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Volevo essere un velociraptor

Sarà che coltivo una passione smodata per le bestie infuriate che distruggono cose a caso, sarà che ieri ho guardato il trailer di Jurassic World e ho di conseguenza passato un paio d’ore a guardare video tratti da Jurassic Park unodueetre e a farmi una cultura sui dinosauri su Wikipedia – lo sapevate che forse il temibile T-Rex non era un predatore ma si cibava di carogne? E che forse era piumato? – sta di fatto che a me sti dinosauri piacciono davvero assai, e ora vi spiego perché.

I Velociraptor mi hanno sempre intrigata. Veloci, intelligenti (almeno, così mi ha insegnato Steven Spielberg e io gli credo), sapevano aprire le porte (le porte!) ed erano pericolosi, molto pericolosi.

Se fossi un dinosauro, vorrei essere un velociraptor e correre su e giù tra le felci preistoriche, terrorizzando e cacciando quegli stupidi erbivori.

Peccato che la natura mi abbia fatta più simile a un T-Rex: lenta, culona, vagamente sproporzionata, rumorosa, incazzata di quelle incazzature un po’ inutili ed esagerate, di quelle che il 99% delle popolazione mondiale mi guarderebbe con aria di superiorità e mi consiglierebbe di darmi una calmata.

In più pare che sto bestione gigantesco avesse dei seri problemi di vista (anche qui, Spielberg mi ha insegnato che è vero quindi lo è) e anche qui mi ci ritrovo.

In breve, il T-Rex era un lucertolone gigantesco, lento, probabilmente piumato, mezzo ciecato e fondamentalmente incazzato che forse non si disturbava neanche a cacciare, accontentandosi delle carogne che trovava qua e là.

Per anni la mia indole affatto permalosa ha fatto sì che alcuni amici mi associassero a Tricky, il triceratopo de Alla ricerca della Valle Incantata, ma a conti fatti forse avrebbero dovuto guardare al di fuori del gruppetto di protagonisti e accorgersi di quel Denti Aguzzi che vagava qua e là emettendo suoni fastidiosi e terrorizzanti e che infine fa una fine miserrima facendosi ingannare da un branco di cuccioli – alcuni dei quali neanche troppo svegli.

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Snobismi culturali (sembra un post serio ma viggiuro che non è così)

Quando mi iscrissi all’Università, ero una snob tremenda.

Non tout court, ché non ho mai avuto le possibilità economiche e morali per esserlo, ma solo – solo! – per quanto riguarda il cinema.

Credo in effetti di essere stata come la maggior parte degli studenti di cinema: altezzosa, elitaria, sprezzante verso la televisione e verso le mode del momento (Colazione da Tiffany anyone?).

Una tremenda cagacazzi, ne converrete.

Ad eccezione di Beautiful, guilty pleasure che non mi toglierò mai perché è un’eredità lasciatami dalla nonna (ho mai parlato di mia nonna, splendida avellinese con il bob color mogano e le unghie laccate nei toni del rosso rubino?), snobbavo qualunque forma di intrattenimento bassa o mainstream.

Rimandiamo ad un’altra occasione la derisione per essere passata al lato oscuro del tubo catodico.

Tornando all’epoca in cui ero una ventenne o poco più che vestiva solo di nero o con improbabili capi effetto divano acquistati in Corso Palestro, ad un certo punto ho realizzato che non sarei mai divenuta la Sofia Coppola delle Prealpi piemontesi, la Maya Deren della cintura Ovest, la Kathryn Bigelow degli alpeggi: mi sono fermata, ho fatto un bel pianto, poi ho fatto una risata e ho deciso di piantarla lì.

Pochi anni dopo, a seguito di una cocente e non ancora metabolizzata mazzata morale, ho sviluppato un senso di inferiorità nei confronti della Settima Arte e ho deciso che solo la tv poteva capirmi.

E che era meglio essere la prima tra gli ultimi che l’ultima tra i primi.

Bel ragionamento del cazzo, nevvero?

Questo flashback è volto agli elitari del lo conoscevo prima che diventasse famoso, quelli che massacrano la loro band preferita perché ha firmato un contratto con una major discografica, quelli che Sofia Coppola mi piaceva prima di Marie Antoinette, e comunque i macarons li mangiavo prima che uscisse il film, e anche le Converse me le dovevo far portare da Londra perché qui non si usavano e comunque tutti mi sfottevano perché le indossavo.

Raga, rilassatevi.

