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Come il Titanic in un mare di m.

Nonostante l’indole polemica e cagacazzi, in questo caso cercherò di essere concisa e poco volgare.

Chi sa dove ho lavorato negli scorsi mesi converrà che questa dichiarazione

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oltre ad essere scritta in un italiano che fa sanguinare gli occhi, è decisamente di cattivo gusto.

Mi si perdoni, ma avendo un credito di 4 mesi di stipendio con l’azienda, pensare che sussiste la possibilità che utilizzino quei soldi (i nostri soldi, visto che quasi nessuno sta ricevendo o ha ricevuto alcunché) per delle nuove produzioni fa venir su frasi di sdegno che non scriverò, lasciando che una stella del cinema italiano parafrasi quello che penso.

(dal min 2:00)

Altro non aggiungo, perché non si spara sulla Croce Rossa.

E perché in quanto a far figure poco edificanti, se la cavano benissimo da soli.

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Riutilizzare oggetti inutili: bevande acquistate solo per il packaging

Come moltissime fanciulle della mia generazione, l’influenza del visual marketing sugli acquisti che scelgo o meno di fare è enorme, tanto che a volte credo di meritare una lobotomia come quella che i feroci servizi segreti fecero alla mia quasi omonima Anne in From Hell.

La mia salvezza da acquisti perfettamente inutili e perfettamente stupidi è il terrore che gli zuccheri raffinati uccidano le mie cellule cerebrali e che, come già confessato altrove,  petrolati e siliconi mi trasformino in un rettile.

A volte però neanche il sacro terrore del progresso e della modernità mi salva da scelte improbabili, effettuate su basi puramente estetiche e che non tengono considerazione alcuna del contenuto.

Questo è, in breve, ciò che è accaduto quando al Big Market hanno messo in offerta a 140 leke (1 euro) gli Arizona Tea. Sì, proprio quelli che da EXKi, a cui importa moltissimo della “qualità delle materie prime”, vendono a più di 3 euro.

Ad ogni modo, letta l’etichetta e realizzato che questi carinissimi e pucciosissimi Arizona Tea contengono più zucchero della Coca Cola, non resisto alle bottiglie tanto graziose e colorate e ne acquisto una per tipo, dicendomi che saranno dei soprammobili per la cucina.

Il loro destino è stato quindi di ammuffire su un ripiano, accanto a barattoli di spezie varie (alcune delle quali mi sono tutt’oggi estranee: a cosa serve in cucina l’acido citrico?) finché la mia ossessione per tè, tisane e infusi non è potuta riesplodere in tutta la sua magnificenza grazie a queste prime giornate d’autunno.

Per farla breve, ho rovesciato l’orrendo e puzzolente contenuto delle bottiglie tanto carine nel lavandino (credo abbiano fatto un lavoro di sturatura non indifferente), le ho lavate e rilavate finché ogni traccia non è scomparsa e vualà, le ho trasformate in contenitori take away per il mio tè mattutino; l’inverno scorso utilizzavo normalissime bottiglie di plastica per l’acqua da 0,5 lt, invece ora la mia scrivania in ufficio sarà tanto caruccia e instagrammabile.

Perché in questa società fatta di contraddizioni e di nonsense, il consumismo becero e l’attenzione paranoica a ciò che si ingurgita possono convivere in pace e serenità. Sulla mia scrivania.

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Le tre bottiglie incriminate e la mia amata collezione di infusi si incontrano sul tessuto carminio del divano. Do it for the Insta.

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Strategie alimentari autunnali for dummies

Da meno di 24 ore l’autunno si è palesato anche su questo mucchio di sassi (cit. il re più imbecille della breve storia del Regno) e la fame incontrollata pre-letargica si è già impossessata delle mie membra e del mio fragile intelletto. Per ora la dispensa resiste, nel senso che ancora non sono comparse torte, merendine e simili, ma il pericolo è in agguato così come il rischio di trasformarmi, come accade quasi ogni anno in inverno, in una sorta di enorme bambino grasso (le guance sono la prima parte di me a ingrassare, insieme alle tempie. A me ingrassano le tempie).

La questione è seria, perché quest’anno non avrò le forze di resistere ai cibi più grassi che incontrerò per la mia via ma non ho alcuna voglia di passare la primavera a dieta perché sono stata incapace di controllare i miei famelici appetiti.

