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Se solo avessi il teletrasporto (e lo stipendio dell’ultimo mese): un approfondimento sul tema delle amicizie a distanza

La tentazione di iniziare e chiudere questo post con la frase “vivere lontano dai propri amici fa schifo” è forte e indomita, ma WordPress non è Facebook e quella vocina orgogliosa che mi ricorda di avere una fottutissima laurea in sceneggiatura continua a farsi sentire e a farmi vergognare di tale proposito.

Tenterò quindi di contestualizzare il concetto, di analizzarlo, di sezionarlo e normalizzarlo.

Oh, quanta ilarità mi suscita il concetto di normalizzazione.

Che io appartenga a quella fetta di quasi trentenni che si sono dati all’esperienza profondamente formativa dell’emigrazione è cosa nota per chi frequenta queste pagine, o quelle altre.

Come risposto ad una lettrice pochi minuti fa, tendo a nascondere la nostalgia dietro una parvenza di sabaudo distacco. Ma io son terrona, e nei momenti di confusione, tristezza e sconforto, più che una scatola di giandujotti mi fa bene la condivisione.

Saranno stati i secoli di pranzi domenicali a creare quel bisogno di vomitare sui propri cari i cazzi propri, soprattutto quando si hanno problemi, dilemmi e difficoltà? Forse.

D’altra parte, quando ero triste e ancora vivevo in uno dei quartieri più tamarri di Torino mio padre mi invitava a pranzo e mi ingozzava di cibo. Che probabilmente è il vero senso del comfort food, altro che ravanare in una confezione di Carte d’Or spiaggiate sul divano in completa solitudine.

Ad ogni modo, se è vero che la felicità è tale solo se condivisa, anche la tristezza richiede condivisione, scambio, anche se questo significa annoiare a morte i propri affetti ad ore improbabili, anche quando sono occupati a – che ne so – partorire.

Se è già abbastanza complicato non annoiare gli altri quando siamo incazzate come delle bisce fatte di crack con una collega particolarmente fastidiosa (ciao Collega Particolarmente Fastidiosa! Mi leggi?), riuscire a far comprendere i propri stati d’animo quando si vive molto distanti diventa difficile, soprattutto se gli stati d’animo non sono dei migliori.

Diventa molto semplice sorvolare sui malesseri, planare leggiadri su argomenti più superficiali e leggeri, ma sapete che c’è, quando arriva il momento immediatamente precedente all’esplosione, o all’implosione, ricapitolare tutto ciò che si è taciuto diventa estremamente faticoso e snervante.

Ma, a mio avviso, necessario. Non importa quanto si è taciuto, se dettagli o interi affreschi, se c’è qualcuno che può aiutare sono le persone che sanno davvero chi minchia siamo, da dove veniamo, dove vorremmo andare.

Certo accompagnare l’esperienza di condivisione ad un adeguato quantitativo di comfort food sarebbe meglio, ma in assenza d’altro, una tazza di infuso di frutti davanti ad una schermata Skype può comunque servire.

Condividiamo amici, vomitiamo le nostre tristezze e fragilità su chi è costretto ad ascoltarci per via di legami di sangue o di decennale amicizia.

L’alternativa è, temo, una morte solitaria in uno scuolabus abbandonato.

Morte emotiva, s’intende.

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