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Le vite degli altri

Non ho intenzione di scrivere del film del 2006 (ma se non l’avete visto, ve lo consiglio), ma non mi veniva un titolo allegorico ma ironico, pungente ma comprensibile. Scusate.

Ci sono giornate caratterizzate da una lunga sequenza di idee stupide e dannose, soprattutto se perpetrate in contemporanea tra loro.

Per esempio, un soggetto a caso potrebbe aver avuto la splendida idea di indossare oggi, a mo’ di prova su strada, un capo d’abbigliamento che aveva deciso di mettere domani per un’occasione particolare.

Tralasciando la genialità del gesto in sé, soprattutto se questo è addizionato alla conclamata imbranataggine (imbranatezza?) del soggetto, dovete ammettere che utilizzare della candeggina poco prima di uscire è una mossa notevole.

Sapevate che il blu elettrico candeggiato diventa fucsia? Io l’ho appena scoperto.

Ci sono invece altre occasioni in cui delle situazioni potenzialmente fastidiose o dannose presentano risvolti magari non positivi, ma illuminanti: in più di tre anni di Macchiato con Zucchero non mi è mai capitato di avere dei troll, nonostante la natura polemica di alcuni post; al contrario, sono bastati tre mesi di Da Torino a Tirana per guadagnarmi non uno, ben due cagacazzi troll.

Trattasi di due profili Facebook nuovi di zecca e privi di informazioni che guardano, spiano, indagano e che ogni tanto si fanno sgamare perché gli parte il like a qualche contenuto.

Uno dei due ieri l’ha fatta un po’ fuori dal vaso, lasciando un commento in cui chiedeva informazioni abbastanza personali e lasciandosi scappare un (sincerissimo, immagino) complimento su un aspetto della mia favolosissima vita di cui non ho mai scritto su nessuno dei due blog.

Prima che potessi rispondere, il commento è sparito e con lui il fantomatico commentatore: ora, naturalmente se si decide di aprire un blog, una pagina Facebook, un profilo Instagram o Twitter lo si fa consapevoli che i dati condivisi diventano di tutti, simpatizzanti e non (il termine hater mi infastidisce), però non bisogna essere delle cime per immaginare che un blogger tende a fare molta attenzione a cosa condivide, operando una cernita ragionata, e che di conseguenza tende a non rispondere a delle domande personali poste da una persona con delle intenzioni talmente amichevoli da non esporre neanche il proprio viso nella foto profilo.

Voglio dire, chi è questa persona e perché mai dovrei farle sapere i fatti miei? Se poi a questa persona scappa un’informazione che solo chi mi conosce personalmente può sapere, c’è da chiedersi perché mai senta il bisogno di nascondersi dietro un profilo creato per l’occasione e sommando le due cose, la parola TROLL svetta luminosa nei cieli di Gotham.

Inoltre, questi personaggi forse non sanno che nel magico mondo del web è possibile tracciare la posizione geografica dei visitatori, e che quindi ho un’idea molto accurata della provenienza di questi troll.

Non mi fa certo piacere trovarmi a dover fare ancora più attenzione del dovuto alle informazioni che decido di divulgare, ma è un processo che nasce un po’ automatico quando ci si mette davanti ad una pagina web di condivisione, quindi preferisco passare il tempo a distruggere inesorabilmente capi d’abbigliamento di un certo pregio.

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cinema, teledipendenza

Appuntamento con Laura Palmer

L’aspetto positivo di essere nata esattamente a metà degli anni Ottanta è che nel 1990 ero decisamente troppo giovane per guardare programmi televisivi che non fossero i cartoni animati su Rai Due (e gli occasionali TG Regione che non hanno mai smesso di tediarmi).

Fino ai venticinque anni, per me Laura Palmer era una sfortunata biondina radiant on the surface, dying inside (cit. Lynch) il cui omicidio era il nucleo (o evento scatenante, via) della serie tv Twin Peaks.

Beata innocenza, vero?

Ben pochi prodotti audiovisivi (aka film e telefilm) hanno avuto un impatto tanto profondo e terrorizzante sulla psiche di una venticinquenne qualunque che avrebbe tranquillamente potuto continuare a farsi i cazzi suoi e a guardare Dexter.

Insomma, ho appena letto su TVLine che Mark Frost e David Lynch produrranno dei nuovi episodi per Showtime, una notizia che proprio in virtù della grandiosità della serie, mi ha allo stesso tempo intrigata e terrorizzata.

Twin Peaks è per certi versi come It: sai che non dovresti guardarlo ma non puoi farne a meno. Ma diversamente dalla creatura di King, questa serie racchiude in sé il fascino del male ancestrale e implacabile, sovverte le regole della natura e degli uomini e sovverte gli uomini stessi, al punto che l’incubo peggiore si avvera: è impossibile capire chi sia buono e chi malvagio, a volte i personaggi che dovrebbero essere dalla parte “giusta” si rivelano irrimediabilmente crudeli e altre volte, nonostante gli sforzi, gli eroi soccombono al male.