Solo in un’occasione, ormai un paio di anni fa, sono riuscita a superare indenne l’inverno. Salvo poi esplodere in primavera, ma ad andare in giro con Birra Ceca, questo è quello che accade; quindi stamattina, mentre cercavo di impedirmi di entrare in panetteria e comprare due petulla (frittelline che inzuppate nel miele sono da estasi e che costano circa 7 cent l’una), mi sono chiesta cosa, quel particolare inverno, mi avesse impedito di deambulare per Torino con le fattezze di una foca monaca dopo una sbronza di gin.

Per la cronaca, sono stata forte e inamovibile e non le ho comprate. E mò sto morendo di fame.

Vado dunque a ripercorrere i metodi utilizzati nel glorioso inverno in cui non ingrassai e forse, ma non ci metterei la mano sul fuoco, persi anche un etto o due.

  • Sfondarsi di cibo sì, ma scegliere cosa si mangia: i frequentatori più assidui di questo blog ricorderanno le mie dichiarazioni d’amore alle gallette di mais salate con cui mi ingozzavo stile tacchino prima, durante e dopo i pasti.
  • Tè, infusi e tisane come se piovesse. Io sono compulsiva, a casa ho cinque o sei varietà di tè e infusi di vari frutti (il preferito al momento è alla banana) e che vi posso dire, alleviano un pochino – poco eh, non crediate che facciano miracoli – il senso di fame.
  • Riempire le pietanze di spezie per rendere anche il petto di tacchino un’esplosione di sapore (scusate, a fare la copy mi si sta fondendo il cervello). Inoltre, condire insalate o verdure al vapore con semi vari (lino, sesamo) saltati in padella rende tutto very saporito e very pseudo-healthy.
  • Cereali integrali is the way. Pasta integrale, riso integrale, pane nero e tutto il corredo di tristezza che portano con sé sono una buona soluzione per tenere lo stomaco pieno e l’intestino felice.

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Fare pubblicità aggratis a Misura, fatto.

Ai tempi i miei pranzi spesso consistevano in affettato di pollo o crescenza accompagnati da insalata verde o da verdure bollite, più gli immancabili MiniMais (mi mancate, vi amo, mi pensate ogni tanto?) ed eventualmente un frutto. Ancora mi stupisco di non essere morta, soprattutto di noia.

Ora, considerando che la pasta integrale da queste parti è un po’ costosetta (non rispetto all’Italia, rispetto al mio stipendio), che la crescenza si trova solo al Conad, anch’essa costa un occhio della testa e ho qualche dubbio sulla freschezza del prodotto e che per fortuna si mangiano solo verdure di stagione ma che questo significa addio spinaci fino al ritorno della primavera, non so bene come gestirò questa emergenza.

Forse il letargo potrebbe servire, ma al momento i miei due-quasi-tre lavori sembrano essere un piccolo ostacolo a una soluzione del genere.

Oppure potrei fare come quell’autunno in cui facevo colazione con una tazza di caffè americano senza zucchero e pranzo con un cappuccino, ma temo che mi troverebbero agonizzante davanti ad un byrektore dopo un paio di giorni. O di ore.

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Darsi una calmata: terapia d’urto Tirana style

Nota: questo è il primo post in collaborazione con me stessa perché a quanto pare, al momento scrivere due blog mi è praticamente impossibile. Lettori di Da Torino A Tirana, benvenuti su queste sponde.

L’impazienza, croce e delizia della mia intera esistenza, da quando ho cambiato lavoro sta mettendo a dura prova i miei nervi. E sì che ormai quindici anni orsono, mi lessi i tarocchi da sola (lasciamo questa storia a un altro post) e la mia “carta guida” risultò essere l’appeso, che se non ricordo male dovrebbe essere simbolo di attesa.

Sono una di quelle persone che arriva ad un appuntamento importante con 40 minuti di anticipo (vedi qui), che se deve essere dall’estetista sotto casa alle 10 è già pronta alle 9:15, insomma un’ansiosa da manuale.

Ma l’universo deve avere in programma di farmi dare una calmata, o almeno così pare: provateci voi, ad essere impazienti sulle rive del fiume Lana.

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Provate ad arrivare alla fermata dell’autobus, posizionarvi in prima fila (o almeno così credete) per poi essere travolti da orde di altri passeggeri arrivati dopo di voi ma comunque pronti a spintonarvi fino alla morte pur di salire sul mezzo cinque secondi prima.

Provate poi ad approcciarvi alle porte qualche secondo prima della fermata: il bigliettaio vi chiederà gentilmente di procedere verso il centro dell’autobus per lasciare spazio, perché qui si lascia il posto a sedere solo dopo che il mezzo si è fermato alla pensilina.

