cinema, Monday Mood(s), Monday Movies, teledipendenza

I preferiti dell’anno, Monday Movies edition

A rileggere i post di cinema degli ultimi 12 mesi, mi vergogno di me stessa.

Sarà che sul blog condivido la parte peggiore di me, quella più cazzona e tragicomica, sarà che il trauma dello scorso autunno ha lasciato più strascichi del previsto, sta di fatto che quando mi è capitato di guardare dei film davvero interessanti, non sono mai riuscita a scriverne.

Ma a tutto c’è rimedio, quindi per concludere l’anno ho deciso di riesumare i Monday Movies e raggruppare quelli che a mio parere sono stati i film più fighi tra quelli guardati negli ultimi 12 mesi.

Cominciamo con Lucy di Luc Besson, che merita una menzione anche solo per essere il primo film in cui non ho provato fastidio alla vista di Scarlett Johansson. Confesso di essere una di quelle brutte persone che sono state soddisfatte nel vederla morire in Match Point, fate voi.

Lucy è un bel film con una bella storia e un personaggio – la Scarlett appunto – davvero interessante. E poi un’eroina (ma non troppo) in un mondo di eroi maschi e virili non è male.

Voto: 7,5

Proseguo con Gone Girl, confessando che in base al titolo e all’attore protagonista, pensavo fosse stato diretto da Ben Affleck stesso.

Ho dei seri problemi con questo film e ho provato invano a scriverne un paio di settimane fa: la storia è buona, gli attori sono bravi, le ambientazioni mi sono piaciute molto ma la regia mi ha fatto terribilmente incazzare.

Ci sono molti modi per condurre il pubblico lungo una strada di apparenze per poi svelare la verità con un coup de théâtre, ma Fincher preferisce trattare i suoi spettatori come dei deficienti: non ci sono indizi sparsi che portino a mettere in dubbio quanto si vede, il regista si erge a divinità del mondo che mostra e allo spettatore non resta che guardare, aspettando che il narratore per immagini (sorry for the rigurgito accademico) si decida a svelargli qualcosa. Peccato.

Voto: 9 alla storia e agli attori, 5 a Fincher

What We Do In The Shadows è geniale. Non ne ho ancora scritto, ma l’espediente “finto reality” è un trucchetto narrativo che mi piace moltissimo: al diavolo I voice over e le immagini commentative, al diavolo la perfezione stilistica, i personaggi commentano i fatti direttamente alla macchina da presa.

Va da sé che Modern Family sia, a mio parere, uno show meraviglioso proprio per questa impostazione. E per altre molte ragione di cui un giorno(forse) deciderò di scrivere.

Se poi prendiamo uno dei trend più abusati degli ultimi anni, i vampiri, e ne facciamo una commedia impostata come un docureality, il mio cuore è preso.

Comunque, voto: 8,5. Guardatelo.

Beneath The Harvest Sky è un altro gioiello: trattare l’adolescenza non è facile, il rischio di cadere nel moralismo o di allontanarsi dai personaggi rendendoli macchiettistici o eccessivi è sempre dietro l’angolo ma signori miei, questo film riesce a trattare vita (e morte) dei suoi protagonisti in un modo talmente crudo ma delicato da meritare tutti i premi che ha vinto.

Voto: 9

Tutto qui? Tutto qui. Perché per quanto possa aver apprezzato il film di Veronica Mars, non credo che tra 10 anni me ne ricorderò (ma non è detto, in fondo ancora ricordo a memoria quasi tutti i testi di Pezzali & Repetto).

Sono come sempre più che benvenuti i vostri preferiti del 2014, ché tempo per i film si trova (quasi) sempre.

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All I want for Christmas is Christmas

Due giorni a Natale, la redazione incredibilmente silenziosa, i giornalisti in volo per l’Italia (li odio), una parte dei colleghi impegnati nella registrazione della puntata di Capodanno, gli altri – hem –  cazzeggiano in modo sfrontato, indecente.

Stipendio in ritardo, neanche il tempo per una seduta dalla parrucchiera che ormai vede più le mie amiche in visita che me, apri/chiudi/apri siti di vendita online, Signore grazie perché la puntata di domani coincide con la Vigilia e nessuno la guarderà, perché stavolta abbiamo scavalcato il concetto di “noia” per approdare a vele spiegate al coma cerebrale.