Twin Peaks è puro mito, è un luogo in cui tutto può accadere (e tutto accade).

Da ex studentessa (si finisce poi mai di studiare?) di cinema, audiovisivi e cazzi vari, non vedo l’ora di tornare a Twin Peaks.

Soprattutto perché questo è un appuntamento lasciato da Laura venticinque anni fa.

Da cagasotto fifona, preferirei di gran lunga passare il resto dei miei giorni a controllare che quel cazzo di un pagliaccio non esca dalla tazza del cesso, perché se in It le squadre schierate in campo sono note e i loro scopi sono evidenti (come nelle favole, insomma), la mitologia di Twin Peaks è più confusa delle narrazioni omeriche e non solo si ha a che fare con degli antagonisti ancestrali e sfuggenti, ma ci si può trovare a confrontarsi con il proprio doppio.

E il proprio doppio spaventa le spettatrici venticinquenni.

Un po’ come i prequel cinematografici, nello specifico Fuoco cammina con me, che per il suo significato sfuggente (e per il titolo evocativo e inquietante) contribuisce ad angosciare le povere cretine che dopo due lauree in storia del cinema non sono in grado di comprenderne ogni elemento.

E quello che non comprendiamo ci fa paura, no?

Per farla breve, la questione qui è che sarò (saremo) costretti a riguardare le due stagioni della serie e il film e a perdere giorni e giorni sui forum in cui si dibatte sul significato dei diversi elementi oscuri con una foga che vorrei si lavorasse con tanta passione nelle Istituzioni.

Se qualcuno di noi non dovesse farcela, dovesse malauguratamente incontrare Bob o la mafia asiatica, ci faccia sapere come si sta di là nelle Logge. Nel frattempo, qui c’è il link all‘intervista di TvLine a Mark Frost (che si lancia sempre in risposte affatto ambigue – i semi di dove andiamo sono stati piantati dove siamo stati) che sostenendo che improvvisamente Twin Peaks è diventato un luogo che avremmo piacere di visitare di nuovo, ha dato voce a tutti i fan della serie.

Anche di quelli un po’ cagasotto, che un giro a Nord-Ovest lo rifaranno quasi volentieri. Soprattutto in compagnia dell’agente speciale Dale Cooper.

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Strategie di sopravvivenza alle relazioni sbilanciate: let me (and tv) entertain you

Certo che l’autunno regala sempre grandi soddisfazioni.

Narcolessia e letargia acuta a parte, finalmente posso riprendere le profonde riflessioni esistenziali utilizzando le nuove stagioni delle serie tv, così da non dovermi sbattere troppo a spiegare ed è proprio questo il bello della globalizzazione dell’intrattenimento: abbiamo (quasi) tutti una conoscenza più o meno approfondita del mondo della televisione, delle serie tv e dei loro attori. Viva la rete insomma, che mi permette di scrivere periodi semplici ascoltando Carmen Consoli.

Patisco stretta tra due correnti opposte – Vaughn e Farrell, che un po’ detesto e un po’ mi incuriosiscono per l’imminente partecipazione a True Detectivedomandandomi se anche questa volta, come spesso accade, ci ripeteremo sempre meno convinti che come Cohle e Hart nessuno mai per poi adattarci al nuovo status quo e dirci che i due nuovi veri detective non sono poi così male.

Le relazioni, che fatica.

Un po’ come quando si subisce un lutto – e non solo di morte delle carni parlo – e si passa il tempo a struggersi e distruggersi, e a ricattare emotivamente amici e conoscenti per farsi regalare sostanze psicotrope nel tentativo un po’ maldestro di evitare quella fase che se non sbaglio è l’elaborazione del lutto stesso.

Nel frattempo, l’altra persona è nell’aldilà a preparare pancake.

Che al di fuori del pazzo pazzo mondo di Mystic Falls, corrisponderebbe ad un rapporto (di amore? Amicizia? Col proprio cucciolo di Yorkshire?) vagamente sbilanciato, in cui una delle due parti tende a somigliare appunto ad uno Yorkshire scodinzolante e adorante e l’altra parte è quella del “visualizzato ma non risposto” su WhatsApp, and you all know what I mean.

A giudicare dall’onnipresente e onnipotente e onnisciente (e forse anche onnivoro) Facebook, l’autunno è il periodo dell’anno in cui tali squilibri sbocciano come le primule ad Aprile: sarà per le infatuazioni estive che a volte (appunto) sbocciano ed altre si mutano in imprevedibili compilation di stalking selvaggio, sarà che fa freddo ed è facile passare i pomeriggi in casa a rimuginare, sta di fatto che la home page del social più usato e odiato della storia è un florilegio (spero apprezzerete il continuum stagionale di questo concetto) di link, status e video che rimandano alla questione pancake di cui sopra.

