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Appartenere, lasciare andare, mangiare

Pare che imparare l’appartenenza sia semplice.

Per Ambra lo era, e aveva solo diciassette anni.

Pare che la forma più elementare si manifesti in rapporto ai membri della propria famiglia, a quel microcosmo potenzialmente sicuro e possibilmente stabile all’interno del quale si impara ad essere singolo e parte di un insieme, uno e tutto.

Da bambina ho imparato l’appartenenza degli oggetti, ho sviluppato la gelosia per le cose e solo dopo molti anni e molti traslochi ho imparato a lasciarle andare, ne ho compresa la natura effimera.

Le mie cose esistono ora sparse dietro molte porte, formano scie in luoghi in cui non penso di ritornare, raccontano storie che in pochi possiamo scorgere. Perlopiù esse esistono e basta, abbandonate e forse a malapena notate da chi ancora apre quelle porte.

Quelle che preferisco, le cose intendo, sono quelle che sopravvivono tra le mani delle persone che ho più o meno casualmente incontrato. Sono quelle che ho abbandonato tra quelle mani, senza pensare che avrebbero avuto la valenza di un addio, di un’incomprensione, di un possibile reciproco fastidio.

Mi piace pensarle ancora tra quelle mani, lontane da me quanto le persone che le toccano e le vivono, mi piace aver disimparato l’appartenenza lasciando andare entrambe, cose e persone, cercando di lasciare il rancore al di fuori di ogni ricordo.

Pare che l’appartenenza nazionale sia facile da imparare, pare che passi attraverso bandiere e gare sportive, a volte attraverso parole dure e offensive che distruggono invece di costruire.

Anche questo aspetto mi è estraneo, mi è estranea ogni classificazione così come capitava a lezione di biologia. Non esistono insiemi, ma variabili. Questo credo.

Sarà poi che un’infanzia trascorsa nella più placida delle campagne insegna che più che la foto impolverata di un anziano che occhieggia dalla parete di un’aula scolastica valgono le stagioni, i giorni in cui si può giocare in cortile contrapposti a quelli in cui pioggia e neve lo impediscono.

Negli ultimi giorni l’appartenenza nazionale si è manifestata attraverso il cinema, o meglio attraverso la celebrazione dello stesso, ma anche questa mi è ignota: pur avendo a lungo pensato che proprio quello sarebbe stato il mio campo, ho ben poco da dire in merito e quel poco non è poi così interessante.

L’appartenenza è positiva quando la si disimpara, quando si capisce come lasciare andare cose, persone, idee e progetti senza dolori o rancori. Lo è anche quando ne si apprezza la natura provvisoria, che è forse l’unico aspetto che conosco davvero.

Per questo mi sta terribilmente sul cazzo la canzone qui sopra.

Che era quello che volevo dire fin dall’inizio, ma scrivere un post composto solo di questa frase mi è parsa una mossa un po’ cretina.

Non è un atteggiamento furbo, quello di fottersene delle cose finché non le si perdono. O di darle per scontate per poi disperarsi e vivere in una nostalgia potenzialmente farlocca e/o immotivata.

A meno che le “cose” in questione non siano, ad esempio, i MiniMais che mi strafogo quotidianamente (perché son leggeri e sanno di pop corn) prima di pranzo, per poi disperarmi sulla loro fine precoce.

Ma loro, so di amarli anche prima che finiscano.

Vorrei solo che la confezione verdolina avesse la capienza della borsa di Mary Poppins.

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8 thoughts on “Appartenere, lasciare andare, mangiare

  1. Beh, come diceva il buon G.G. “l’appartenenza è avere gli altri dentro di sé”. Bel post, e grazie per avermi fatto venir voglia di riascoltare Gaber, che fa sempre bene 🙂

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