Poi sole, caldo, nascondermi in regia per non essere cooptata su altri programmi, lo scazzo anche solo all’idea di uscire e raggiungere il bar per un caffè.

Mi regalo confezioni di tè dalle profumazioni improbabili, già che ci sono m’accatto anche una crema viso alla menta che ricorda un po’ quelle per i piedi ma è vegan, è bio e quindi sono convintissima che farà miracoli sul viso, sbaglio il sottotono dell’ennesimo rossetto nude – sei gialla figlia mia, fattene una ragione – mi serve un’agenda ma temo possa essere usata contro di me in tribunale.

Domenica sono stata in montagna e mi sono ammalata, sti anticorpi da montagnina non funzionano a queste altitudini, mi sono sentita molto ragazzetta cagionevole di città e non lo sono, poi a casa ho trovato un bakllava che cuoceva placido in forno e ho pensato che non andare a Torino per le feste può avere dei lati positivi.

Qui si trovano delle Michael Kors e delle Céline false come Giuda ma quasi identiche alle originali, voi amiche che ne riceverete una dalla sottoscritta sappiate che è un tarocco, ma che ve l’ho preso con affetto infinito. Ergo, non pensiate che la paga di una schiava della macchina mediatica sia così alto.

Stasera preparo il vin brulé, il liquore al caffè, i muffin con Nutella e arance e guardo un film che senza motivo alcuno collego al Natale.

Forse il motivo è che sono una brutta persona.

Buone feste a tutti voi!

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Frivolezze tricologiche del giovedì

Chi meglio di una fanciulla può conoscere i tormenti tricologici e la sensazione di benessere che deriva da una seduta dal parrucchiere?

Chi non ha mai avuto la certezza che con una nuova sfumatura sui capelli, ogni aspetto dell’esistenza umana sarebbe andato al suo posto?

E per concludere, quale donna residente in un Paese in cui il costo medio di una piega dalla parrucchiera è al di sotto dei 5 Euro non si farebbe travolgere da ogni capriccio di taglio, forma e colore?

I risultati sono poi abbastanza prevedibili: convertirsi alle tinte chimiche e ai trattamenti che prevedono l’uso di temperature elevate dopo due anni di hennè, asciugature senza phon e prodotti organici è una specie di guerra atomica pilifera.

Ma grazie a consigli e suggerimenti raccattati qua e là tra le amiche e il web, ho messo a punto una maschera per capelli che ha fatto, nel suo piccolo, miracoli.

Presa una noce del mio burro di karitè preferito, l’ho mescolata con mezzo cucchiaino di olio di ricino, un cucchiaino di oleolito di limone (preparato da me medesima, grazie alle indicazioni della mia amichetta Chiara), un cucchiaino di gel di semi di lino e uno di olio di cocco (chi mi legge sull’altro blog sa che anche questi sono homemade).

Spalmato il tutto sui capelli, ho atteso un’oretta prima del lavaggio e ho resistito all’impulso di asciugarmi le folte chiome con l’asciugacapelli.

Torcicollo mattutino a parte, il risultato è oltre le aspettative: capelli morbidi, voluminosi e lucidi.

Provare per credere.

Magari usando prodotti industriali, a meno che non moriate dalla voglia di avere una crisi isterica cercando di staccare il gel dai semi di lino.

Instagram media by annagiuliabi - Oggi su #macchiatoconzucchero parliamo di capelli sfigati. I miei. #blog #blogger #hair beauty

Capelli: prima (con il disgraziatissimo sfondo di una sala montaggio)

E dopo, con un mazzolin di fiori a coprirmi il volto perché mi vergogno assai a mostrarmi.

E dopo, con un mazzolin di fiori a coprirmi il volto perché mi vergogno assai a mostrarmi.

 

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Considerazioni sparse

Preferisco il rumore del mare

Nella mia famiglia, vita e lavoro non sono mai stati entità gemelle.

Neanche sorelle, anzi neanche imparentate alla lontana.

Nel bene e nel male, sono cresciuta con lo stesso tipo di mentalità: aziendalismo sticazzi, chinare la testa anche no, giustificare ingiustizie neanche per sogno.