La buona notizia è che è assai improbabile un risvolto parallelo a quello del nostro esempio: dato che mi sembra ovvio che la dolce Elèna (la squartatrice drogata che soffre per quello che prepara la colazione alla sua migliore amica morta) deciderà di farsi cancellare dalla memoria il suo tragico amore, il suddetto tragico amore metterà via padelle e farina e si rifarà vivo, facendoci ripiombare nella noiosissima prima stagione, credo che la maggior parte delle vittime della stessa sindrome sarà abbastanza fortunata da non dover vivere un tale strazio.

In ogni caso, come insegnano le geniali autrici di queste guide, tanto vale proiettare gioie e dolori sulle altrui (possibilmente fittizie) relazioni, e in questo caso vi assicuro che la love story tra la drogata (di timo e basilico) e il Gordon Ramsey dell’aldilà offre una vasta gamma di sfumature: come si può evincere dalla .gif qui sopra*, non è una storia à la Bella & Edward, è più come se Léon avesse iniziato ad uscire con Christiane F.

Finché non ripiomberemo nello scazzo infinito delle dinamiche della prima stagione.

E ora come minimo, voglio un assegno mensile dalla CW per questa contorta e probabilmente dannosa, ma non per questo non efficace pubblicità.

Chissà quanti lo stanno pensando di me proprio ora (fonte)

*Alcuni giorni fa un collega mi ha detto che “gli uomini tendono a fare gli stronzi perché effettivamente ad alcune donne piacciono così. Tu, credo che se qualcuno facesse lo stronzo gli spaccheresti in testa una bottiglia di assenzio, poi gliela faresti pagare con tanto di scontrino”. Pancakes nell’andilà my ass,insomma.

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Lontano dagli occhi, vicino al cuore: sopravvivere a un autunno non italiano

Quando di là, sull’altro blog che scrivo tentando di non lasciarmi andare al flusso di coscienza come faccio qui, ho stilato un elenco raccontando com’è stato il primo rientro in Patria, ho dimenticato un elemento che mi sta lentamente uccidendo.

L’autunno.

Due giorni a Torino e il mio fragile corpicino sabaudo si è convinto – e giustamente, dico io – che la stagione dei crop top, dei sandali e delle code di cavallo anti-afa fossero terminati.

Non che fossi scontenta, a me l’autunno piace assai e anche il cappottino che ho prontamente acquistato durante una passeggiata in compagnia al mercato di Piazza Benefica (sì, sono stata abbastanza infida da dirottare una passeggiata familiare al mercato. E da comprare dal banco in cui si trovano solo prodotti con le etichette tagliate).

Bene, il ritorno di qua dall’Adriatico in total black, con le Superga e il suddetto cappotto (che è color… polvere? Crusca d’avena? Cielo su Mirafiori? Capelli di Angela Lansbury post-Signora in Giallo? Bof) è stato sì d’effetto, ma molto poco consono alle condizioni del luogo.

Insomma, le temperature sono tali da farmi uscire con i sandali e da aver steso sulle unghie un estivo e assai infantile smalto bianco con qualche glitter, ma le mie membra sanno che altrove è autunno, e si comportano di conseguenza: letargo, mal di testa, riposini a cazzo mentre che ne so, sto leggendo un romanzo di Fred Vargas e io non dormo MAI mentre leggo Fred Vargas.

E ancor più grave, niente defilé in giro per Tirana con il cappotto color topo sbiadito e lo smalto color – vino? Sangue arterioso? Uva nera? Prugne? Dio, che fatica i colori. Cinque anni di istituto d’arte ed eccoci qui.

Mi sto quindi sfondando con una cura ricostituente fai-da-te (o DIY, che dir si voglia) che comprende:

pastiglie effervescenti dai sapori improbabili per integrare le vitamine e i minerali;

litri e litri di tè di ogni gusto e aroma, ma soprattutto quelli con altissimo contenuto di teina;

frutta di stagione, che non so come mai ma tutti dicono faccia un gran bene;

Camionate di pastiglie di ginseng e vagonate di quelle di magnesio.

Ora, se non verrò colta da un’overdose di Vitamina C o non mi si ossideranno le membra per i troppi minerali, credo che a breve tornerò a sproloquiare di film & serie tv: che Tirana lo voglia o meno, l’autunno è arrivato e finalmente gli schermi (dei pc) sono caldi e colmi di nuove proposte.

Che tra le altre cose, Sky sta per trasmettere True Detective, e se qualche folle non l’avesse ancora guardato e fosse abbastanza ricco da avere Sky, LO GUARDI IMMEDIATAMENTE. Per gli altri, quelli che come me dipendono da NowVideo e VideoPremium, sono disponibile a condividere i link. Ma che lo si faccia prima dell’inizio della seconda stagione, vi raccomando amici miei.

Se invece avete rimedi e consigli per non soccombere alla narcolessia mentre fuori ci sono 30°, siate i benvenuti.

To be continued.

Letargo permettendo.

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