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Il magico mondo degli adulti, passo primo: risveglio e colazione

E quindi dicevamo, la routine mattutina di una da-poco-ex-studentessa che si affaccia al mondo dei grandi che, come ci ricordava il buon Edoardone nazionale, fanno paura più dei pescecani.

Posto che la prima delle mie sveglie è impostata per traumatizzarmi il sonno alle 06:40, e che ogni dieci minuti mi ricorda perentoriamente che ore siano e quanto manchi al momento in cui perderò l’autobus, esistono alcuni tranelli posizionati dal Dio Che Vuole Farmi Brutta Figura In Ufficio e che sto lentamente – molto lentamente – imparando ad aggirare.

Primo tra tutti, l’annoso problema della colazione.

Essendo io avvezza ad un tipo di attività professionale limitata a pochi giorni della settimana e ad orari a dir poco bizzarri, le mie colazioni oscillano solitamente tra la tazza di tè verde rigorosamente senza zucchero accompagnata da mezzo pompelmo all’introduzione sistematica nello stomaco di decine di toast con doppio formaggio e litri di succhi di frutta e caffè (amaro anche questo, grazie).

Abitudini queste, entrambe ben poco adatte ad una giornata passata col culo sulla sedia in un ufficio.

Bisogna bilanciare, trovare una mediazione, ma prima ancora bisogna organizzarsi per tempo, o ci sarà ben poco da fare e si lascerà la casa con lo stomaco drammaticamente vuoto.

La soluzione migliore è preparare un litro abbondante di caffè (o di tè verde, che drena e depura e magari se lo convinci si mette pure in infusione da solo) la sera prima, travasarlo in un termos e lasciarlo a riflettere sulle sue malefatte sul ripiano della cucina. Questo metodo non solo farà risparmiare tempo utile per stendere l’eyeliner sulla palpebra in modo quanto più possibile decente, ma permetterà di introdurre liquidi nel proprio corpo senza ustionarsi gli organi interni.

Peccato che.

Peccato che nonostante io abbia un’ora abbondante da trascorrere tra la prima sveglia e il tragico momento in cui metterò piede sull’autobus, il mio delicatissimo organismo ha deciso che tale lasso di tempo non è affatto sufficiente per depurarsi e liberarsi di certi pesi.

E son dolori. O meglio, son stati dolori. Per i primi giorni. Finché non ho trovato LA soluzione, quella definitiva.

Gente, la manna.

Proprio quella, il miracolo per gli ebrei in fuga dall’Egitto che è divenuto un miracolo per il mio capriccioso intestino.

C’è da dire che a prima vista, la mannite (non cercatela su Google, in natura ha un aspetto francamente orribile) si presenta in modo bizzarro: è un panetto bianco che ho, al primo utilizzo, morsicato come una deficiente ed ecco, non è una tragedia ma neanche un’idea meravigliosa.

Invece, la figata è che se lasciato affondare nel mio triste tè verde, il panetto si scioglie velocemente e lo dolcifica leggermente, levandogli quell’orribile sapore di fieno che fa rimpiangere ogni tossina mai introdotta nel proprio corpo.

Ma questo è solo l’inizio: questo bizzarro parallelepipedo color della neve funziona con ritmi impensabili da altri… ehm… aiuti del genere, e senza piegarmi a metà dai crampi a metà giornata.

Insomma, a parlare fuori dai denti, dopo il caffè delle 10:30 divento una donna leggera. Leggerissima.

Pronta a sfondarmi di pasta al tonno da un contenitore Tupperware, un paio di ore più tardi.

Immagine

 

(Nella foto: esempi di bevande dal sapore di fienile rese meno disgustose da tazze che richiamano capolavori della cinematografia sovietica. Poi arrivò la mannite)

Per la cronaca, nessuno mi ha pagata per narrare le meraviglie del funzionamento del mio organismo, e non capisco come questo sia possibile. Sospetto che potrei costruirci un’onorata carriera.

 

 

 

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