I torinesi che mi leggono resteranno probabilmente inorriditi: siamo geneticamente programmati ad avvicinarci alle porte del bus non appena si rimette in marcia dalla fermata precedente alla nostra, siamo portatori sani dello stizzito “scusi, scende alla prossima?” rivolto a chi staziona nei pressi delle uscite, insomma un mucchio di abitudini per noi normali, che ad altre latitudini diventano fastidiose.

E non ho ancora menzionato gli slalom sui marciapiedi: sono sempre stata una pro della camminata veloce, complici i larghi marciapiedi di Corso Francia e gli immensi portici di Via Roma e Via Cernaia, ma qui ho dovuto imparare – di nuovo – a darmi una calmata anche in tal senso.

Insomma se posso trarre qualche insegnamento dalle norme sociali a cui mi sono dovuta adeguare negli ultimi mesi, è di smettere di farmi assalire dall’ansia da ritardo ingiustificata, anche perché fin troppo spesso, al mattino esco di casa talmente presto da decidere di raggiungere l’ufficio a piedi per evitare di arrivare con 20 minuti di anticipo. E sì che la zona pullula di bar, ma abuso già abbastanza di caffeina senza arrivare a tazzine prima delle 10.

A proposito dei bar qui intorno: Waffles’ Art – Rruga Pashko Vasa. Come sentirsi in un romanzo di Arthur Conan Doyle.

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#TBT: studenti senza borse di studio, senza speranza, senza buon gusto nel vestire

Il #throwbackthursday su Instagram non mi è mai piaciuto granché. Sarà che nella maggior parte delle foto del passato ho le sembianze di una ragazzina disagiata, sarà che non amo particolarmente mostrarmi sui social, o forse solo che fino ai quattordici anni avevo i baffetti.

Però oggi tornerò alle origini di questo blog, a quando raccontavo i drammi dell’essere una studentessa fuori sede, perché la voce degli studenti universitari contro i folli cambiamenti delle norme che permettono di accedere alle borse di studio mi ha fatto riflettere un po’.

Intanto, senza borsa di studio io non avrei mai potuto iniziare l’Università, figuriamoci fare la specialistica fuori sede. Ora, senza fare la ruota come i pavoni, ho concluso il mio percorso universitario con il massimo dei voti (anche se l’Università di Pisa non vuole darmi la pergamena), devo ammettere che mi sarebbero girati abbastanza se avessi dovuto rinunciare agli studi perché un governo di ladri mariuoli fetenti (cit.) avesse deciso altrimenti.

Fare il gioco di Sliding Doors e chiedermi cosa sarebbe stato di me se non avessi proseguito gli studi dopo le superiori è un esercizio ozioso che riserverò ad altri momenti, però due paroline vorrei spenderle, ché anche se non vivo più in Italia e ringraziando gli Dei ho un lavoro con contratto a tempo indeterminato e un buon stipendio, pensare che se solo fossi di qualche anno più giovane mi sarebbe preclusa la possibilità di accedere all’Università è un’idea abbastanza spaventosa.

Quindi: ripercorrendo il viale dei ricordi e tornando su argomenti che avevo già toccato in precedenza, mi permetto di suggerire che a questi ingiustificabili cambiamenti nella normativa che regola i requisiti per accedere alle borse avrebbero potuto essere evitati se, per esempio, l’enorme quantità di studenti che usufruiva (e credo ancora usufruisca) dei benefici falsificando gli ISEE venisse individuata e punita adeguatamente perché Signoreiddio, si tratta di truffa allo stato.

Nella Casa dello Studente in cui ho vegetato per alcuni anni, le portinaie erano sempre pronte a scovare eventuali ospiti notturni (nessun visitatore dopo le 11:30!), ma neanche una volta, che io sappia, hanno fatto rapporto circa i legittimi sospetti che se uno studente fuori sede ha un’automobile, un televisore al plasma e quasi ogni giorno rientra portando con sé buste Liu Jo e Stefanel, magari tanto tanto disagio economico non ce l’ha.

L’Università è di tutti, deve esserlo, e se forse sarebbe utile inserire criteri meritocratici nell’ottenimento e mantenimento della borsa di studio (mi è sempre sembrato un po’ stupido che bastasse la media del 18 per avere garantito il rinnovo della borsa, ma forse sbaglio ed è solo la secchiona che è in me a parlare), escludere un’intera fascia di studenti che improvvisamente sono diventati “troppo ricchi” mi fa tornare in mente quel “Anche l’operaio vuole il figlio dottore, e pensi che ambiente ne può venir fuori” di Contessa.

