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Volevo fare la creativa, e invece.

Conosco due modi per affrontare la consapevolezza di esercitare una professione che è la pallida imitazione di quello che vorrei fare.

Il primo è quello che se fossi meno prolissa chiamerei “mettersi due fette di San Daniele tagliato spesso sulle palpebre” e che invece ora vado ad argomentare: il modo migliore per non soffrire della pochezza dei contenuti che sto producendo è evitare di confrontarmi con quello che vorrei produrre.

Niente film troppo belli, niente video musicali particolarmente artistici, niente musica ché poi mi sale il nervoso per aver inserito Taylor Swift e Katy Perry in puntata.

Oh, e niente libri o blog: qualunque suggestione creativa causerà un inevitabile collasso nervoso.

Stringendo, si tratta di chiudersi in casa a guardare Uomini & Donne e a leggere il blog di Chiara Ferragni mangiando caramelle colorate.

Il secondo metodo è grossomodo l’opposto, e consiste nel farmi permeare dalla creatività altrui incessantemente, fino a poter dire ad alta voce “questo è il mio lavoro, non sono io” di fronte all’ennesimo orrore narrativo. La diretta conseguenza è l’utilizzo di ogni momento libero per creare qualcosa di bello, qualcosa che sia me.

Il secondo metodo è indubbiamente il migliore, e magari quando smetterò di fare turni di quindici ore proverò a metterlo in pratica e ci rivedremo all’Oscar per la miglior sceneggiatura originale.

Per la cronaca, oggi ho rischiato un nervous breakdown per colpa di questo.

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Cinematografia di casa nostra: Pane e burlesque

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Alcuni mesi fa presi la malsana decisione di guardare un film italiano recente, Pane e Burlesque.

Sarà per la firma femminile alla regia, sarà che Amiche da morire mi era piaciuto, complice un pomeriggio libero preparai un tè condito con cannella e miele, mi accomodai nella poltrona che custodisco nella cameretta della blogger e mi immersi nella visione.

Oddio, mi immersi, diciamo che la visione fu intervallata da pause sempre più frequenti e che solo l’idea di poterne scrivere qui mi fece persistere fino ai titoli di coda.

Peccato che fino ad oggi dimenticai di scriverne, o forse per fortuna, perché ripensarci non è una bella esperienza.

Sinossi: la crisi economica ha messo in ginocchio la cittadina di Monopoli, la chiusura della fabbrica di ceramiche locale ha lasciato a casa molti operai e i rapporti familiari risentono della situazione economica.

L’arrivo in città di Mimì la Petite (Sabrina Impacciatore), figlia del defunto proprietario della fabbrica e star un po’ ruspante del burlesque, ridisegna gli equilibri esistenti soprattutto quando coinvolge tre donne del posto in una serie di spettacoli.

La scoperta da parte degli abitanti del paese dell’occupazione segreta delle donne metterà ancora più in crisi i rapporti con i mariti e scatenerà un’ondata di bigottismo apparentemente devastante, salvo contribuire a lanciare alcune delle protagoniste nell’olimpo dorato della televisione.

All’apparenza è un film di rivincita femminile, in cui l’arrivo dell’elemento di rottura in un luogo solo apparentemente stabile contribuisce a ridisegnare la società e il modo di pensare.

Volutamente ruspante e ironico, Pane e burlesque avrebbe potuto essere una commedia carina: peccato che Laura Chiatti sia inadeguata al ruolo di una goffa sartina e che l’affermazione del ruolo femminile come motore anche economico della famiglia sia un po’ all’acqua di rose, per dirne un paio.

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Il personaggio della Impacciatore è invece gradevole nel suo racchiudere le due anime del burlesque, quella seducente e quella ironica e quasi ridicola: le piazzate in dialetto contrapposte alla parlata con accento francese sono forse un po’ trite, ma strappano un sorriso.

Il finale è forse la parte che stona di più, un lieto fine forzato che fosse stato sostituito da una vena un po’ più amara avrebbe potuto risollevare almeno in parte le sorti del film.

Guardate Amiche da morire che è più divertente.

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cinema, Considerazioni sparse

Presto in sala: opinioni a caldo su American Sniper

Sinossi: Chris Kyle è un ragazzone texano che sogna di diventare un cowboy e che, dopo gli attacchi all’ambasciata americana in Kenya, si arruola nei Navy SEAL dove emergono le sue doti di cecchino. Durante l’addestramento conosce Taya, che diventerà sua moglie.

Dopo l’11 Settembre, Chris parte per la prima delle quattro missioni in cui avrà il compito di proteggere, dall’alto dei tetti iracheni, i Marines a caccia di guerriglieri di Al-Qaeda.

Nonostante la sua precisione col fucile lo renda presto un eroe, le quattro missioni lo cambieranno profondamente (ma va?) e lo porteranno ad alienarsi sempre di più dalla vita civile, dalla moglie e dai figli.

Partiamo dalla mia passione per i film di guerra, soprattutto per quelli in cui uno dei due eserciti non è “regolare” (Battaglia di Algeri I love you): la storia del Novecento, soprattutto per quanto riguarda le guerre anticoloniali, è il mio pane.

Anzi lo era, prima di trovarmi a scrivere boiate imperiali per il piccolo schermo.

American Sniper (che spero tantissimo venga tradotto in un ruspante Il Cecchino Americano) è un film di questo tipo, peccato che ci venga richiesto di parteggiare per gli stronzi la parte sbagliata.

E questo è un problema, perché a noi il protagonista piace assai ed è anche sorprendentemente bravo, ma ad ogni colpo sparato verso un iracheno il nervoso va alle stelle.

Povero Clint, lui ci prova a farci incazzare con gli iracheni, questi stronzi che non hanno neanche il buon gusto di giocare ad armi pari e invece stanno in abiti civili anche se nascondono AK-47 nel pavimento. Se invece, magari, volessero inviare un araldo con tanto di trombetta per annunciare i nuovi progetti di guerriglia…

Perché se è vero che vengono mostrati personaggi inquietanti e sanguinari (“the butcher” sembra sorto dall’inferno), qua e là si insinua nello spettatore il ragionevole dubbio che non proprio tutti quelli che nascondono armi siano affiliati di Al-Qaeda. Sai com’è, ti invadono illegittimamente il Paese, ci sta che a qualcuno girino un po’ e decida di difendersi da sti mascelloni con l’accento yankee.

Devo però ammettere che questo è uno dei pochi diretti da Eastwood che non mi è dispiaciuto. Ma forse è solo perché per me un Navy SEAL in Iraq non è un eroe, se invece fossi riuscita ad identificarmi col protagonista, probabilmente avrei trovato l’intero film stucchevole.

Apprezzabile il flashback con la scena di caccia al cervo, ma solo se è un omaggio voluto a Cimino e dai, è Eastwood, sarà così di certo.

Voto: 8,5

 

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