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Cose che ho imparato sul lavoro, episodio 1

Inauguriamo questo settembre con una rubrica nuova di pacca, elaborata a seguito della serie di sfortunati eventi capitatimi in ambito professionale negli ultimi mesi. Sento di dover sottolineare che di soli drammi lavorativi si tratta, perché nonostante la diarrea verbale e l’assoluta mancanza di pudore (dopotutto scrivo un blog), continuo a pensare che certe cosucce sia meglio custodirle in altri luoghi.

Una premessa è d’obbligo, perché se dopo mesi di silenzio mi ripresento vagheggiando di drammi professionali senza contestualizzare, facevo prima a comprare un bloc notes e a riversarvi i miei drammi senza tediare l’internet.

Dunque, premessa: poco meno di tre mesi fa, l’azienda in cui lavoravo ha subìto un terremoto che neanche se Kim Kardashian scivola e batte il suo notevole posteriore per terra. Senza entrare nel dettaglio, è stata una situazione a tratti disperata e ad altri esilarante, che si è conclusa in un esodo più o meno forzato di gran parte del personale verso altri lidi.

Fedele a dieci anni di saltellamenti tra un’azienda e l’altra, ho deciso di andarmene prima che mi cacciassero a calci nel culo e nel giro di alcune settimane ho iniziato a lavorare in un contesto molto diverso, ma sempre legato ai media e alla comunicazione.

Orbene, guardandomi indietro ho capito di aver accumulato una notevole esperienza di errori più o meno madornali che mi piacerebbe, nei limiti del possibile, evitare da ora in poi.

Senza ulteriori indugi, partiamo con il primo errore, non necessariamente il più grave.

Non condividere sui profili social privati notizie o post legate al luogo in cui lavoro.

Beh, qui è necessaria una precisazione. Un conto è fare marketing leggero, inserendo qua e là riferimenti a prodotti o servizi, un altro è condividere spasmodicamente contenuti sfacciatamente promozionali.

Voglio dire, lo scorso anno mi sono sprecata nel consigliare i prodotti di un’azienda ma, giuro, l’ho fatto perché quei prodotti sono una fottutissima bomba. Tanto che pur vivendo in un Paese in cui non sono distribuiti, continuo ad utilizzarli regolarmente.

Però alcuni mesi fa ho scritto un post su Facebook con il quale facevo fondamentalmente promozione all’azienda in cui lavoravo (quella del culo di Kim Kardashian, per intenderci), e sono convinta che fu un errore: prima di tutto perché i miei contatti Facebook non sono necessariamente amici stretti, quindi condividere informazioni troppo dettagliate sul luogo in cui lavoravo – e nel mio caso si tratta anche di un altro Paese – non è necessariamente una buona idea.

Ma non è questa la motivazione principale.

La vera ragione è che il mio profilo privato è il mio cazzo di profilo privato, mentre la pagina ufficiale di un’azienda è una cosa completamente diversa e se gestita bene, non necessita che i dipendenti si sforzino di tirare l’acqua al suo mulino. Quando una Social Web Manager mi chiese di “fare like” ai post della pagina dell’azienda, avrei voluto risponderle che mi stava fondamentalmente comunicando di non essere in grado di svolgere il suo lavoro in modo adeguato.

Un bravo addetto ai social non ha bisogno di molestare i colleghi o di spammarne i profili, mossa peraltro abbastanza controproducente.

Terza ma non ultima ragione per mantenere un distacco professionale sui propri profili privati, non sai mai che fine farà l’azienda in cui lavori o in che termini il vostro rapporto si chiuderà: la vergogna e il darsi dell’idiota per aver confuso lavoro e vita privata in modo troppo sfacciato bruciano, oh se bruciano.

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