Non è sempre stato facile, e ancora oggi non lo è: il settore privato è spesso costruito su diversi livelli di schiacciamento costante del dipendente, della sua volontà, della sua voglia di far valere i propri diritti.

All’età di ventun’anni, lavoravo come cassiera – pardon, addetta al servizio clienti, in un negozio del centro. Si vendeva il superfluo, e a volte un po’ di cultura.

Sabati e domeniche al lavoro, un part time promosso a full time quasi senza avvertire, capi settore e dirigenti impegnati a recitare – assai male – la parte degli amici. Per fotterti meglio, bambina mia.

Dopo sei mesi di lavoro, osai chiedere un giorno di permesso.

Me lo negarono.

Andai dalla rappresentante sindacale, che mi rispose “lo sai come va qua dentro“.

Le mancavano pochi mesi alla pensione.

Preparai le dimissioni, con effetto immediato, e li mandai cordialmente affanculo.

Per me l’aziendalismo non esiste, è una bugia grande come il mondo. Essere aziendalisti significa sovrapporre vita e lavoro, e questo non può esistere. Non senza impazzire.

Chi spinge i dipendenti verso la cieca fedeltà al lavoro, gioca sporco.

Chi fa credere che i diritti siano concessioni è un disonesto.

Chi impone condizioni impensabili vuole male ai suoi collaboratori.

Ora rileggo il post un paio di volte, inspiro profondamente e vado a litigare con le Risorse Umane.

Perché come ho scritto poco più su, non è facile per un cazzo.

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cinema, Citazioni a casaccio, Considerazioni sparse, Monday Mood(s)

Una disperata supplica a Babbo Natale

Dieci giorni a Natale, fattezze esteriori a fisarmonica, una collezione in continuo aumento di diversi esemplari di shampoo secco sulla cassettiera, decorazioni natalizie acquistate previo spegnimento del cellulare nel mio unico giorno di riposo del cazzo.

Non è semplice respirare lo spirito natalizio, vivendo chiusa in un capannone industriale convertito a open space all’americana che ti fa rivalutare e agognare l’alienamento dell’uomo moderno in uffici-cubicolo due metri per due.

La letterina per Babbo Natale, doverosa alla soglia dei trent’anni, stavolta la faccio coincidere con i buoni propositi per l’anno nuovo in una miscellanea di disgrazie di varia natura.

Prima di tutto, caro Babbo Natale (permettermi di chiamarti ancora così, anche se a queste latitudini sei noto come Babbo Capodanno), mi piacerebbe da morire poter passare almeno una domenica al mese – 24 ore, non un minuto di meno né uno di più – senza ricevere nefasti messaggeri infernali, leggi: email e telefonate dal lavoro. Un solo giorno ogni trenta, non è poi così difficile, no? Come posso scambiarmi urgenti e profondissimi messaggi su WhatsApp con gli amici in Patria, se sono costretta a dare il cellulare in pasto al cagnolino per disfarmene?

Quindi ecco, regalo numero uno: una domenica veramente libera.

Procedendo: già che siamo in tema, non mi dispiacerebbe una settimana di ferie per poter rivedere i miei cari, ché so di aver sempre snobbato e disprezzato le convenzioni sociali relative alle feste comandate, ma da quando sono un’emigrata mi mancano persino le urla intorno al tavolo di legno massiccio della zia.

Ovviamente, compreso nel regalo vorrei un biglietto aereo a/r, possibilmente Alitalia così posso portare indietro la solita tonnellata di Parmigiano della Coop.

Terzo, babbino caro, vorrei essere un po’ più stronza. So che ci sono degli impudici millantatori che sostengono che io lo sia già a sufficienza, ma se così fosse tali malelingue dormirebbero coi pesci con Luca Brasi, invece di pascolare ancora su questa Terra.

Quindi dicevo un po’ di stronzaggine farebbe assai comodo; mi rendo conto che più che un regalo questo dovrebbe essere un buon proposito, quindi facciamo che metà del lavoro lo faccio io e l’altra metà me la regali, ok?