A ben guardare, la cultura mainstream è divertente.

Basta avere gli strumenti per capirne i meccanismi, basta trovarne i lati piacevoli.

Solo pochi anni fa mi vergognavo ad ammettere di essere una spettatrice affezionata di The Vampire Diaries, di passare intere serate spiaggiata davanti al pc per guardare tutte le serie tv che trovavo online invece di frequentare più assiduamente le sale d’essai.

Invece ora le serie tv sono il nuovo cinema, tutti a lodarle e a straparlarne e sapete che c’è, è figo che sia così.

Più pubblico uguale più soldi uguale più qualità, e se siete scettici pensate a True Detective e ditemi se dieci anni fa una serie del genere sarebbe stata possibile.

Eppoi le serie tv ci rendono intelligenti, ci spingono a cercare riferimenti e sottintesi, aiutano con l’inglese: nella patria del doppiaggio, lo streaming online è nutrimento per il cervello.

E se per mesi abbiamo letto su tutti i social che la felicità è reale solo se condivisa, per quanto mi riguarda vale lo stesso per la conoscenza: far conoscere prodotti culturali “alti” aiuta ad elevare il livello medio dei prodotti stessi e a creare cultura attraverso un medium che ultimamente ha tutt’altri scopi.

Ciò non toglie che io guardassi le serie tv prima che le guardassero tutti. Gne gne gne.

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#instaweek: la settimana in cui mi sentii un ingegnere navale

Credo di sapere come si sentì Thomas Andrews, il progettista del Titanic, quel fantomatico 15 Aprile di 102 primavere fa.

Davvero, lo sento vicino e vorrei tanto cingerlo in un abbraccio consolatore perché non importa quanto tu ti possa impegnare, a una certa arriverà un capitano Smith demmerda e ti farà passare alla storia come il peggior incapace dai tempi dell’arca biblica.

Ma noi non ci arrendiamo signore e signori, noi imperterriti proseguiremo fino ad inabissarci (o ad essere licenziati, come accadrà a me molto presto), perché niente è finito finché non lo decidiamo noi (cit).

Soprattutto se ci siamo prodigati nella creazione di una playlist figa che più figa non si può, e non esiste che i nostri compatrioti non ne godano al più presto.

Ma questo è un problema solo mio, il buonanima Thomas Andrews ha lasciato a Céline Dion l’onore di martellare i cosiddetti al prossimo con i suoi acuti e i suoi cuori che vanno avanti e avanti.

Ma io sento che come lui, finirò a fissare un muro mentre tutto accanto a me si disfa rovinosamente. Citando infatti Wikipedia,

L’ultima persona che lo vide fu il cameriere John Stewart nella sala fumatori di prima classe, alle 02:10 del 15 aprile. Andrews aveva lo sguardo perso, e osservava il quadro Il porto di Plymouth (Approach to the New World), situato sulla cappa del camino della sala fumatori di prima classe. Si trattava di un dipinto che fu poi spesso mostrato in televisione ed in vari film. Quindi Andrews rifiutò di salvarsi, come il capitano Smith ed il suo corpo non fu mai ritrovato.
È probabile che sia morto mentre la nave si spezzava in due, poiché il fumoir di prima classe era situato nel punto di rottura, tra il terzo e il quarto fumaiolo. Durante tutto il viaggio, Andrews prese note su vari miglioramenti, di cui sentì un forte bisogno e mentre la nave stava affondando, Andrews fece in tempo a consegnarle ad un suo assistente amico che si salvò dal disastro. Molte di queste migliorie vennero applicate al secondo gemello del Titanic, il HMHS Britannic.

Nell’ottica del crederci sempre, invece di andare al bar qua dietro ad ammazzarmi di raki per far sì che i miei dispiaceri facciano la fine del transatlantico del buon Andrews, resto qui aggrappata alla sedia con le unghie e le fauci a redigere, ché io son redattrice mica per niente, un’altra #instaweek.

Ambress’ ambress’ che alle 18 c’ho da andare ad accattarmi sciarpa e guanti per quando sarò una disoccupata senzatetto.

Instagram photo by annagiuliabi - Se mangiassimo più taralli col parmigiano, saremmo tutti molto più felici. #italian #food #italia #puglia #tengocuoreitaliano

Ricevetti da uno stuolo di parenti in visita l’equivalente in parmigiano del pil della provincia Ovest di Torino e una chilata abbondante di taralli pugliesi.

Altro che formaggio con le pere, altro che cacio sui maccheroni. Questa è la gioia.

