana di gennaio, nell’atrio della gloriosa stazione ferroviaria Torino Porta Nuova.

C’è da sapere che da alcuni anni, lungo tutto il periodo delle feste invernali  il suddetto atrio è adornato dalla presenza di un abete natalizio sul quale i frequentatori più o meno occasionali del luogo sono soliti appendere più o meno serie letterine per Babbo Natale.

Molti utilizzano fogli di recupero, c’è chi scrive sui biglietti ferroviari appena utilizzati, ma c’è anche chi si prodiga in raffinate composizioni artistiche corredate, in alcuni casi, da rappresentazioni grafiche di quanto richiesto.

Un pomeriggio in cui vagavo affranta, infreddolita e in attesa di un’amica, ho scattato alcune fotografie a quelli che mi sono sembrati i biglietti più significativi.

O a quelli che erano ad altezza occhi, ora non ricordo bene.

Son sempre sul pezzo, lo so, probabilmente il giorno dell’omicidio Kennedy io avrei pubblicato qualcosa sulle meraviglie di viaggiare su automobili decappottabili col vento nei capelli.

E quindi signore e signori (come mi piace che questa espressione inizi con il plurale femminile, anche se sospetto che abbia a che fare con questioni di fonetica), ecco il meglio delle letterine scritte dai torinesi e dai viaggiatori di passaggio lo scorso Natale, anzi ecco il meglio delle letterine che sono stata in grado di immortalare.

1. Il Peter Pan chiede qualcosa di improbabile ma divertente, seguendo un po’ un trend di quest’inverno che è stato, appunto e inspiegabilmente, quello dei dinosauri; ci tiene a specificare la sua età perché a livello di grafica, ne converrete, questa letterina avrebbe potuto essere scambiata per una tenera richiesta fatta da un cinquenne.

1621880_10151946134717475_1647432610_n2. L’uomo adulto ma burlone, il compagnone del gruppo, ecco lui lancia un j’accuse (citazione che dovrei risparmiarmi, soprattutto dopo averne attribuito la paternità a Robespierre) al caro Babbo e insieme strizza un po’ l’occhio all’utenza pendolare sposata-da-almeno-quindici-anni che bazzica la stazione.

1661756_10151946139197475_1525286397_n3. La ragazza innamorata non solo chiede un bel fanciullo tutto per sé, ma fornisce precise indicazioni sulle caratteristiche del soggetto e correda il tutto di un’infografica volta a renderne ancora più chiare le fattezze. Mi pare evidente che la fanciulla sia innamorata di qualcuno di molto simile al maschietto descritto nella letterina, ma devo ammettere che quel gran cuore rosso mi ha un po’ sciolta.

1898132_10151946144217475_1178921119_n4. Il/la mio/a preferit*, ossia il paladino (userò il maschile perché è quello che prevede la lingua italiana, e perché tra slash e asterischi tra un po’ questo post sarà peggio di un volantino dei collettivi universitari contro il caffè nero nei distributori automatici, o quelli che sostengono che la dicitura “studenti” dovrebbe essere sostituita appunto da “student*”, così, con una simpatica stellina). Dicevo, il paladino dei diritti civili non si limita ad auspicare un mondo tollerante e aperto, no, costui si spinge oltre per raggiungere vette quasi dadaiste:

1653341_10151946145652475_1508508799_nUlteriori contributi fotografici di questo straordinario affresco della fantasia degli affatto grigi e noiosi torinesi saranno i benvenuti in questa specie di post work in progress. Torinesi, contribuite! Accorrete numerosi! Ricchi premi!

 

 

 

 

 

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Il magico mondo degli adulti, passo primo: risveglio e colazione

E quindi dicevamo, la routine mattutina di una da-poco-ex-studentessa che si affaccia al mondo dei grandi che, come ci ricordava il buon Edoardone nazionale, fanno paura più dei pescecani.

Posto che la prima delle mie sveglie è impostata per traumatizzarmi il sonno alle 06:40, e che ogni dieci minuti mi ricorda perentoriamente che ore siano e quanto manchi al momento in cui perderò l’autobus, esistono alcuni tranelli posizionati dal Dio Che Vuole Farmi Brutta Figura In Ufficio e che sto lentamente – molto lentamente – imparando ad aggirare.

Primo tra tutti, l’annoso problema della colazione.

Essendo io avvezza ad un tipo di attività professionale limitata a pochi giorni della settimana e ad orari a dir poco bizzarri, le mie colazioni oscillano solitamente tra la tazza di tè verde rigorosamente senza zucchero accompagnata da mezzo pompelmo all’introduzione sistematica nello stomaco di decine di toast con doppio formaggio e litri di succhi di frutta e caffè (amaro anche questo, grazie).

Abitudini queste, entrambe ben poco adatte ad una giornata passata col culo sulla sedia in un ufficio.

Bisogna bilanciare, trovare una mediazione, ma prima ancora bisogna organizzarsi per tempo, o ci sarà ben poco da fare e si lascerà la casa con lo stomaco drammaticamente vuoto.

La soluzione migliore è preparare un litro abbondante di caffè (o di tè verde, che drena e depura e magari se lo convinci si mette pure in infusione da solo) la sera prima, travasarlo in un termos e lasciarlo a riflettere sulle sue malefatte sul ripiano della cucina. Questo metodo non solo farà risparmiare tempo utile per stendere l’eyeliner sulla palpebra in modo quanto più possibile decente, ma permetterà di introdurre liquidi nel proprio corpo senza ustionarsi gli organi interni.

Peccato che.

Peccato che nonostante io abbia un’ora abbondante da trascorrere tra la prima sveglia e il tragico momento in cui metterò piede sull’autobus, il mio delicatissimo organismo ha deciso che tale lasso di tempo non è affatto sufficiente per depurarsi e liberarsi di certi pesi.

E son dolori. O meglio, son stati dolori. Per i primi giorni. Finché non ho trovato LA soluzione, quella definitiva.

Gente, la manna.

Proprio quella, il miracolo per gli ebrei in fuga dall’Egitto che è divenuto un miracolo per il mio capriccioso intestino.

C’è da dire che a prima vista, la mannite (non cercatela su Google, in natura ha un aspetto francamente orribile) si presenta in modo bizzarro: è un panetto bianco che ho, al primo utilizzo, morsicato come una deficiente ed ecco, non è una tragedia ma neanche un’idea meravigliosa.

Invece, la figata è che se lasciato affondare nel mio triste tè verde, il panetto si scioglie velocemente e lo dolcifica leggermente, levandogli quell’orribile sapore di fieno che fa rimpiangere ogni tossina mai introdotta nel proprio corpo.

Ma questo è solo l’inizio: questo bizzarro parallelepipedo color della neve funziona con ritmi impensabili da altri… ehm… aiuti del genere, e senza piegarmi a metà dai crampi a metà giornata.

Insomma, a parlare fuori dai denti, dopo il caffè delle 10:30 divento una donna leggera. Leggerissima.

Pronta a sfondarmi di pasta al tonno da un contenitore Tupperware, un paio di ore più tardi.

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(Nella foto: esempi di bevande dal sapore di fienile rese meno disgustose da tazze che richiamano capolavori della cinematografia sovietica. Poi arrivò la mannite)

Per la cronaca, nessuno mi ha pagata per narrare le meraviglie del funzionamento del mio organismo, e non capisco come questo sia possibile. Sospetto che potrei costruirci un’onorata carriera.

 

 

 

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