Già che ci siamo, Babbo NataleCapodanno, facciamo che un regalo lo devolgo alle dolci personcine di cui sopra: rendile felici, ma tanto felici, immensamente felici, tanto da renderle anche delle persone migliori. Dai loro soldi, successo, soddisfazioni, pensaci tu ma nel pacchetto inserisci anche un po’ di intelligenza.

Per concludere, ché io sono una persona modesta e in più ho una scadenza appena scaduta, non sarebbe male fare una magia e trasportare solo per un giorno il mercato di Piazza Benefica sotto casa mia.

Fatti prestare un po’ di polvere di fata da Trilly, fai pensieri felici, carica tutti i banchi sulla slitta, fai un po’ tu ma regalami una giornata di shopping come si deve. Non ti chiedo neanche i soldi per gli acquisti, quelli ce li metto io.

Se poi riuscissi a teletrasportare insieme anche i miei compagnucci di scorribande, ti offrirei anche il caffè.

Della macchinetta, a meno che tu non venga di domenica.

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Il sondaggione natalizio!

Parliamo di argomenti seri. Parliamo delle feste natalizie. Avanguardia pura, lo so.

Ne avrei scritto anche un paio di mesi fa, se solo avessi saputo che mettendo piede nell’età (ah-ah-ah) adulta il Natale non sarebbe più stato l’imperterrito collassare sul divano guardando Una poltrona per due e compagnia bella mentre si smaltiscono i postumi – alcolici e di semi assideramento – della sera prima.

Anche voi però, mai che qualcuno mi abbia detto che crescendo non si sarebbero più potuti indossare gli stivali di pelo verde pino e i maglioni puffosi che fanno sembrare un’alpaca.

Mai che qualcuno mi abbia detto che scolarsi un litro di vin brulé con la scusa del “fa freddo, fa tanto inverno, dovrò pure instagrammare qualcosa stasera” avrebbe compromesso il rendimento professionale della settimana successiva.

Ma io confido in voi, e vengo qui a testa china a chiedere umilmente consiglio.

Perché sì, come Bridget Jones al galà annuale degli avvocati, anche io sono stata invitata ad una raffinata ed elegante cena aziendale (non mia, l’azienda dove lavoro probabilmente ci farà passare la mezzanotte del 31 in ufficio) e non so che cazzo mettermi.

Forse dovrei chiedere consiglio alla Dittatrice del Buon Gusto, ma temo che le mie umili proposte mi varrebbero un paio di lustri nel carcere delle Malvestite.

Partiamo dai fondamentali: considerando che il giorno in questione sarò al lavoro tutto il giorno, che ovviamente non avrò il tempo di passare da casa e che usare il cesso aziendale per un cambio à la Clark Kent mi sembra un tantino eccessivo,

tenendo conto che il saccheggio del reparto costumi mi è reso impossibile dalla taglia media delle fanciulle che ne fanno uso,

non dimenticando che però potrei impietosire il make up artist e farmi dare una ritoccatina qua e là per somigliare a un essere umano,

queste sono le idee che il mio sovraccaricato cervello ha messo insieme per non somigliare a Sofia Vergara in orario d’ufficio.

1. Tubino non troppo corto né troppo scollato, tipo questo di Asos, con un tronchetto di un colore neutro e una collanazza gigantesca stile albero di Natale, giusto per restare in tema.

Image 1 of ASOS Pencil Dress with Structured Fold SleeveImage 1 of ASOS EXCITE ME Ankle Boots

2. Gonnella frù frù nera, maglioncino neutro ma vagamente luccicoso, décolleté e collant coprenti neri, orecchini pendenti e luccicosi come un lampadario a gocce.

Image 1 of SHORT SKIRT WITH ELASTICATED WAIST from Zara Image 1 of Vero Moda Highneck Chunky Knit Jumper

Image 1 of Coast Sorcha Geo Drop Earrings

3. Gonna importante verde bosco o magenta, top nero, stivali neri (sì, fa un po’ Signora del West ma a me garba parecchio), collanazza in tinta.

Image 1 of Coast Meslita Full SkirtImage 1 of Calvin Klein Jalisa Heeled Knee High Boots

Image 1 of ASOS Emerald Jewel Ribbon Choker NecklaceImage 1 of Paper Dolls Berry Collar Necklace

Votate, votate, votate, commentate, commentate, commentate (cit).

