30ThingsAboutMe, musica, universi paralleli, what I call love

Say my name, say my name

Una breve visita della mia sorella minore e la galoppante smemoratezza della Genitrice (la quale mi chiama con i nomi dell’intero albero genealogico nostro, del vicino e della panettiera senza azzeccare mai) mi hanno ispirata ad aprire le ante buie del passato meno recente, e a fare ammenda per certe cosucce. O forse solo a riderci sopra.

I nomi hanno avuto una rilevanza decisamente eccessiva, nei rapporti familiari. Soprattutto in quelli tra sorelle.

Il mio secondo nome è il primo della mia sorella maggiore, e se per me questa caratteristica era fonte di gioia infinita e voglia di giocare con lei sempresempresempre, per la malcapitata derubata dell’identità nominale tale somiglianza fu quasi certamente fonte di un certo fastidio.

Ma il bello arrivò con la sorellina, quella venuta al mondo tre anni e mezzo dopo il lieto ed insuperabile evento della mia nascita.

Avendo forse già annusato una certa predisposizione alla malvagità nella sottoscritta, i miei astuti-ma-non-troppo genitori decisero di farmi scegliere il nome che la nuova arrivata avrebbe portato con sé verso l’infinito ed oltre.

Bocciati Stellina e Viola, ci accordammo per un nome sobrio, normale, non legato a fiabe o miti popolari e diverso da quel Scimmia che tanto mi sembrava appropriato.

Bene, a poche settimane dalla nascita, i miei genitori ascoltarono una canzone* e decisero di tradire e infrangere il loro impegno e di cambiare il nome.

E non si limitarono a quello, oh no signori della giuria, quei folli utilizzarono la mia scelta accurata e ponderata come secondo nome.

Oltre il danno, la beffa. Credo che solo Malefica non invitata alla festicciola per Aurora abbia condiviso un tale senso di offesa e infatti anch’io meditai vendetta:

in assenza delle competenze stregonesche della presto-sui-nostri-schermi fata malvagia, mi arrangiai con quello che avevo sottomano, ossia due cucciole di gatto estremamente gelose del nuovo cucciolo appena arrivato in casa.

Gliele misi nella culla, sperando in una vendetta laterale che non mi avrebbe vista come mandante (perché fortunatamente, al contrario di quanto accade nei film Disney le mie gatte non parlavano). A pensarci bene, tra le attitudini professionali dovrei inserire “boss malavitoso”.

Purtroppo seppur brillante, la mente di una bambina di tre anni e mezzo non può competere con quella di due adulti, anche se rincoglioniti da notti insonni e urla di neonata. In breve fui beccata, cazziata e ancor’oggi la mia crudeltà mi viene rinfacciata con riferimenti a tale episodio.

Se solo mi avessero dato retta sul nome, forse oggi sarei una persona migliore.

Per fortuna, nonostante le angherie la sorellina è rimasta grossomodo candida come una Aurora contemporanea e nonostante io metta periodicamente il mio destino tricologico nelle sue mani, ad oggi non vi sono state vendette.

*Vorrei fare presente che c’era una canzone che conteneva il medesimo nome e che a me è sempre piaciuta molto, e che se avessero mentito sostenendo che era quella la causa scatenante, forse le cose sarebbero andate diversamente.

**Che cosa avrà poi avuto da dire al Signore sta fanciulla, io non lo capisco. E neanche come si possa dare ad una bambina il nome di un personaggio che soffre che Dio la manda.

 

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Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Monday Mood(s), teledipendenza

E dice ‘o parularo, embè parlammo

pecché si raggiunammo chistu fatto ce ‘o spiegammo. 

O almeno ci proveremo.

Da quando quattordicenne presi ad andare a mangiare a casa dei miei nonni dopo la scuola, nelle ridenti case FIAT di Mirafiori Nord, venni iniziata all’oscuro e perverso mondo di Beautiful.