Instagram photo by annagiuliabi - Stasera ve lo dovevo proprio far vedere quant'è bello #Napoleone. Per non parlare del mio outfit tuta + maglione dorato con le paillettes, una delizia per gli occhi. #dog #love #puppy #relax #home #ootd #evantatene

Habemus Napoleone, un cucciolo di un chilo e mezzo che sta riempiendo la casa di risate, gioia, amore e cacca. (E habemus anche outfit di merda, ma graziaddio in questa foto si nota appena).

Instagram photo by annagiuliabi - Bel vestito, bel cappotto, capelli demmerda #asusual. #ootd #flowers #messy #hair

Io e la sala di montaggio, una storia d’amore e di dolore durata appena tre giorni. Vorrei però far notare la deliziosa stampa dell’abito, il grazioso cappotto color topo e la chioma oscena che non reagisce neanche a dosi massicce di olio di cocco.

Instagram photo by annagiuliabi - Non c'è giornata di merda che non possa essere addolcita da una bomba calorica e da un po' di #sansimone. #drink #torino #italia #amaro #chocolate #cake #comfortfood #sweet

Fu appunto una settimana di passioni e di dolori, di bestemmie e di fatiche, e cosa meglio di una torta crema e cioccolato per sentirsi meglio? Per non parlare dell’accompagnamento a base di San Simone ghiacciato.

Instagram photo by annagiuliabi - Buon appetito! Pensatemi mentre vi sparate i brunch da California Bakery. #saturday #coke #cocacola #work #lunch

Soprattutto se il pranzo si riduce ad una dose sempre più massiccia di caffeina zuccherata e imbottigliata a pochi chilometri da qui.

Ma voi continuate pure a fare i brunch del fine settimana da California Bakery, che io non sono affatto invidiosa.

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Blog blog blog, I’m looking for a good time

Se c’è un aspetto che mi manca dell’impiego che avevo lo scorso inverno, è l’avere avuto come compagna di banco e mentore professionale una blogger.

C’è poco da fare, la blogosfera è come un enorme condominio virtuale in cui il gossip è all’ordine del giorno: non importa che tu sia blogger o leone o gazzella, se frequenti un po’ l’ambiente ti troverai a parlarne.

Sempre che ci sia qualcuno disposto a partecipare alla conversazione, come invece non mi accade da troppo tempo.

Era bello sfruttare il momento di abbiocco dopo pranzo per commentare i nuovi post, le foto su Instagram o i tweet. Era piacevole conversare con una persona potendo fare riferimenti a post passati delle blogstar nostrane, parlandone come si parlerebbe dei vicini di casa.

Per capirci, per certi versi è una versione virtuale de La Comunidad: una volta entrati, uscirne è difficilissssimo.

I blog, così come i canali YouTube, sono luoghi affascinanti in cui è difficile non farsi prendere da una pulsione voyeuristica senza possibilità di uscita: ci sono autrici che non scrivono da anni, ma delle quali ancora frequento occasionalmente le pagine. Sai mai che vengano prese dal fuoco creativo.

Poi ci sono quelle che si sono trasferite su Instagram o Twitter in pianta stabile, e spesso è un peccato perché i loro post erano interessanti, divertenti, accurati.

O quelle che si sono date alle marchette tout court, dimentiche degli argomenti piacevoli che una volta popolavano le loro pagine: magari i post erano meno glamourous e più ruspanti, ma avevano contenuti non copiati paro paro da qualche comunicato stampa. Anche qui, lo stesso vale per le youtuber ormai votate alla causa delle review e degli haul (recensioni di prodotti e utilissimi video “guarda cosa ho comprato”) che perdendo iscritti e visualizzazioni, cercano di reinventarsi un po’ goffamente: clamoroso fu il tentativo di una nota make up tutorialist di votarsi alla causa ecobio per raccattare un po’ di visualizzazioni, salvo poi spararsi una figura di merda clamorosa affermando di non guadagnare abbastanza con le video review per coprire i costi dei prodotti che recensiva.

Il gioco del web è proprio nell’inganno: il pubblico deve pensare che ogni opinione sia sincera, la marchetta deve essere più leggera possibile, se l’aspetto economico viene svelato il gioco finisce.

Ecco, io vorrei poter parlare di questi argomenti con i miei colleghi, ma forse il gioco del web sta proprio lì: nessuno vuol ascoltare quello che dici, quindi ne scrivi sul blog. O fai un video su YouTube.