Concludo con qualche foto da #tbt, ché a scrivere di questi argomenti un po’ di nostalgia per gli anni pisani mi è venuta.

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In ordine sparso: dalla finestra della mia stanza vedevo la torre del Bonanno, il cortile della casa dello studente silenzioso e deserto solo dopo il 20 Luglio, vestirsi male male malissimo, il compagno di una vita (e di una tesi), Corso Italia a Natale, la tazza che ogni studente di cinema dovrebbe avere, vestirsi male male malissimo edizione Brokeback Mountain, fiori in decomposizione a povhi giorni dalla dipartita dalle rive dell’Arno.

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#instaweek problemi cromatici edition: l’attrazione morbosa per colori che ci stanno male

Disclaimer: da leggere ascoltando questo brano. O per i più giovincelli, questo.

Ammetto senza vergogna alcuna di essere stata tentata fino all’ultimo di intitolare questo post alla hit che lanciò tre tamarri nel paradiso internazionale della musica dance demmerda. Basta consultare la loro pagina Wikipedia per scoprire che essa è tradotta il ventotto lingue, il che significa che in almeno una trentina di Paesi quel brano è stato passato dalle radio, canticchiato, magari è stato anche la love song di qualcuno.

Ma visto che amo darmi una parvenza intellettuale del tutto ingiustificata dai fatti, ho desistito.

Veniamo al punto della questione, ossia la morbosa attrazione che negli ultimi mesi mi ha portato a indossare con frequenza un po’ allarmante capi nei toni del blu.

Tengo a precisare che a me il blu sta decisamente male: il mio incarnato leggermente giallastro, i capelli tendenti al rame e le iridi color muschio non fanno di me un fototipo particolarmente adatto ai cobalto, agli oltremare, ai blu di Prussia.

Ma qualcosa è accaduto e non so spiegarmelo, proprio come il buon Tiziano.

Vado ora a fornire documentazione fotografica del problema, con immagini di dubbio gusto condivise con l’Instagram.

Reperto numero uno, la sciarpina a pois sul gilet da uomo taglia XXL

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Mi rende molto orgogliosa ricordare che la spesa sostenuta per la combo maglia + foulard ammonta a 1 euro. Mercato di Corso Racconigi je t’aime.

Reperto numero due, la blusetta smanicata di seta con rosa al collo

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Incredibile come anche questo capo, peraltro una rottura di palle perché si stropiccia ad ogni respiro, mi sia costato un euro nonostante sia di pura seta. Pensierino del giorno: forse la seta è stata a lungo appannaggio delle classi più agiate perché per non farla stropicciare sono necessarie movenze alquanto leggiadre che a me, nipote di operai FIAT, mancano. O forse perché se c’è una governante che stira, la vita è più semplice.

Reperto numero tre, la gonna a portafoglio

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Me la definiscono una “gonna da contadina”, forse perché il mio svantaggio verticale la fa scendere fino a metà polpaccio invece di farla adagiare appena sotto le ginocchia, o forse perché dovendo camminare ogni giorno lungo il tragitto casa-lavoro tendo a non indossare tacchi che trasformerebbero i marciapiedi di Tirana in campi minati. Anyway, 3 o 5 euro in Corso Palestro.

Reperto numero quattro, la mano della mia nipotina e una borsa blu

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Questa foto è stata inserita solo per suscitare tenerezza e distogliere l’attenzione dai miei tremendi selfie allo specchio dell’ascensore dell’ufficio.

Reperto numero cinque, la cugina di campagna

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Maxi gonna in cotone a stampa psichedelica nei toni del blu, Converse All star blue navy, un cucciolone di 14 anni di nome Scotty. Dettaglio gonna:

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Naturalmente qui la gonna c’entra poco, volevo solo mostrare al mondo la finissima ed elegante collana a fiori che contribuisce a quel look hippy californiana tanto amato dalla fashion blogger più famosa al mondo.

Potrei parzialmente giustificarmi con l’aver ricevuto in dono la Obag blu che fa capolino da un paio di foto, ma sappiamo bene che dopo lo sdoganamento del color block alcune stagioni fa, sarebbe solo una scusa.

Ora, approfondiamo questa questione del blu. L’internet mi informa delle proprietà rilassanti e purificanti di questo colore, aggiungendo che per i cinesi è il colore dell’immortalità.