In particolare, ho sempre subìto il fascino della vecchia e ormai buonanima Stephanie Forrester, la matrona ficcanaso e maneggiona che tutto sa e tutto può: Stephanie ha sempre saputo cosa fosse meglio per i suoi figli, per suo marito, per i suoi nipoti e anche per il giardiniere e per una senzatetto incontrata nel corso di una scorribanda at the dark end of the street.

Stephanie ha distrutto matrimoni, regalato una pistola all’odiata Brooke consigliandole caldamente il suicidio, ha strappato l’azienda al marito fedifrago scatenando faide che neanche nell’opera omnia di William Shakespeare, e ultimo ma non meno importante, ha sempre indossato tailleur pantalone francamente improbabili per una gran dame dell’alta moda.

I suoi intrighi mi affascinavano, la sua millantata integrità morale le conferiva ai miei occhi un’aria di santità decorata da spille imbarazzanti.

Poi successe che quello stesso sporco che la Nostra era così brava a scovare nelle vite altrui, quei segretucci usati per sputtanare teatralmente il nemico di turno, le si rivoltarono contro quando si scoprì che l’amatissimo (si insinuò persino ai limiti dell’incesto) figlio maggiore non era figlio di Forrester Senior, il quale – cornuto e mazziato – aveva sposato la fanciulla proprio perché in dolce attesa.

Ecco, credo sia capitato un po’ a tutti di avere a che fare con delle Stephanie Forrester: persone ammantate da un’aura di moralità e correttezza estreme, incapaci di perdonare fantomatici torti che sovente neanche le coinvolgono, portatrici sane del sacro fuoco del Giudizio che poi, a ben guardare, qualche cosuccia in contrasto con i tanto sbandierati valori morali l’hanno combinata.

Lo so, lo so che giudicare gli altri fa sentire migliori.

Lo so che è tremendamente elettrizzante reinventarsi moderni Anubi e pesare i cuori altrui per verificare che siano più leggeri di una piuma (non letteralmente, si spera).

So anche che è facile perdere obiettività quando ci si sente – senza alcun motivo – tirati in causa, che condannare comportamenti precedentemente approvati (se non perpetrati) e pretendere di sapere può in alcuni casi riempire le giornate, permette di pontificare, di supporre, di passare un paio d’ore a farsi i cazzi altrui.

Ecco, Stephanie di tutto il mondo, virginali giustizie senza ali ma con tanta voglia di dimenticarsi il proprio sporco sotto i propri tappeti, ricordate che non site sul set di una soap con i fondali dipinti (i magici tramonti violacei su LA sono un must in Beautiful), non ci saranno pentimenti un attimo prima di morire e al contrario della Premiata Famiglia Forrester, non tutto passa in cavalleria.

Mi è capitato di essere io stessa una Stephanie, e da quell’esperienza ho tratto un insegnamento che mi sento di condividere generosamente e amorevolmente con tutte le Stephanie del mondo, con o senza tailleur pantalone:

fatevi i cazzi vostri.

Non perché le vostre Brooke potrebbero prima o poi rammentarvi qualcosa che non amate ricordare – le Brooke sono biondine della Valley, solitamente prive di neuroni o comunque incapaci di tirar fuori cattiverie troppo elaborate, ma perché fidatevi, si vive meglio. Molto meglio.

Ecco io mi rendo conto che a fare le Stephanie ci si sente così, ma pur col rischio di spezzare qualche cuoricino sensibile mi vedo costretta a scrivere che non è affatto così. Non piangiamo, su su.

Io Stephanie continuo ad amarla in tutta la sua sfacciata ipocrisia, ma la preferisco relegata alla sua villa con depandance e fondali farlocchi. Voi no?

E spero che chisto fatto ce lo siamo finalmente spiegati.

Dietro ogni grande Stephanie c’è, quasi sempre, una piccola Steffi.

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