Passando al resto, e dando per scontato che mosso da umana pietà e natalizia benevolenza, il make up artist mi sistemerà le fattezze, parliamo di capelli.

In un impeto di cazzeggio sono passata dal rame scuro al castano altrettanto scuro, ma sto meditando di schiarire un po’ le chiome e apportare una leggerissima modifica (vedi: ciuffone tipo frangia malcresciuta), che fo? Lo faccio? Non lo faccio? Tengo i capelli sciolti e un po’ mossi o faccio una crocchia da nonnina, magari laterale?

 

 

 

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Sputare nel piatto in cui si mangia, lamentarsi e altri orrori

Ascoltatemi! La televisione non è la verità! La televisione è un maledetto parco di divertimenti, la televisione è un circo, un carnevale, una troupe viaggiante di acrobati, cantastorie, ballerini, cantanti, giocolieri, fenomeni da baraccone, domatori di leoni, giocatori di calcio! Ammazzare la noia è il nostro solo mestiere. (Sidney Lumet, Quinto Potere, 1976)

La mia enfatica e del tutto non richiesta apologia della televisione ha fatto sì che il gorgo infernale della stessa mi imprigionasse senza apparente via di scampo.

Sono uno degli insignificanti ingranaggi della macchina mediatica, sono l’ombra fuori campo a cui fa riferimento Maria quando nomina “la redazione”, (r)esisto tra improbabili video di sfilate e altrettanto improbabili “registi” che creano robaccia che su YouTube si trovano prodotti migliori.

Smonto e rimonto tali capolavori rendendoli inguardabili ma vagamente appetibili.

Anche il mio amore originale, il cinema, ne soffre.

Negli ultimi giorni sono a malapena riuscita a guardare Lucy – e a farmi piacere la Johansson, e questo è un miracolo che meriterebbe un post a sé – e a farmi accompagnare in Vietnam per l’ennesima volta da Stanley Kubrick.

Però ho in dotazione delle cuffie fighissime da cui ascolto musica che mai avrei pensato di ascoltare.

E guardo Modern Family, che dovrebbe farmi ridere e rilassarmi se non passassi il tempo della visione a chiedermi perché il “regista” non sia in grado di avvicinarsi neanche un po’ a quella qualità.

E insomma si soffre e si producono brutti prodotti, rileggendo per l’ennesima volta Ritorno a Peyton Place (foto d’archivio – ossia di una lontana estate in cui avevo ancora il tempo di vivere. Ah, era solo pochi mesi fa?).

Instagram media by annagiuliabi - Interessantissimi argomenti, tra poco su macchiatoconzucchero.wordpress.com #nonvorretemicaperderveli

E va beh che ormai è martedì e un terzo della settimana lavorativa è quasi finito, ma una #instaweek non si nega a nessuno.

Instagram photo by annagiuliabi - A portrait of the artist as an old woman. #selfie #expressyourselfie #home #tea #hat #ring #stones

Ho comprato un berretto nel reparto uomo di LC Waikiki e non lo tolgo neanche in casa. Lo uso persino per asciugarmi i capelli.

Instagram photo by annagiuliabi - Be #Italian. #pasta #italy #food #cooking #meatball #spaghetti #wine #pummarola

Sapori di casa: chi sono io per dire di no agli spaghetti con le polpette? Posto che ho sempre pensato che non fosse un vero piatto italiano, non sono venuti così male.

Instagram photo by annagiuliabi - Memories of a working #sunday. #4tech #earcuffs #samsung #galaxy #notebook #ikea

Cuffie meravigliosissime e un miserrimo pranzo fruttariano. Che ragazza fortunata.

Instagram photo by annagiuliabi - Meanwhile, in the #makeup room #television #backstage #agonchannelit #gosh #goshmakeup #workhard #beauty

Un interessante soggiorno nella sala trucco, con tanto di make up televisivo per sopperire ad una mancanza di comparse.

Sembravo più vecchia di cinque anni e ho impiegato dieci minuti abbondanti a rimuoverlo. Credo che inserirò il latte detergente e i dischetti struccanti in conto spese all’azienda.

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