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Nouvelle Vague levati: un corto insensato più #instaweek(s)

Interno giorno.

Establishing shot: femmina, ventiequalcosa, vegetante davanti ad uno schermo esteso quanto una sala cinematografica.

Nelle cuffie, inspiegabilmente, questo.

Nonostante sia sabato, è riuscita ad uscire di casa indossando camicia, pullover e tacchi. Si è persino messa il rossetto.

Nonostante l’apparenza, ha già bevuto due caffè, mangiato una barretta energetica e assunto un concentrato di minerali e vitamine. Pensa se non l’avesse fatto.

Purtroppo, la scelta di utilizzare come sfondo del desktop una gigantesca peonia color malva non contribuisce alla concentrazione. E dire che l’ha scelta appena ieri, allo scopo di rallegrarsi le giornate.

Purtroppo, l’ufficio è semivuoto (perché a parte lei, tutti hanno qualche compito utile da portare a termine, nda).

Sfortunatamente, il gigantesco compito che avrebbe dovuto portare a termine oggi si è arenato per ragioni squisitamente tecniche (disco esterno danneggiato anyone?).

Poco male pensa lei, in questo modo avrò il tempo di stalkare cercare di capire come sta andando la trasferta intercontinentale della crew che non mi caga da almeno due giorni.

E magari di farmi partire un embolo nel vedere le mise scelte a cazzo di cane apportando leggere, insignificanti modifiche alle indicazioni date.

In tutto questo, tutte le applicazioni di messaggistica istantanea installate sul suo telefono hanno crashato, portandola ad usare gli SMS come se fosse al primo anno di liceo e facendole avere uno strano déja-vu: sta scrivendo su WordPress o sugli MSN Spaces?

Ah, gli Spaces. E Splinder. Tutti scomparsi, perduti nell’etere con pezzi di storie, foto, sticker glitterati e rotanti da Studio 54.

Intorno tutti corrono, la scala metallica vibra come all’arrivo del T-Rex in Jurassic Park, sarebbe carino riguardare Jurassic Park ma insomma, sono solo le 11 ma un altro caffè non può far male.

FINE

Instagram photo by annagiuliabi - Niente di peggio che essere la prima ad arrivare in ufficio. #deprescion

Instagram photo by annagiuliabi - Survival kit #healthy #food #foodsupplements #equilibra #goodmorning

Instagram photo by annagiuliabi - Praticamente un autoscatto #2. #work #office #sunglasses #eyewear #marcjacobs #marcbymarcjacobs #earrings #black #stones

Instagram photo by annagiuliabi - Prenditelo un caffè vestita come Eminem. #coffee #macchiatoconzucchero #relax #candy #colours #grey #green #me #home #goodmorning

Come avrei voluto uscire di casa stamattina

Instagram photo by annagiuliabi - La colazione dei campioni. Miremengjes nga #Tirana #goodmorning #buongiorno #coffee #breakfast

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Impressioni di Novembre

Ho un problema.

C’è chi affermerà che ne ho più d’uno, c’è anche chi salirà in improbabili cattedre di psicologia applicata per dimostrarmi l’esistenza di tali problemi, ma purtroppo a me fregancazzo e quindi resto sul singolare maschile: ho un problema e si chiama David Bowie.

La mia relazione con l’Esile Duca Bianco che lancia dardi negli occhi degli amanti ha origini remote, e affonda le radici nella zia diciottenne che tornò da Londra appena in tempo per la mia nascita con una zazzera ossigenata sulla testa e una decina di musicassette (pirata, of course) con la discografia del bell’inglese.

Possiamo quindi affermare che la mia balia artistica sia stato proprio lui, che si chiama come il marchio di certi portafogli che compravo al mercato e che ha influito non poco nelle successive decisioni estetiche: vedi taglio corto arancione, ombretto sberluccicoso celeste Pupa (l’orrore, l’orrore…), bomber viola broccato ed altri abomini.

 (fonte)

Certo David, certo.

Non sto neanche a citare Labyrinth, ché credo sappiamo tutti a cosa mi riferisco.

Insomma ho sempre amato Bowie di un amore devoto e fedele, sono arrivata ad ascoltare a ripetizione Reality fino a trovarvi degli elementi piacevoli (non è stato semplice), la scorsa estate ho persino acquistato una tee con l’immagine della copertina di tale album anche se era troppo grande, anche se costava troppi soldi.

