cinema, teledipendenza

Appuntamento con Laura Palmer

L’aspetto positivo di essere nata esattamente a metà degli anni Ottanta è che nel 1990 ero decisamente troppo giovane per guardare programmi televisivi che non fossero i cartoni animati su Rai Due (e gli occasionali TG Regione che non hanno mai smesso di tediarmi).

Fino ai venticinque anni, per me Laura Palmer era una sfortunata biondina radiant on the surface, dying inside (cit. Lynch) il cui omicidio era il nucleo (o evento scatenante, via) della serie tv Twin Peaks.

Beata innocenza, vero?

Ben pochi prodotti audiovisivi (aka film e telefilm) hanno avuto un impatto tanto profondo e terrorizzante sulla psiche di una venticinquenne qualunque che avrebbe tranquillamente potuto continuare a farsi i cazzi suoi e a guardare Dexter.

Insomma, ho appena letto su TVLine che Mark Frost e David Lynch produrranno dei nuovi episodi per Showtime, una notizia che proprio in virtù della grandiosità della serie, mi ha allo stesso tempo intrigata e terrorizzata.

Twin Peaks è per certi versi come It: sai che non dovresti guardarlo ma non puoi farne a meno. Ma diversamente dalla creatura di King, questa serie racchiude in sé il fascino del male ancestrale e implacabile, sovverte le regole della natura e degli uomini e sovverte gli uomini stessi, al punto che l’incubo peggiore si avvera: è impossibile capire chi sia buono e chi malvagio, a volte i personaggi che dovrebbero essere dalla parte “giusta” si rivelano irrimediabilmente crudeli e altre volte, nonostante gli sforzi, gli eroi soccombono al male.

Twin Peaks è puro mito, è un luogo in cui tutto può accadere (e tutto accade).

Da ex studentessa (si finisce poi mai di studiare?) di cinema, audiovisivi e cazzi vari, non vedo l’ora di tornare a Twin Peaks.

Soprattutto perché questo è un appuntamento lasciato da Laura venticinque anni fa.

Da cagasotto fifona, preferirei di gran lunga passare il resto dei miei giorni a controllare che quel cazzo di un pagliaccio non esca dalla tazza del cesso, perché se in It le squadre schierate in campo sono note e i loro scopi sono evidenti (come nelle favole, insomma), la mitologia di Twin Peaks è più confusa delle narrazioni omeriche e non solo si ha a che fare con degli antagonisti ancestrali e sfuggenti, ma ci si può trovare a confrontarsi con il proprio doppio.

E il proprio doppio spaventa le spettatrici venticinquenni.

Un po’ come i prequel cinematografici, nello specifico Fuoco cammina con me, che per il suo significato sfuggente (e per il titolo evocativo e inquietante) contribuisce ad angosciare le povere cretine che dopo due lauree in storia del cinema non sono in grado di comprenderne ogni elemento.

E quello che non comprendiamo ci fa paura, no?

Per farla breve, la questione qui è che sarò (saremo) costretti a riguardare le due stagioni della serie e il film e a perdere giorni e giorni sui forum in cui si dibatte sul significato dei diversi elementi oscuri con una foga che vorrei si lavorasse con tanta passione nelle Istituzioni.

Se qualcuno di noi non dovesse farcela, dovesse malauguratamente incontrare Bob o la mafia asiatica, ci faccia sapere come si sta di là nelle Logge. Nel frattempo, qui c’è il link all‘intervista di TvLine a Mark Frost (che si lancia sempre in risposte affatto ambigue – i semi di dove andiamo sono stati piantati dove siamo stati) che sostenendo che improvvisamente Twin Peaks è diventato un luogo che avremmo piacere di visitare di nuovo, ha dato voce a tutti i fan della serie.

Anche di quelli un po’ cagasotto, che un giro a Nord-Ovest lo rifaranno quasi volentieri. Soprattutto in compagnia dell’agente speciale Dale Cooper.

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