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#TBT: studenti senza borse di studio, senza speranza, senza buon gusto nel vestire

Il #throwbackthursday su Instagram non mi è mai piaciuto granché. Sarà che nella maggior parte delle foto del passato ho le sembianze di una ragazzina disagiata, sarà che non amo particolarmente mostrarmi sui social, o forse solo che fino ai quattordici anni avevo i baffetti.

Però oggi tornerò alle origini di questo blog, a quando raccontavo i drammi dell’essere una studentessa fuori sede, perché la voce degli studenti universitari contro i folli cambiamenti delle norme che permettono di accedere alle borse di studio mi ha fatto riflettere un po’.

Intanto, senza borsa di studio io non avrei mai potuto iniziare l’Università, figuriamoci fare la specialistica fuori sede. Ora, senza fare la ruota come i pavoni, ho concluso il mio percorso universitario con il massimo dei voti (anche se l’Università di Pisa non vuole darmi la pergamena), devo ammettere che mi sarebbero girati abbastanza se avessi dovuto rinunciare agli studi perché un governo di ladri mariuoli fetenti (cit.) avesse deciso altrimenti.

Fare il gioco di Sliding Doors e chiedermi cosa sarebbe stato di me se non avessi proseguito gli studi dopo le superiori è un esercizio ozioso che riserverò ad altri momenti, però due paroline vorrei spenderle, ché anche se non vivo più in Italia e ringraziando gli Dei ho un lavoro con contratto a tempo indeterminato e un buon stipendio, pensare che se solo fossi di qualche anno più giovane mi sarebbe preclusa la possibilità di accedere all’Università è un’idea abbastanza spaventosa.

Quindi: ripercorrendo il viale dei ricordi e tornando su argomenti che avevo già toccato in precedenza, mi permetto di suggerire che a questi ingiustificabili cambiamenti nella normativa che regola i requisiti per accedere alle borse avrebbero potuto essere evitati se, per esempio, l’enorme quantità di studenti che usufruiva (e credo ancora usufruisca) dei benefici falsificando gli ISEE venisse individuata e punita adeguatamente perché Signoreiddio, si tratta di truffa allo stato.

Nella Casa dello Studente in cui ho vegetato per alcuni anni, le portinaie erano sempre pronte a scovare eventuali ospiti notturni (nessun visitatore dopo le 11:30!), ma neanche una volta, che io sappia, hanno fatto rapporto circa i legittimi sospetti che se uno studente fuori sede ha un’automobile, un televisore al plasma e quasi ogni giorno rientra portando con sé buste Liu Jo e Stefanel, magari tanto tanto disagio economico non ce l’ha.

L’Università è di tutti, deve esserlo, e se forse sarebbe utile inserire criteri meritocratici nell’ottenimento e mantenimento della borsa di studio (mi è sempre sembrato un po’ stupido che bastasse la media del 18 per avere garantito il rinnovo della borsa, ma forse sbaglio ed è solo la secchiona che è in me a parlare), escludere un’intera fascia di studenti che improvvisamente sono diventati “troppo ricchi” mi fa tornare in mente quel “Anche l’operaio vuole il figlio dottore, e pensi che ambiente ne può venir fuori” di Contessa.

Concludo con qualche foto da #tbt, ché a scrivere di questi argomenti un po’ di nostalgia per gli anni pisani mi è venuta.

collage-2015-09-17

In ordine sparso: dalla finestra della mia stanza vedevo la torre del Bonanno, il cortile della casa dello studente silenzioso e deserto solo dopo il 20 Luglio, vestirsi male male malissimo, il compagno di una vita (e di una tesi), Corso Italia a Natale, la tazza che ogni studente di cinema dovrebbe avere, vestirsi male male malissimo edizione Brokeback Mountain, fiori in decomposizione a povhi giorni dalla dipartita dalle rive dell’Arno.

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