Vedi ad essere nata un tantino più a Est.

Per quanto invece riguarda proprio il vestiario, e copio da qui,

Nell’abbigliamento: è un colore che spegne le passioni violente ed induce uno stato di calma: questo colore va indossato per affrontare le prove difficili della vita. Le persone che vestono di blu chiaro tendono all’ introversione e a una certa chiusura esterna. E’ il colore del temperamento flemmatico.

E credo che con questo, abbiamo risolto il mistero e trovato la risposta più verosimile.

Prove difficili, introversione, flemma: check.

Resta solo da sperare che questo periodo passi in fretta, ché la mia sfumatura giallognola con i toni del cielo fa proprio a pugni.

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Dimmi che borsa porti e ti dirò che lavoro fai

Contro ogni previsione, nell’ultimo anno mi sono trasformata in una workaholic, una da sagra della pagnotta. Non so come sia potuto accadere, considerando che credo di non aver mai perso l’atteggiamento critico-sarcastico riguardo quello che stavo facendo, ma è accaduto e non ho alcuna intenzione di approfondire i come e i perché, almeno non ora.

Infatti, questo post non nasce come la seconda puntata delle Micidiali Minchiate che ho commesso sul lavoro, dove con minchiate intendo scelte sbagliate, errori di valutazione, mancanza di prontezza e simili: no, questo post vorrebbe essere da una parte una sorta di tutorial per le giovincelle che si avventurano nel magico mondo della televisione – e non come corteggiatrici di Uomini & Donne, per loro sono certa ci siano blog appositi con tutorial dedicati. Quello che faremo oggi, miei cari, è mettere a punto un kit di sopravvivenza dedicato alle aspiranti redattrici, assistenti di produzione, segretarie di produzione, assistenti di studio, assistenti alla post produzione, logger e quant’altro.

Decine di tentativi fallimentari, lordosi, spalle asimmetriche hanno determinato la messa a punto della borsa perfetta, quella che permette di sopravvivere sia che si passi la giornata seduta al pc che si debba correre tra riprese in esterna e in studio.

La prima regola che ho dovuto adottare è quella delle mini size, che sarebbero delle versioni mignon di prodotti altrimenti più ingombranti. Nello specifico mi sono dotata di mini size di deodorante, crema mani, dentifricio & spazzolino da denti, salviette intime, spazzola per capelli e di un balsamo spray per capelli secchi che ho amorevolmente autoprodotto mescolando ingredienti a caso e poi travasando il risultato in un barattolino travel size di Tiger. Incredibile a dirsi, fa il suo dovere.

La storia del formato mignon non mi è riuscita particolarmente bene con l’agenda, che è un tomo a coperta rigida color lillà già pesante di suo, figurarsi dopo aver iniziato a riempirla di fogli sparsi. Sospetto che le agendine piccine picciò tipo quelle Kaos siano più maneggevoli.

Il secondo lampo di genio riguarda la necessità, soprattutto per quando si lavora in più di una location, di avere una t-shirt di ricambio. La soluzione è stata una vasta collezione di magliette di cotone grigie, adattabili a (quasi) tutto, arrotolate a mo’ di salamelle e infilate in un sacchetto perché non si stropiccino troppo. Idem per le giacchette e i cardigan: scegliere capi poco ingombranti, poco pesanti, difficilmente stropicciabili e di colori neutri.

Il punto successivo è una questione di vera sopravvivenza: barrette energetiche, snack ai cereali, mandarini, qualsiasi cibo facilmente trasportabile e conservabile in borsa. Ho passato momenti molto bui in cui ritrovare in borsa una barretta mi ha fatta sentire come Gollum con l’anello.

Infine, da blasfema del make up ho imparato un paio di cosette: avere sempre il correttore in borsa (poche storie, facendo questa vita nessuno si salva dalle occhiaie)*, il burro cacao e il rossetto che si decide di indossare al mattino. Perché niente è più deprimente che guardarsi allo specchio e dover cercare di stendere sulle labbra i rimasugli del mattino.

Insomma, minimalismo e formato mini sono stati i miei compagni di viaggio per lunghi giorni e lunghe notti, e ancora oggi mi stupisco di poter uscire di casa per andare in ufficio con una borsa che ha sì il formato di un A4, ma con lo spessore (e le sembianze) di una busta da lettere.

*Il mio preferito in assoluto è l’ormai introvabile Instant Age Rewind di Maybelline, una bomba.

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