Quando ho letto il nuovo libro di Christiane F., ho sfanculato i passaggi in cui parla male del Duca pensando “una quattordicenne eroinomane si stupisce che un artista del suo calibro non avesse nulla da dirle?”, tralasciando che un po’ di creanza e buone maniere non si negano neanche a un’adolescente troppo avvezza agli oppiacei.

E insomma nonostante questa cieca (e a volte anche sorda) adorazione, non ce l’ho fatta ad ascoltare The Next Day, l’album del 2013, senza la fastidiosa impressione di star ascoltando Reality.

Terribile. Incommentabile (cit).

So di averne parlato bene in precedenza, accecata dal fascino dei primi due singoli e soprattutto del video con Tilda Swinton, ma signore e signori che terribile errore.

Per non parlare del nuovissimo Sue (Or in a Season of Crime), che vanta un testo meraviglioso ma che musicalmente non mi arriva (cit. di nuovo).

E quindi sto qui a chiedermie a chiedervi, come se non avessi altro da fare: l’affetto, l’ammirazione, la stima sono davvero incondizionati? è possibile sorvolare su cagate pazzesche, su delusioni apparentemente insuperabili in virtù di quello che è stato, di un passato glorioso che forse non ritornerà?

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Torino – Milano (via Tirana)

Incredibile come i periodi più stressanti coincidano, a volte, con quelli di massima ispirazione blogghereccia.
Tipo che ho millemila cose da fare, ma ad ogni ‘new tab’ che apro su Chrome vengo colta da un’improvvisa epifania, un fulmine che mi attraversa il cervello (cit.) e mi spinge ad aprire Word.
Sì, di questo passo credo che a breve perderò il lavoro.
Bando alle ciance, la meravigliosa ispirazione odierna mi ha colta mentre ero in cerca di location fighe in quel di Milano. Trasferirsi all’estero per occuparsi di Italian affairs, check.
A noi torinesi, in genere Milano non piace granché. Patiamo un confronto continuo e per lungo tempo impari, soffriamo terribilmente nel dover aggiungere ‘near Milan’ quando diciamo a qualche straniero da dove veniamo. Di peggio c’è solo, forse, ‘near France’.
Abbiamo un po’ il complesso del brutto anatroccolo, sappiamo di abitare in una città che definire un gioiello non è abbastanza e vorremmo che ogni essere umano presente sul pianeta venisse a godere delle bellezze sabaude.
Salvo poi lamentarci profusamente dei turisti che camminano lentamente sotto i portici di Piazza Castello.
Insomma Milano non ci garba particolarmente, visualizziamo il milanese medio come un bauscia vestito di marca, ostentatore e decisamente stridente rispetto alla poco chiassosa eleganza turineisa.
Perfino di fronte all’auto MiTo storciamo un po’ il naso, pensando che avrebbe dovuto chiamarsi ToMi (con evidente sprezzo dell’assonanza con un improbabile maschile plurale del nostro formaggio più famoso).
Se poi pensiamo alle modalità con cui da Torino si raggiunge Milano, ci si gela il sangue: un’autostrada con lavori in corso da decenni, o treni regionali pieni come carri bestiame e perennemente in ritardo. E non mi citate le Frecce, che son sempre in ritardo anche loro e poi questo è un blog proletario.
Questa diffidenza generale, unita all’idea che il capoluogo lombardo sia un luogo caotico e grigio, ci fa sentire stanchi e spossati anche solo all’idea di poterci andare.
Però Milano, a ben guardare, è bellina assai. Tralasciando la ricerca specifica che dovrei portare a termine invece di scrivere questo post, e che si concentra sulle location più fescion della città, quasi tutto quello che mi è passato sotto mano nelle ultime ore mi è sembrato piacevole e interessante.
L’ironia sta nell’aver sviluppato questa scintilla di interesse proprio dopo aver lasciato Torino, che dista da Milano un’ora e 40 di treno. Quindi non scoprirò mai se effettivamente tra di noi può esserci una qualche affinità? Probabile.
Coraggio amici e amiche, raccontatemi che Milano è bella, consigliatemi luoghi e suggestioni lombarde.
Non si sa mai che perda il lavoro e decida di tentare la fortuna lassù al freddo, come un’amica ha fatto prima di me, con successo.

P.S. per eventi, feste, spettacoli, matrimoni o qualunque altra cosa, contattatela. Garantisco personalmente. (Laurè, dopo questo post sei diventata come tutte quelle aziende italiane che dislocano in Albania!)

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