Considerazioni sparse

Preferisco il rumore del mare

Nella mia famiglia, vita e lavoro non sono mai stati entità gemelle.

Neanche sorelle, anzi neanche imparentate alla lontana.

Nel bene e nel male, sono cresciuta con lo stesso tipo di mentalità: aziendalismo sticazzi, chinare la testa anche no, giustificare ingiustizie neanche per sogno.

Non è sempre stato facile, e ancora oggi non lo è: il settore privato è spesso costruito su diversi livelli di schiacciamento costante del dipendente, della sua volontà, della sua voglia di far valere i propri diritti.

All’età di ventun’anni, lavoravo come cassiera – pardon, addetta al servizio clienti, in un negozio del centro. Si vendeva il superfluo, e a volte un po’ di cultura.

Sabati e domeniche al lavoro, un part time promosso a full time quasi senza avvertire, capi settore e dirigenti impegnati a recitare – assai male – la parte degli amici. Per fotterti meglio, bambina mia.

Dopo sei mesi di lavoro, osai chiedere un giorno di permesso.

Me lo negarono.

Andai dalla rappresentante sindacale, che mi rispose “lo sai come va qua dentro“.

Le mancavano pochi mesi alla pensione.

Preparai le dimissioni, con effetto immediato, e li mandai cordialmente affanculo.

Per me l’aziendalismo non esiste, è una bugia grande come il mondo. Essere aziendalisti significa sovrapporre vita e lavoro, e questo non può esistere. Non senza impazzire.

Chi spinge i dipendenti verso la cieca fedeltà al lavoro, gioca sporco.

Chi fa credere che i diritti siano concessioni è un disonesto.

Chi impone condizioni impensabili vuole male ai suoi collaboratori.

Ora rileggo il post un paio di volte, inspiro profondamente e vado a litigare con le Risorse Umane.

Perché come ho scritto poco più su, non è facile per un cazzo.

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4 thoughts on “Preferisco il rumore del mare

  1. kisal ha detto:

    Sto perdendo la mia salute visto che sono aziendalista sin dalla nascita.
    Me ne sto accorgendo tardi, tardissimo, e la mia principale fonte di apertura verso il mondo – i blog altrui – ultimamente mi piantano post di questo genere e similissimi sotto al naso, tanto per ricordarmi che sono stata un’emerita stolta.
    Ma ho sempre avuto troppo bisogno di soldi. Non per campare, per sopravvivere ai merdosissimi debiti che mi hanno sepolta sin da giovanissima.
    Una voglia di partire da zero, e non da “meno mille” mi ha mangiata viva.
    Il lavoro mi ha arsa del tutto.
    Adesso ti rileggo trenta volte.
    E ti stampo per appenderti sulla testiera del letto, nella bacheca sul pc, all’interno della porta di casa.
    Per leggere sempre le tue scarne e immediatissime frasi, ma giuste, perfette.
    Per provare a non farmi più uccidere.

    • La tua storia mi tocca molto, perché credo che moltissime persone, me compresa, vivano o abbiano vissuto situazioni molto simili: c’è chi si è fermato in tempo e chi, per un motivo o per l’altro, ha consumato ogni energia e ogni sprazzo di vitalità pensando che presto le cose sarebbero andate meglio.
      L’unica cosa che mi viene in mente è che non è mai tardi, le difficoltà economiche possono essere un grosso ostacolo ma sai che c’è, se qualcuno ti fa lavorare è perché gli servi, e questa è un’ottima base per contrattare le necessità di entrambe le parti.
      Non ti conosco ma ti auguro di riuscire a trovare le forze per darti il giusto valore e salvarti dai subumani per cui lavoro e sfruttamento sono sinonimi.
      In bocca al lupo, spero di avere presto notizie positive da parte tua.

    • kisal ha detto:

      Grazie per la tua risposta accorata, hai colto il mio stato d’animo, e dire che io sono una molto forte e combattiva.
      Ma, come dici tu, consumano la nostra vitalità spingendoti a pensare che i diritti siano privilegi.
      Sono sempre stata disposta a comprendere le necessità aziendali, ma non avrei mai immaginato di sforare tanto.
      Ho scritto un post proprio qualche giorno fa a proposito di questo e sono stata decisamente meno poetica di te, ho paura di dire che ‘preferisco il rumore del mare’ perché non posso permettermi di preferirlo, neanche di affermarlo, figuriamoci.

      Sono comunque certa di trovare una via, normalmente quando raschio tanto il fondo vivo quella paura di non sapere che fare talmente grande che la reazione è esplosiva e netta.
      Mi capitò con gli uomini: dopo aver incontrato il primo stronzo del quale sottovalutai gli iniziali piccoli segnali negativi, quelli successivi non sono mai sopravvissuti al minimo sentore che mi fosse ricapitato il merdoso di una volta. Reazione fisica proprio: brividi di freddo nello spazio di un secondo, inequivocabile, calcio nel culo immediato.

      Farò così nei prossimi lavori, mi renderò conto subito del rischio e non sarò più capace di mettermi così nei guai.
      Risolvere è meno facile che mettere le cose in chiaro sin dall’inizio, purtroppo…

  2. Pingback: Giornalista Chiacchierona » Col veleno

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